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Una questione di sguardo


Un corpo, veicolato sempre allo stesso modo, senza rispetto, come fosse oggetto. Questo sono oggi le donne sui media italiani. Occorre una nuova narrazione del mondo femminile, una narrazione che chiami le donne per prime a pretendere il diritto a un’informazione corretta, che non ricorra sempre e solo al feticcio del sesso-totem. Per questo è nato il Tavolo Donne nei Media. Per questo iniziamo, tutte insieme, un percorso verso una notizia di genere libera da stereotipi e maschilismi.

nella_condorelli«Quella che vedete non è una escort (…), e al contrario della escort ha un prezzo fisso per tutti e anche con fattura (…)». Così, con queste parole, mentre sullo schermo passa una donna in tacchi alti, che dondola una borsetta passeggiando su un marciapiede a fumetti, una nota fabbrica italiana di automobili pubblicizzava, nello scorso dicembre, una delle sue vetture più conosciute e diffuse. Una vettura per le famiglie, un’utilitaria tra le meno costose, di quelle che vedi posteggiate nella nostra vita quotidiana di italiani e italiane, con le coppie al volante, i ragazzi e le ragazze, gli amici, i parenti, i nonni. E i bambini e le bambine sul seggiolino dietro, il nasino sui vetri che lasciano scorrere le strade di ogni giorno, le case, le scuole, i semafori, i municipi, i monumenti, le chiese, la valle e i fiumi, le montagne e il mare di questa nostra magnifica Italia.

Per raggiungere questo pubblico, i creativi dello spot in questione hanno scelto parole come “escort”, “prezzi” e “prestazioni”,schiacciando ambiguamente l’immagine di una vettura su un corpo di donna nelle strade della prostituzione. Un corpo usa e getta, deprivato del valore della sua umanità, e certo anche del dolore che questa strada produce, un corpo in vendita a valore zero.

Va da sé che associazioni femminili, donne singole, giornaliste, mondo del volontariato, e con loro molti uomini, sono insorti chiedendo all’azienda l’immediato ritiro della pubblicità, nel frattempo diffusa a tappeto dalla tivù pubblica e privata, mentre su Facebook il dibattito si è arroventato in un batter d’occhio, dilagando dai gruppi di denuncia delle pubblicità sessiste a tutta la blogosfera.

Si scopre così, grazie alla buona volontà di alcune internaute, che di questa pubblicità non c’è traccia negli spot prodotti dalla stessa azienda per il mercato estero, per quello americano, per esempio, dove da qualche tempo si sono trasferiti gli interessi economico-finanziari del Gruppo. Anzi, che in nessuna delle pubblicità destinate al pubblico internazionale si ritrovano parole e immagini sessiste, gratuitamente volgari, lesive della dignità e della libertà femminile.

Che cosa spinge dunque i creativi nostrani a continuare a proporre in Italia corpi di donna come pezzi di carne, nella quasi totalità dei casi? Nonostante le proteste e le richieste delle e degli utenti. Trincerandosi anzi dietro silenzi arroganti e presunte ironie, che ignorano quando non censurano (come peraltro avvenuto nel caso che abbiamo appena raccontato, con l’azienda che cancella dalla sua pagina Facebook ogni commento sulla pubblicità riservata al pubblico italiano e quella prodotta per la gente fuori dai confini d’Italia…).

Nuove narrazioni

Una questione di sguardi. Anzi, di sguardo, quello di un maschile che qui, da noi e per noi, preferisce trascinarsi inerte su stereotipi e pregiudizi, perpetuando un immaginario antico, incentrato su un’idea patriarcale della proprietà del corpo femminile e della relazione tra i due sessi, che lo strapotere anche politico della televisione commerciale ha dilatato per anni, deprivando nei fatti le donne del diritto ad essere rappresentate come soggetto eguale e libero. Il feticcio del sesso-totem, raccontato dal buco della serratura, ne è una conseguenza immediata. E mentre si allarga progressivamente la frattura che questo sguardo antistorico, e oscuramente politico, genera nella società italiana, le sue ricadute si verticalizzano tra i gruppi sociali, coinvolgendoli in un balletto di continui oscuramenti della realtà che da una parte gli impedisce di riconoscersi nell’attualità delle sfide culturali, e dall’altra perpetua la cattiva e parziale narrazione della società, amputata della sua ricca articolazione. L’assuefazione di un pubblico sempre più stanco si riflette anche nello stress di una società costretta come una farfalla che non trova la strada per uscire dal bozzolo…

»»» vai all’articolo completo

Nella Condorelli, cambonifem, 1 gennaio 2012

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