Beatitudini. 2a traccia: Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati


Beati coloro che, pur essendo nella sofferenza, sanno volgere lo sguardo oltre l’orizzonte, al Dio che fa compagnia, che consola, che sta con chi è solo.
Beato chi sa che la vita è inserita in un grande progetto e che se anche la singola vicenda umana può essere avvilente, può essere sconfitta, il grande progetto di Dio avanza. Beato chi scopre che la vita è preziosa agli occhi di Dio, che nessun uomo, mai, è solo e abbandonato, che anche i capelli del nostro capo sono contati (Mt 10,30) e le lacrime raccolte (Sal 56,9). La sofferenza, allora, non è la parola definitiva della vita. (don Giuseppe Lonia)

Beati quelli che ridono,
che sanno godere la vita,
immersi nella ricerca frenetica dei loro piaceri,
coloro che sempre si tirano indietro,
che dicono che la croce è un errore,
e cosa morbosa fissare lo sguardo
sopra un Dio sanguinante inchiodato a una croce.
Possederanno la terra.

beati quelli che piangono2No, dice Gesù:
BEATI QUELLI CHE PIANGONO…

Non certo gli esacerbati,
i rifugiati nel fatalismo,
coloro che stoltamente ripetono:
È volontà di Dio
(come se Dio volesse il pianto).
Ma beati coloro che sanno ribellarsi
alla sofferenza del mondo,
quanti rifiutano di accettare
che l’uomo
è un grumo di sofferenza,
q
uanti urlano nella sofferenza loro imposta
e gridano come colui
che fu innalzato sul Golgota,
coloro che custodiscono la speranza
nel cuore del dolore.

C’è un solo modo per riuscire nel mondo: mettersi in ascolto del Nazareno.

da C. Singer, Pregare, Paoline

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Un pensiero su “Beatitudini. 2a traccia: Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati

  1. Sono passata di qui cercando qualcosa su questa beatitudine, di cui parleremo con i nostri ragazzi la prossima settimana. Non ho avuto il tempo di sfogliare il resto del blog, ma ti faccio i miei complimenti per i contenuti e la forma 🙂

    Se posso volevo lasciare una mia piccola considerazione su quanto hai scritto. Concordo pienamente sulla frase della seconda parte (quella “positiva”) che dice “beati coloro che sanno ribellarsi alla sofferenza del mondo”. E’ questa, secondo me, molto più che la prima interpretazione riportata, quella di don Giuseppe, ciò che Cristo vuole dirci in questa beatitudine.
    A questo proposito ho trovato una bellissima riflessione di don Claudio Doglio (a cui rimando, digitando su Google la frase “beati gli afflitti”, primo risultato di ricerca), che spiega come nel testo originale antico per indicare quelli che noi traduciamo in “afflitti” viene usato un termine piuttosto raro che indica “coloro che sono nel lutto”. Quindi una situazione di dolore morale, più che di dolore fisico. Non a caso questo termine greco lo si ritrova nel Vangelo di Marco (gli “afflitti” per la morte di Gesù il mattino di Pasqua); in Matteo 9,15 (“possono forse gli invitati a nozze ‘essere in lutto’ mentre lo sposo è con loro?”); nella lettera di Giacomo, che invita a riconoscere i peccati e “affliggersi” per i propri; nella prima ai Corinzi, dove Paolo dice loro che dovrebbero essere “afflitti” per la situazione di grave peccato in cui si trova una persona della comunità.
    Si tratta dunque di dolore per una perdita di qualcuno che si ama profondamente, perdita fisica o perdita “spirituale”.
    Ma il dolore per il peccato è tale proprio per via del grande amore che ci lega a Dio. Più è grande la consapevolezza di questo immenso legame affettivo, più naturalmente è grande il dolore nel riconoscerci peccatori, e dunque l'”afflizione”. Nel momento in cui si è veramente affezionati a Lui, si sente il peccato e dunque si soffre.
    Allora si potrebbe pensare che per non soffrire o per soffrire meno converrebbe essergli meno affezionati o non esserlo per niente. Come a dire che per non soffrire le pene dell’amore conviene non innamorarsi affatto; o conviene non stringere forti legami di amicizia perchè c’è il pericolo di soffrire molto per un probabile tradimento.
    Qui ci viene in aiuto Gesù, che ci fa capire in un solo colpo che le beatitudini non sono un “devi” ma un “puoi”: “potete” essere afflitti, soffrire per amore degli altri, perchè la vostra consolazione è Dio. Gesù stesso ha il coraggio di relazioni umane così forti da avere il coraggio di lasciarci la pelle.
    Dunque “beati gli afflitti” significa principalmente l’invito a compiere la missione più grande che Gesù ci ha affidato: “amatevi profondamente gli uni gli altri, senza timore di soffrire per amore: in questo sarete beati e consolati dall’immensa tenerezza di Dio.”
    Questa è la vera ribellione alla sofferenza.

    Grazie per l’occasione di riflessione, buon cammino!
    Stea

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