Rimanere in Gesù (Gv 15,1-8)


5a domenica di Pasqua – anno B

Per Gesù noi non siamo una parte della vite, con una propria consistenza rispetto al tronco, ma siamo inseriti nel tutto che è lui. I suoi discepoli devono diventare lui cioè vivere come lui è vissuto.

Letture: At 9,26-31; Sal 21; 1 Gv 3,18-24; Gv 15,1-8

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“Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla”. Questa frase del vangelo è una di quelle strausate per prediche e meditazioni. Forse, però, non sempre con l’attenzione necessaria per capire l’effettiva profondità del testo. Vediamo se è possibile recuperare.

“Io sono la vite, voi i tralci”. Gesù non dice, come sembrerebbe logico: “Io sono il tronco voi i tralci”, ma: “Io sono la vite, voi i tralci”. Cioè, egli è tutta la vite, tralci compresi. Noi, quindi, per Gesù non siamo una parte della vite con una propria consistenza rispetto al tronco, ma siamo inseriti nel tutto che è lui. Staccati da lui serviamo solo per fare fuoco. Al di fuori dell’esempio: Gesù afferma che i suoi discepoli devono diventare lui.

Come realizzare questa comunione? Ce lo indica l’evangelista Giovanni con l’esortazione: “Figlioli, non amiamo a parole né con la lingua, ma con i fatti e nella verità”. Due domeniche fa ce lo aveva detto in termini anche più espliciti: “Da questo sappiamo di averlo conosciuto: se osserviamo i suoi comandamenti. Chi dice: «Lo conosco», e non osserva i suoi comandamenti, è bugiardo e in lui non c’è la verità. Chi invece osserva la sua parola, in lui l’amore di Dio è veramente perfetto” (1Gv 1-5). Nota bene: “conoscere” nel linguaggio biblico non significa apprendere nozioni, ma entrare in comunione.

Ma cosa significa diventare lui? Gesù ormai è risorto, siede “alla destra del Padre” e i nostri occhi non possono più raggiungerlo.
Questa domanda esige una risposta attenta, altrimenti rischiamo di ridurre il nostro essere in lui a qualcosa di spiritualistico, di astratto, di ininfluente per la nostra vita reale. Il Verbo, fatto “carne”, ha vissuto tra noi, come noi, e noi sappiamo come egli ha interpretato la sua esperienza terrena. Gesù è stato leale, coraggioso, generoso, sempre disponibile agli altri, vicino ai più deboli e bisognosi, giusto, misericordioso. Essere in lui significa perciò vivere come lui è vissuto. Se non lo imitiamo nella concretezza della vita, rischiamo la deriva nel “santi in chiesa e diavoli in casa”. E infatti, lo scandalo più grave che possiamo dare – e che spesso diamo – è essere persone pie e devote che non perdono una preghiera e una Messa, ma non praticano la giustizia, la pace, la misericordia, la lealtà, la gratuità.

Attenzione, allora! Per essere traci della vite “Gesù”, la nostra vita nella “carne” deve tendere e essere come la sua. La nostra comunione con lui non si realizza soltanto nella preghiera e nelle pratiche religiose, ma nei comportamenti quotidiani.
Riflettiamo: se tutti i cristiani che pregano, che partecipano alla messa della domenica, che si ritrovano nelle parrocchie, nei gruppi, nei movimenti, nelle associazioni, che affollano i pellegrinaggi fossero tralci nella “vite Gesù”, se la loro vita concreta fosse come quella del loro Maestro, l’Italia sarebbe un paese dalla moralità così bassa?

Veniamo alla seconda affermazione: “Senza di me non potete far nulla”.
Nulla! Nemmeno cose di poco conto, soltanto nulla, zero, niente. Non è facile prendere sul serio questa affermazione di Gesù, perché la nostra esperienza ci dice che possiamo benissimo cavarcela senza di lui, tant’è vero anche chi non lo conosce o lo rifiuta, fa soldi, successo, carriera…

Come la mettiamo?…

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Un pensiero su “Rimanere in Gesù (Gv 15,1-8)

  1. “Senza di me non potete far nulla”.

    Finalmente ho chiaro il significato di queste parole. Devo quindi mettermi nell’ottica di Gesù e guardare “tutto ” dal Suo punto di vista e avere come obiettivo il raggiungimento della vita eterna.
    Senza di lui possiamo fare tutto per quaggiù, NULLA per la vita eterna. Ciao Ele.

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