Oltre la paura delle porte chiuse… Gesù sta in mezzo a loro Gv 20,19-33


apostolia-13-04Dice il Vangelo di Giovanni:
«La sera di quello stesso giorno, il primo dopo il sabato, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù» (Gv 20, 19)
Queste parole ci descrivono le circostanze di tempo e di luogo in cui Gesù si è presentato vivo dopo la Risurrezione, ai suoi discepoli.
Si è presentato «la sera di quello stesso giorno, il primo dopo il sabato, mentre erano chiuse le porte Non senza motivo l’evangelista accumula qui una serie di dettagli, di particolari:
la sera, la sera di quello stesso giorno, il primo dopo il sabato, con le porte chiuse.
Che cosa vuole evocare l’evangelista con queste indicazioni?
La sera è certamente il momento della tristezza e della solitudine.
Eppure è «la sera di quello stesso giorno, il primo dopo il sabato».
E con queste parole l’evangelista si riferisce a tutto ciò che è stato detto nel cap. 20 fino a quel punto. È il giorno in cui Maria Maddalena è andata alla tomba, ed il racconto comincia appunto con le parole «il primo giorno dopo il sabato» (Gv 20, 1).
È la sera della tomba vuota, la sera dell’annuncio, la sera della Risurrezione.
Eppure, ci dice l’evangelista, si trovavano «con porte chiuse per timore dei Giudei».
C’è un’atmosfera di paura. Non è bastato l’annuncio, non bastano i segni, ci vuole qualcosa di più.
La paura è espressa con l’immagine delle porte chiuse: paura e chiusura vanno insieme.
Mentre la gioia è la madre della comunicazione, dell’apertura, dello slancio verso gli altri, la paura è l’origine della chiusura su di sé.
È in questa situazione che Gesù viene. Anzi il testo dice: si ferma in mezzo ai suoi.
È nuova questa espressione nel Vangelo: «Gesù stette in mezzo».
Gesù si mette in mezzo alla sua Chiesa, la consola nella sua paura con l’annuncio di pace.
Come potremmo oggi esprimere nel nostro linguaggio questa paura che teneva gli apostoli barricati? Paura dell’ambiente che ci circonda,
paura della cultura dominante,
paura di apparire diversi, strani, nuovi,
paura di essere perseguitati o derisi,
paura di esprimere liberamente e coraggiosamente quel messaggio che sta dentro,
paura di lasciar scoppiare in sé la forza del Vangelo, comportamento guardingo, sospettoso, nascosto.
Dice il Vangelo che Gesù si fermò «in mezzo a loro».
Non dunque in alto, come avrebbe potuto fare mostrando la sua superiorità;
non da un lato, come giudicandoli, ma «in mezzo a loro», al loro livello, in una parità di rapporto, in una fraternità di per se stessa significativa.
Proseguendo la lettura di Giovanni troviamo che Gesù esclamò: «Pace a voi».
La parola di Gesù non è una parola ovvia né scontata.
Avrebbe potuto piuttosto presentarsi con parole di rimprovero, con parole accorate:
«Perché mi avete abbandonato, uomini di poca fede?
Dove sono tutte le vostre promesse?
Dove sei Pietro, che mi gridavi fedeltà fino alla morte?»;
Gesù avrebbe potuto farli arrossire, umiliarli, svergognarli, scuoterli, e lo fa, ma con questa dolcissima parola:
«Pace a voi».
Parola di incoraggiamento, parola di misericordia, parola di fiducia.
Il testo ci dice ancora che Gesù «mostrò loro le mani ed il costato»,
cioè mostrò loro le sue stigmate, le sue piaghe.
«E i discepoli gioirono al vedere il Signore».
Non si spaventarono, non provarono ribrezzo per i segni della Passione, per le piaghe,
ma gioirono per la gioia del Crocefisso Risorto.
Cardinale Carlo Maria martini

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