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Le donne italiane come la piazza egiziana


Le richieste sono le stesse:
più democrazia, libertà, accesso alle professioni.

 

thmbse-non-ora-quandoIl giorno 13 febbraio le donne scenderanno in strada a protestare. In tutta Italia. Questa la notizia che sta correndo come una lepre per la Rete, con poca risonanza sui giornali. La Rete ormai si sta rivelando come lo strumento più rapido e libero di informazione. È la Rete che ha permesso l’incontro di migliaia di persone in piazza per protestare contro la prepotenza del governo egiziano, inamovibile, sordo ormai alle ragioni di chi soccombe, incapace di rinnovarsi, impermeabile a ogni richiesta di democrazia: libertà di parola, di pensiero, di movimento, meritocrazia, lavoro per i giovani, guerra alla corruzione dilagante.

Cosa chiedono oggi le donne italiane? Paradossalmente, in un Paese che si definisce libero, chiedono, proprio come i ragazzi tunisini ed egiziani, libertà di parola, di pensiero, maggiore democrazia, guerra alla corruzione, accesso alle professioni. In uno dei Paesi più sviluppati del mondo, nel disinteresse generale, stiamo assistendo a una crescente svalutazione del pensiero e della volontà femminile, a una spinta per il ritorno a casa, a una perdita costante di lavoro e di prestigio. Il nostro è il Paese d’Europa dove le donne lavorano meno fuori casa, e dove, nonostante alcuni casi eclatanti, la rappresentanza nelle istituzioni e nei luoghi del potere si riduce ogni anno.

Al posto della valorizzazione e della meritocrazia, si sta radicando nella mente dei più giovani una idea mercantile dei rapporti umani. Ai ragazzi si suggerisce di affinare le proprie capacità intellettive per andare poi a offrirsi nei mercati globalizzati. Alle ragazze si propone di vendere, subito e a buon prezzo – perché al contrario delle competenze, il corpo sessuato perde valore con il crescere e il maturare – la sola cosa che sulla piazza vale sempre di più: un corpo da consumare. Se non è questa una mostruosa, sottile e ossessiva induzione alla prostituzione femminile, cosa è?

Sia chiaro, ciò avveniva anche ai tempi di Tolstoj. Il quale, solo fra tanti uomini ligi, accusato di pazzia e perversione, ha avuto il coraggio di scrivere, in forma romanzesca e saggistica, che il matrimonio era un mercato delle vacche, in cui si mettevano in vendita corpi di ragazze al miglior offerente. Con il sacrificio generazionale di talenti e capacità straordinarie, con la mutilazione quotidiana di cervelli e cuori capaci. Di questi sacrifici non importava niente a nessuno. Ma allora era la famiglia che si adoperava per piegare le volontà giovanili, le aspirazioni alla libertà. Ora è la cultura di mercato, che passa soprattutto attraverso le seduzioni di plastica della televisione, di molto cinema e della moda.

Non è un caso che la mentalità del mercato vada a braccetto con l’idea poco democratica di un capo carismatico. Wilhelm Reich, nel suo studio sulla psicologia di massa, racconta molto bene l’intreccio di paure, illusioni, odi e frustrazioni da cui nasce ogni tentativo di imporre un regime di autorità. E le donne sono le prime a venire irreggimentate. Il loro storico bisogno di un capo – indotto e introiettato a furia di botte simboliche e reali – le rende docili prede. Su questo conta chi di quel mercato si fa padrone e manipolatore senza scrupoli.

(Dacia Maraini dal Corriere della Sera dell’8 febbraio 2011)

da Cambonifem 9 febbraio 2011

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