Il “lebbroso” quotidiano


VI Domenica – Tempo Ordinario – Anno B

Oggi resiste, e forse aumenta, la durezza del cuore che porta a dire: “Poveretto!”, e a passare oltre… Bisogna invece coltivare, testimoniare, annunciare la compassione, il coraggio di Gesù di “toccare” anche quando, per le incrostazioni farisaiche e rabbiniche, non si dovrebbe.

Letture: Lv 13,1-2.45-46 Sal 31; 1 Cor 10,31-11,1; Mc 1,40-45

lebbroso_guarito_lv_febb2012Se non ci fosse il brano del vangelo di Marco a fare da contrappeso, le disposizioni di Dio a Mosè e Aronne nei confronti dei lebbrosi suonerebbero terribili e addirittura scandalose. Ascoltiamole:
Il lebbroso colpito da piaghe porterà vesti strappate e il capo scoperto; velato fino al labbro superiore, andrà gridando: “Impuro! Impuro!”. Sarà impuro finché durerà in lui il male; è impuro, se ne starà solo, abiterà fuori dell’accampamento”.
Parole terribili! Come può Dio ordinare di trattare in modo così duro dei poveri disgraziati che dovrebbero essere i suoi prediletti? Non possiamo cavarcela dicendo che l’autore del libro attribuisce a Dio quelle che, in effetti, sono decisioni del legislatore umano perché, se così fosse, potrebbero non essere parole di Dio anche quelle dei Dieci Comandamenti. La spiegazione vera e sincera è che Dio non è un “politicamente corretto” che dice cose carine senza preoccuparsi delle conseguenze, ma invita gli uomini a fare la sua volontà, tenendo conto della possibilità concreta che questa venga fatta.
In altre parole: Dio è un papà intelligente e amoroso che non chiede al figlio di sei anni le stesse cose che può esigere da quello di diciotto. Al tempo in cui il legislatore, ispirato da Dio, emanava le norme sui lebbrosi, cosa si poteva fare per evitare il contagio se non isolarli in maniera decisa? L’alternativa sarebbe stata la loro immediata eliminazione. Queste norme che a noi sembrano durissime esprimevano in realtà l’attenzione possibile in quel tempo verso quei poveretti.
Con il suo gesto compassionevole (“ne ebbe compassione”) e contestatario (“tese la mano, lo toccò”: i lebbrosi non potevano toccare ed essere toccati, e il poveretto poteva benissimo essere guarito soltanto con la voce, come in tanti altri casi), Gesù, oltre a superare la rigidità delle norme dentro alla quale si erano imprigionati gli scribi e i farisei, ribadisce ciò che deve sottostare alle norme che possono e devono variare a seconda dei tempi e delle risorse disponibili: la compassione verso ogni figlio di Dio. La compassione nel suo significato profondo che non è sentimentalismo perbenista, ma disponibilità concreta a vedere, farsi vicino, intervenire subito con le proprie possibilità, preoccuparsi della soluzione del problema. La compassione che Gesù ci chiede è quella del samaritano: “Va’ e anche tu fa’ così” (Lc 10,37).
Cosa possiamo fare, oggi, per i lebbrosi?…

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