19
Apr
11

Settimana santa con… La Passione del Signore


Riflessione sulla sofferenza di Gesù Cristo e preghiera dalla lettera di Paolo ai Filippesi sul cristiano coraggio di imparare ad accettare le sofferenze quotidiane.

Con Anselm Grün

181518_190920394272237_100000628328111_533263_234512_nI motivi per cui la Chiesa ci esorta a contemplare la sofferenza di Gesù sono tre.
Il primo è che gli uomini sono inclini a fuggire la sofferenza. È proprio tuttavia dell’essere uomini soffrire per la propria esistenza effimera, per i propri limiti e debolezze, per la propria mortalità.
Molti però non vogliono ammettere di essere mortali. Si comportano come Dio.
È proprio questo il peccato originale: voler essere come Dio, onnipotenti, autosufficienti, indiscutibili.
Da questo peccato originale deriva ogni male.
Ora devono nascondersi gli uni alla vista degli altri perché in realtà non sono Dio, bensì nudi.
Ora devono provare invidia l’uno per l’altro e cercare di sbarazzarsi del prossimo, per poter affermare la propria grandezza, come Caino.

Durante la Settimana santa la Chiesa ci mostra il Dio sofferente affinché desistiamo dalla nostra mania di grandezza di voler essere come Dio.
Questa mania di grandezza non comporta soltanto sempre nuovi peccati, bensì la malattia.
Chi non vuole affrontare la sofferenza per la propria esistenza mortale, cerca sofferenze sostitutive.
C.G. Jung descrive la nevrosi come un sostituto della necessaria sofferenza dell’uomo per la propria esistenza. Chi crede di dover essere sempre il migliore e il più grande, di dover fare sempre tutto alla perfezione, sviluppa una nevrosi d’ansia. Oggi è possibile osservare svariate sofferenze sostitutive.
Uno soffre di mal di stomaco perché non sopporta che il mondo non vada secondo i suoi desideri e perché si tiene dentro la rabbia per questa delusione. Un altro ha un infarto perché fugge se stesso rifugiandosi in un’attività frenetica. Tutte le vie di fuga dalla sofferenza portano a nuove sofferenze, a sofferenze sostitutive.

Durante la Settimana santa contempliamo la sofferenza di Gesù per riconciliarci con il fatto di essere deboli e mortali, osteggiati e minacciati da altri, destinati a morire. Ciò ci rende umani e ci libera dal timore profondo di non poter essere uguali a Dio, come pure dalle sofferenze sostitutive che non ci aiutano interiormente.

Il secondo motivo per cui la Chiesa ci mette di fronte alla Passione di Cristo è che in essa possiamo ritrovarci. Ripercorriamo la sua Via crucis e scopriamo che sono le stazioni della nostra stessa vita.
Nella sofferenza di Gesù diventa ammissibile anche la nostra; non dobbiamo più reprimerla, non dobbiamo più sprecare energie per apparire forti quando invece stiamo male. Non dobbiamo più muoverci accuse se siamo in conflitto con noi stessi. Possiamo avere dei problemi, possiamo essere malati. Non siamo costretti a essere sani e normali. In Gesù vediamo che c’è spazio presso Dio per la nostra sofferenza.

C’è un ultimo motivo che induce la Chiesa a celebrare la Passione di Cristo. Ci mostra che nella nostra sofferenza non siamo soli, bensì in compagnia di Cristo. Il dolore ci lega a lui. Chi soffre spesso si sente solo, escluso dalla cerchia dei sani, isolato. È un’esperienza comune a chiunque abbia un male incurabile. La gente lo evita e lui stesso ha paura di essere di troppo, perché turba il benessere altrui.
La celebrazione della Passione ci mostra che la nostra sofferenza ci avvicina a Cristo, anzi è la via per incontrarlo, per essere un tutt’uno con lui. La comunione con Cristo ci dà la forza di sopportare la nostra situazione. Non dobbiamo sentirci esclusi dalla vita o falliti a causa della nostra sofferenza, bensì ci sperimentiamo come persone toccate da Dio, che ci crede capaci di soffrire con Cristo, per essere anche glorificati con lui.

A. Grün – M. Reepen, L’anno liturgico come terapia, Paoline 2007

Con s. Paolo

sanpaoloSofferenza e successo
Signore, prendo coraggio dal fatto
che le contrarietà
si sono risolte piuttosto a vantaggio
del tuo vangelo.
Tanti, infatti, di quelli che sono stati con me,
in te hanno riacquistato coraggio
guardando le mie catene
e la forza che mi hai data per portarle.
E ora essi osano, senza paure, dire la parola di Dio.

Sei proclamato tu, Cristo,
e di questo mi rallegro.
Sì, e mi rallegrerò.
So infatti che tutto
questo risulterà in salvezza,
mediante la preghiera di amicie il soccorso del tuo Spirito.

Viva è la mia attesa e la speranza
che in nulla rimarrò confuso,
ma in tutta franchezza, come sempre anche ora,
tu, Cristo, sarai considerato grande
nel mio corpo,
sia per la morte che per la vita.

Perché vivere, per me, sei tu, Cristo
e morire è un guadagno.
Se hai deciso di donarmi di vivere nella carne,
questo, per me, significherà un lavoro fruttuoso;
ma cosa dovrò scegliere non lo percepisco.
Sono infatti costretto da due cose,
avendo il desiderio di essere sciolto
e essere con te, Cristo,
e di molto sarebbe la cosa migliore;
ma possono esserci alcuni che hanno bisogno
di me vivo

e se è cosi, rimanere nella carne
è più necessario per loro.
È tua la decisione, Signore.
Per quanto sta a me son pronto
a restare
e continuare con tutti loro,
per il loro progresso
e la gioia della loro fede.

Fa’ soltanto che il nostro stile di vita
sia all’altezza del tuo vangelo,
e restiamo spiritualmente uniti,
con una sola anima,
combattendo fianco a fianco
per la fede del vangelo,
senza essere atterriti in nulla
dai nostri avversari.
Ci sia dato per te, Cristo,
non solo di credere in te
ma per te di soffrire,
sostenendo la stessa lotta (Filippesi, 1,12-30).

P. Hilsdale, Nel Signore Gesù. Preghiere dalle Lettere di Paolo, Paoline 2004

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