Più coraggio per "saper vedere" dietro le sbarre



libertaSabato e domenica scorsa sono tornato a Genova per le elezioni amministrative e per festeggiare con i miei compagni di seminario i 20 anni di sacerdozio. Ogni volta che torno a casa ho la possibilità di incontrare di persona amici con i quali mi sento solo via telefono o via web. Ho incontrato giovani e coetanei; molti di loro sono preoccupati; tutti, in famiglia o fra i parenti, vivono situazioni di difficoltà economica, esistenziale, affettiva; sembra quasi che questo tempo di crisi getti un velo di tristezza su ogni cosa; in questa situazione la fede in Gesù risorto, nostra speranza, deve illuminare in modo ancora più splendente. Questo tempo di sofferenza è un’opportunità per le nostre comunità cristiane, per le nostre parrocchie, le nostre associazioni, le nostre diocesi, i nostri gruppi, i nostri istituti.
Personalmente sento questo tempo come una sfida che diventa una domanda: vivo veramente il comandamento dell’amore per il prossimo oppure il “prossimo” in realtà è un “lontano”? Questo è il tempo della verità, della fraternità vera, della condivisione del tempo e delle energie, del mettere in comune i beni materiali; è il tempo della prova per le nostre comunità cristiane per valutare se amiamo “solo a parole, con la lingua o anche nei fatti e nella verità”; sono sicuro che lo Spirito Santo ci aiuterà a cogliere questo tempo di grazia e a rendere ancora più efficace e concreta quest’energia d’amore che nasce dall’Eucaristia celebrata insieme, ogni domenica e ogni giorno.

Fra le persone che ho incontrato c’è Alessio (nome di fantasia), un mio compagno di giovinezza, cresciuto con me, con la mia stessa educazione, vissuto nel mio stesso ambiente. Ad un certo punto, intorno ai 20 anni, ha preso la strada della droga. Il 25 aprile è uscito dal carcere, dopo 4 anni e 8 mesi trascorsi in cella e in comunità. In questi anni ha contratto il diabete; è gonfio e intontito dalle dosi massicce di psicofarmaci; è praticamente senza denti; quando ci siamo incontrati mi ha raccontato come si vive in una cella di pochi metri quadrati, pensata per quattro persone e abitata da 7-8 carcerati. In cella si cucina, si fanno i propri bisogni fisiologici. Ogni giorno è possibile uscire dalla cella per un’ora. Per circa due anni non è mai uscito dalla cella per l’ora d’aria perché, avendo litigato con alcuni detenuti, temeva di essere minacciato e picchiato. Negli ultimi mesi ha avuto la possibilità di essere trasferito in una comunità. In ogni cella c’è un fornelletto per cucinare qualcosa di diverso da ciò che viene preparato dalle cucine del carcere; in cella si cucina se c’è qualcosa a cucinare, se qualcuno, da fuori, si ricorda dei detenuti e fa giungere loro un po’ di cibo o qualche soldo per acquistare generi alimentari allo spaccio del carcere. Fortunatamente alcune associazioni aiutano i carcerati. I detenuti non si vedono, sono al chiuso, lontani dagli occhi e, purtroppo, talvolta, lontani dal cuore.

In un viaggio fatto con alcuni giovani nella Repubblica Democratica del Congo abbiamo visitato un carcere; là nessuno preparava il cibo per i detenuti; le comunità cristiane cattoliche e protestanti, a turno, ogni settimana, forse ogni giorno, portavano il cibo ai carcerati.

Le possibilità di amare sono tante, oggi ancora di più; ti chiediamo Signore di avere occhi per saperle vedere, un cuore coraggioso per amarle, braccia e gambe per affrontarle concretamente.

Don Nicolò Anselmi, in gmgrio2013.it, 10 maggio 2012

Annunci