Malattia… senso della vita umana e cammino dello spirito


MALATTIA, LIBERTÀ, UBBIDIENZA (c. M. Martini)

fiori_acquaL’unico modo in cui la malattia potrebbe essere vissuta,
e non semplicemente attraversata
come tempo morto dell’esistenza umana
sarebbe quello che consentisse di riconoscervi un senso,
un’indicazione positiva per il cammino dello spirito,
pur nella paralisi delle membra,
nella passione e nell’umiliazione della carne.
Riconoscere un senso di questo genere nella malattia
è certamente possibile, ma a patto che
sia rimesso in questione il senso della vita umana.
Per riconoscere
come anche e soprattutto dalle cose patite
prenda alimento la libertà dell’uomo è necessario prima
che si riconosca come ogni libertà umana
abbia inizio nel segno dell’ubbidienza.
Quando l’uomo impara a superare una visione possessiva
e in sé compiuta dei beni terreni,
allora egli pure impara a credere e sperare
anche al di là dello svanire dei medesimi beni.
Lo svanire della salute non conduce all’avvilente conclusione
che la vita è ormai impossibile,
ma conduce piuttosto ad invocare e a sperare
una salute o una salvezza che raggiunge l’uomo quando egli
ha ormai congiunte le sue mani inoperose.
Lo svanire della possibilità d’ogni parola esplicita e chiara,
di ogni comunicazione facile e disinvolta
non conduce alla rassegnazione disperata
nei confronti della solitudine,
ma conduce piuttosto al pensiero e alla ricerca
di quella comunione più perfetta e misteriosa
alla quale aspirava ogni parola umana,
senza mai riuscire a raggiungerla.
L’incomunicabilità, che si manifesta dolorosamente
e incontrovertibilmente nel rapporto con persone sofferenti,
è presente e latente in ogni comunicazione umana:
che si possa, nella fede e nella speranza,
sfidare questa incomunicabilità
quando essa si rivela in forme estreme e dolorose,
è condizione irrinunciabile
perché si possa credere anche nella comunicazione
tanto imperfetta dei rapporti umani nei tempi ordinari della vita.
L’uomo non è padrone di se stesso,
delle sue parole e delle sue opere, del suo destino e della sua vita.
In questa luce si comprende come egli
non possa mai disporre per sé la morte,
mai possa concludere:
ora basta, non ha più senso che io rimanga qui a soffrire;
oppure: non ha più senso che lui rimanga qui a soffrire.
L’uomo che rivendica per sé tale giudizio
è insieme l’uomo che proclama la propria disperazione.
La passione estrema della malattia mortale
è esperienza umana nella quale misteriosamente
si prova la suprema libertà:
la libertà della fede
e non quella delle opere.
Cardinale Carlo Maria Martini

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