Di fronte all’uscita di una delle sedi della Conferenza Episcopale Italiana qui a Roma c’è un cavalcavia sopra all’Aurelia; superato il cavalcavia, una rampa scende sulla sinistra in direzione del centro.
Quasi in fondo alle rampe, tutte le sere si ritrovano, illuminate da un’anonima luce gialla dei fanali stradali, un gruppo di ragazze, minorenni che si prostituiscono
Poco più in alto, nella penombra, alcune donne, sulla strada, nella medesima situazione.
Qualche sera fa sono passato in macchina con un mio carissimo amico d’infanzia su quella rampa; ho rallentato leggermente per guardare i volti delle ragazze: erano tre e avranno avuto 15-16 anni.
Due ore dopo, ho riportato il mio amico all’albergo e le ragazze non c’erano più.
Ho provato una sensazione terribile immaginandole in chissà quale situazione sgradevole, vergognosa, disumana.
Come un lampo mi sono sentito protagonista della parabola del buon samaritano, nella parte del sacerdote che tira dritto di fronte a chi soffre. Altre volte mi sono trovato in situazioni simili; ne ricordo in particolare due.
Un giorno, sugli scalini del centro di pastorale giovanile della mia diocesi trovai, sdraiata, una ragazza tossicodipendente, “fatta” come si dice in gergo.
Le sono stata vicino fino a quando si è sentita un po’ meglio; mi ha confidato la sua disperazione dicendo che si guadagnava la dose “vendendosi”.
A quel punto avevo bisogno di una “locanda del buon samaritano” dove portarla.
Mi è venuta in mente una comunità di suore che vive nel centro storico, nel quartiere dei “trans”. …
L’ho accompagnata fino là; sono stato con loro, abbiamo cenato e pregato insieme; le suore l’hanno accolta ed io ho lasciato loro una piccola offerta ringraziandole infinitamente ed assicurando loro un ricordo nella Santa Messa.
Ho rivisto la ragazza alcuni mesi dopo; stava meglio, era stata una settimana in ospedale per togliersi l’astinenza e mi diceva di essere in ricerca….Da allora non ne ho saputo più nulla.
Una seconda volta, sempre al centro, mi ha raggiunto una ragazza dell’est, disperata, dicendomi che il suo compagno la obbligava a prostituirsi picchiandola, che era scappata e aveva paura.
La accompagnai in una comunità di suore che avevo conosciuto da viceparroco.
L’hanno tenuta nascosta per alcuni giorni poi le hanno offerto un alloggio protetto in una città a parecchi chilometri di distanza.
Grazie suore! Forse ve lo diciamo poco! Grazie sorelline!
Spesso siete voi e il vostro cuore il primo rifugio caldo e sicuro per tanti disperati, giovani e adulti.
Le vostre case sono la locanda per tantissimi sofferenti, del mondo delle favelas e delle periferie cittadine, degli ospedali e della strada. Grazie!
Tante ragazze dicono che la Chiesa è maschilista, che le donne non possono accedere al sacerdozio e quindi al potere, dimenticando che nel cuore di Dio ciò che conta è il servizio, che chi vuol essere primo sia l’ultimo; forse dovremmo ascoltarvi di più, darvi più spazio…scusate…se non ci foste voi…se immediatamente tutte le suore del mondo sparissero! Grazie! Siamo contenti che il Signore vi abbia chiamato e grazie perché avete risposto; grazie per la bellezza, la delicatezza, la femminilità dei vostri modi di essere e fare; grazie per il vostro vivere insieme, per la vostra preghiera, per il vostro volervi bene fra mille difficoltà e per il vostro servizio d’amore; in un mondo che ha bisogno di speranza, una cosa grande poter vedere che l’amore fra persone, con l’aiuto di Dio, è possibile. Grazie!
Firmato: un prete.
Don Nicolò Anselmi
don.nico@libero.it
23
giu
08

0 Risposte a “Grazie locandiere”