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Dic
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Il genere di “pace” che dura


In occasione del decimo anniversario della Risoluzione 1325 e della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, la Fondazione Pangea e ActionAid hanno presentato il Rapporto “Donne, pace e sicurezza”, per un ruolo attivo del mondo femminile nella costruzione della pace.

Far conoscere e valorizzare il percorso intrapreso da tutte le donne che lavorano per la pace ad ogni latitudine, riflettere sulle sfide future e dare un impulso decisivo al processo di attuazione delle politiche su genere, pace e sicurezza, anche in Italia. Con questi obiettivi, il 30 novembre a Montecitorio, è stato presentato il Rapporto Donne, pace e sicurezza. A dieci anni dalla risoluzione 1325, una prospettiva italiana. Due le date da ricordare: il decimo anniversario della Risoluzione dell’Onu – datata 31 dicembre 2000 ­–, per il riconoscimento e la valorizzazione del ruolo attivo delle donne nella prevenzione e risoluzione dei conflitti e nella costruzione di una pace duratura, e la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne.

Il Rapporto, che è stato realizzato da Fondazione Pangea Onlus e ActionAid, è un lavoro di ricerca e informazione per divulgare, valorizzare e proseguire il percorso intrapreso da tutte le donne che lavorano per la stabilità del proprio Paese e della propria comunità. Al di là dei numeri che caratterizzano il fascicolo diviso in due parti – “Risoluzione 1325/200, istruzioni per l’uso” e “L’attuazione della 1325 in Italia” –, quello che appare intuitivo è che le guerre hanno un impatto diverso tra uomini e donne. Solo per quanto concerne gli stupri sulla popolazione femminile: in Bosnia Erzegovina ci sono stati tra i 20mila e i 50mila casi nei primi anni Novanta, tra i 250mila e i 500mila in Ruanda nel 1994, tra i 50mila e i 64mila in Sierra Leone, dove le donne sfollate hanno subito violenza da parte dei combattenti. Nel South Kivu (Repubblica Democratica del Congo) la media al giorno è di quaranta donne stuprate da parte dei peacekeepers e, tra il 2007 e il 2009, su 450 casi di violenze, solo 29 sono stati perseguiti; nel 2010 su 45 casi attribuiti a personale delle Nazioni unite soltanto tredici sono arrivati a processo.

Come ha ricordato l’ambasciatore Anwarul Karim Chowdhury, uno dei protagonisti della storia della 1325, la questione principale «non è rendere le guerre più “sicure” per le donne, ma costruire la pace in modo che non ci siano più né guerra né conflitto». E perché ciò avvenga è importante che lo sviluppo delle politiche internazionali in materia di sicurezza e il rinnovato slancio sulla lotta alla violenza contro le donne non si traducano in un ritorno al passato, in una riconduzione delle donne nella categoria dei “gruppi vulnerabili”. La dimensione di genere è infatti trasversale e l’abuso, pur in maniera largamente unidirezionale, non si sviluppa solo a livello interpersonale o tra i sessi, ma è anche violenza maschile nei confronti di altri uomini e può manifestarsi come interiorizzazione della violenza, cioè contro sè stessi.

ActionAid e Fondazione Pangea svolgono da anni attività di cooperazione allo sviluppo, ricerca, sensibilizzazione e dialogo politico con le istituzioni e la società sui temi dei diritti delle donne, della pace, delle disuguaglianze di genere a livello nazionale e internazionale, sostenendo e promuovendo l’empowerment femminile anche in contesti di conflitto o post-conflitto. In particolare, nel Rapporto, sono presentate le attività di ActionAid nella Repubblica Democratica del Congo e di Fondazione Pangea nel processo di pace in Afghanistan.

da cambonifem, 30 novembre 2010

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