Occhi, volti, sorrisi che graffiano il cuore… Mons. Montenegro racconta il suo viaggio in Africa


montenegro_africaDi ritorno dal primo viaggio missionario presso la parrocchia di Ismani in Tanzania, abbiamo raccolto le impressioni di mons. Francesco Montenegro.
Asante… karibu… sono le parole più ascoltate nel mio viaggio in Tanzania. Esprimono gratitudine ed anche saluto, e sono sempre accompagnate da sorrisi e calorose strette di mani. Cordialità che mi accompagna lungo tutto il viaggio.
Indistintamente, adulti e piccoli, si avvicinano e mi regalano accoglienza e gratitudine. Mi sento abbracciato dai loro sorrisi, che spiccano sulla loro pelle scura. Sorrisi che però non riescono a nascondere o cancellare il velo di tristezza che traspare dai loro occhi e dai loro volti.

Quando i bambini si fermano, dopo un po’, il loro viso denuncia una tristezza che mi si appiccica addosso e mi accompagna lungo tutto il viaggio africano. E questo vale anche per gli adulti. Porto dentro il volto di un anziano, non so se ancora malato o convalescente, che, nella sua capanna, consuma il pranzo (pane ed acqua) in compagnia di decine di mosche che tentano di rubare un po’ del suo cibo e di entrare nel suo bicchiere, e che lui allontana con gesti lenti e stanchi. I suoi occhi parlano, e tanto.
O il volto della ragazza, seduta vicino al fuoco, con l’anziana madre e i fratellini, che fissa i nuovi arrivati, non comprendo se è imbarazzata o incuriosita, ma senz’altro offre un volto segnato da grande tristezza che non si addice ai tratti di una giovane donna.
I villaggi sono formati da capanne di fango rosso con tetti di paglia, solo alcune l’hanno di lamiera. Sono casupole (non so se possono definirsi così) senza luce, senz’acqua che accolgono contemporaneamente persone ed animali, illuminate la sera da fuocherelli attorno a cui sedersi (si è in montagna e la temperatura non è afosa), collegate da strade sterrate e polverose di terra rossa. Strade percorse da fuoristrada o da piccoli sobbalzanti colorati autobus stracolmi o da carri trainati da buoi o asini altrettanto stracolmi, o percorsi da uomini, non sempre giovani, che quasi incredibilmente, giocando d’equilibrio e di muscoli, trasportano di tutto sulle loro biciclette: sacchi stracolmi, fasci di legna, oggetti vari, o da bambini e donne che a piedi, e anche loro giocando d’equilibrio, trasportano sulla testa, anche per chilometri, contenitori di plastica ripieni di acqua, che a differenza di quella che beviamo noi, non è incolore, inodore e insapore.
Sono immagini che si susseguono incalzanti e che entrano dentro riempiendomi di interrogativi a cui non è facile dare risposta.
E dire che già alla partenza sapevo di andare in missione e non a fare un giro turistico.
Mi sento un vuoto dentro. E lo sento pure quando li vedo festosi che all’inizio dei villaggi accolgono ‘baba ascofu’ (il Vescovo) e mi coinvolgono e mi accompagnano, cantando e danzando, in chiesa. Anche le celebrazioni, al contrario di molti nostri riti, sono piene di gioia, e li vedi là, in chiesa, molti dopo un lungo cammino, seduti, le donne da una parte e gli uomini dall’altra. I bambini che invece non trovano posto sui banchi, ammassati, sono seduti per terra e accompagnano con i movimenti del loro corpo i canti che il coro e molti dei presenti innalzano pregando. Però anche qui, in momenti di sosta e di silenzio, avverto e vedo la presenza di questa amara compagna che è la tristezza.
L’impressione di estraneità, dovuta soprattutto alla non conoscenza della lingua, viene confortata e alleggerita da don Angelo che tutti avvicinano e che con sicurezza, qualche volta sorridendo ma anche con fare deciso, dà indicazioni, prepara le celebrazioni e partecipa, come uno di famiglia, ai vari momenti di vita della comunità.
Improvvisamente scompare e lo trovo sotto un albero a confessare o a dialogare con qualcuno che gli chiede aiuto o gli confida qualcosa della sua vita. Se non fa questo, lo vedo scherzare coi bambini che gli stanno attorno come si sta con chi si sente voluti bene o a cui si vuole bene. È festa per i piccoli quando si distribuiscono caramelle o biscotti, le mani si tendono e si intrecciano, gli occhi sono lucidi di sorpresa e i gridolini tentano di attirare l’attenzione dei due seminaristi agrigentini che li distribuiscono. Qualcuno riesce, con un po’ di scaltrezza, ad averne di più: i bambini si rassomigliano tutti, in qualunque parte del mondo.
Mi ritrovo a sorridere con loro e per loro. Il mio sorriso però si spegne quando, girando ancora lo sguardo dalla loro parte, non vedo più solo piccole mani che si tendono ma anche mani grinzose di adulti, anche anziani, che gareggiano, spesso vincenti, coi bambini. Non mi sarei mai aspettato questa scena e mi fa male il sorriso anziano di adulti che denuncia l’essere riusciti a conquistare una caramella o un biscotto, dico una caramella o un biscotto!
I giorni si susseguono veloci, benedico due nuove chiese costruite grazie alla generosità di due sacerdoti agrigentini e ne vedo altre due in costruzione. Incontro il Vescovo Tarcisius e con lui mi intrattengo a parlare dei futuri rapporti tra le Diocesi di Agrigento ed Iringa.
Resto ammirato dall’impegno dei nostri volontari e delle due ragazze del servizio civile, li vedo tutti, animati di spirito di carità e di altruismo, a servizio di questi fratelli. Rivedo p. Vincent che ha lasciato da poco Lampedusa, apprezzo la delicatezza e timidezza del Vice parroco, p. Vitalis, e vado a visitare la comunità “Cristiani nel mondo”.
Tra sorprese e scoperte finiscono i giorni africani.
Torno a casa, non me la sento di affermare che sono soddisfatto, ma stanco sì, soprattutto ferito da questa esperienza.
Sono certo che questo viaggio non resterà solo un ricordo che si sbiadirà col tempo, perché quegli occhi, quei volti, quei sorrisi, i bambini dell’orfanotrofio di Numba Yetu, quelle rosse capanne, hanno graffiato il mio cuore di uomo e di Vescovo e sono entrati dentro.
Ma soprattutto perché non penso che sia facile rispondere od addomesticare quell’interrogativo che da quei giorni mi accompagna:
‘Perché Signore tanta povertà? E io che posso farci?’
Non ho avuto risposta, anche se avrei bisogno di sentirla, ma ogni qual volta queste domande rimbalzano dentro di me, rivedo i colori delle albe e dei tramonti – pennellate sempre nuove della mano di Dio – o gli alberi solenni come i baobab – sculture di mano divina – o la bella e incontaminata natura, ricca di animali, anche feroci, di colori e di odori, che gli uomini non sono riusciti ancora a violentare.
Forse queste immagini sono la risposta.
La bellezza sfigurata di quei volti e quella trasfigurata della natura, sono insieme teofania di Dio.
È Dio che contemporaneamente mi tende la mano invitandomi a non lasciarlo solo e chiedendomi di fare la mia parte perché in terra africana, ma anche altrove, vuole vivere dignitosamente e con l’altra mano mi carezza e avvolge con quella bellezza che vorrebbe entrasse di più nella mia vita (dove c’è posto per la bellezza c’è posto per l’amore). Le due mani di Dio, che posso stringere in quelle dei fratelli o guardando stupito in alto e attorno. Dio che in un modo e nell’altro mi parla. Tocca a me darGli la risposta. 
Marilisa della Monica,  L’amico del Popolo, 27 settembre 2011

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