Genitori, figli e sport: parla Bruno Pizzul


Il giornalista sportivo racconta la famiglia, il lavoro e la festa in chiave sportiva.

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VII INCONTRO MONDIALE DELLE FAMIGLIE

Bruno PizzulD. Dal suo osservatorio di cronista sportivo come vede la rappresentazione della famiglia oggi?
«Si può fare una considerazione generale. Dal punto di vista degli atleti praticanti, di coloro che fanno sport attivo, è frequentissimo il caso di ragazzi che danno il meglio di sé, anche sotto il profilo dei risultati e della qualità della prestazione, dopo che hanno formato una famiglia. Soprattutto quando incominciano ad avere dei figli hanno un rendimento anche agonistico nettamente superiore e ulteriore dimostrazione che quando si crea un ambito familiare corretto, sereno e convissuto nella maniera giusta tutta la propria vita, la propria esistenza, ha un peso specifico un significato diverso»

D. Da giovane ha giocato in una squadra di calcio, questa sua scelta e passione sportiva ha suscitato perplessità in famiglia?
«Io sono figlio unico, mia mamma era assolutamente contraria non tanto che giocassi, ma che me ne andassi via da casa. Io sono friulano, da giovane sono andato a giocare a Catania, al sud e in altre città, quindi molto lontano dal Friuli. Mio padre, al contrario, era favorevole al fatto che io mi distaccassi da casa. Pur essendo andati d’accordo, mio papà e mia mamma avevano un rapporto diverso con me. Mio padre temeva che se io fossi rimasto a casa sarei stato troppo attaccato alle gonne della mamma, che era apprensiva e voleva inserirsi in tutte le mie cose. Ho vissuto personalmente questo momento diverso. Mio padre che mi spingeva ad andare via, mia mamma che voleva che restassi»

D. Come si è risolta la diatriba familiare ?
«Sono arrivato ad un compromesso familiare. Mia mamma ha accettato che giocassi a pallone e che me ne andassi, ma ho dovuto promettere che giocando avrei continuato gli studi e l’università, cosa che ho fatto. Quindi in qualche maniera sono riuscito a contemperare questa piccola diatriba familiare»

famiglia e sportD. In ambito sportivo è possibile conciliare l’attività sportiva con quella familiare, sia di chi pratica lo sport in forma professionale o dilettantistica, sia di chi tifoso vede l’offerta sportiva calcistica non esaurirsi nella sola domenica perché si prolunga per l’intera settimana a discapito di una sottrazione allo spazio della famiglia?
«E’ chiaro che una persona deve avere una sufficiente capacità di giudizio sportivo e di scelta per non farsi condizionare da tutte quelle che sono le offerte mediatiche, soprattutto della televisione. C’è magari qualcuno che continua a seguire tutto ciò che propone la televisione, ma anche i numeri dicono che dopo un po’ subentra la necessità di fare delle scelte. In quest’ottica sicuramente la grande offerta, soprattutto televisiva, può costituire un problema perché toglie la possibilità di dedicarsi ad altre cose e di non finire per essere pesantemente condizionati dalla televisione, che è grande strumento di comunicazione, ma a volte finisce anche un po’ per uccidere il proprio spirito critico oltre che per occupare tanto tempo»

D. Oggi che tipo di rapporto si è istaurato tra genitori, figli e sport?
«Negli ultimi tempi è diventato un poco particolare. Troppo spesso i genitori mandano i propri figli a fare sport, soprattutto a giocare a calcio – ovviamente non si può fare di tutta l’erba un fascio – ma è molto frequente il caso di genitori che mandano il proprio figlio a giocare al pallone come investimento economico a futura memoria, costringendolo a diventare bravo e un campione, pressandolo perché si impegni negli allenamenti anche a costo di tralasciare gli studi e le amicizie. Questo è un qualcosa che spesso ha degli effetti negativi. E’ sempre più frequente il caso di abbandono precoce di ragazzini che incominciano a giocare al calcio e dopo un po’ smettono proprio perché si sentono troppo costretti a diventare campioni. Una volta non era così! Anzi il ragazzo che giocava il più delle volte percepiva questo suo andare a giocare come una specie di conquista personale perché quando tornava a casa sentiva i rimbrotti della famiglia: “pensi solo a giocare, dai una mano in casa, studia un po’ di più” e così via. Oggi andare alla scuola calcio diventa quasi un obbligo anche per i ragazzi e quindi questo lo rende molto, molto meno divertente»

D. E’ possibile coniugare lo sport con la propria fede?
«Indubbiamente sì! Anche se la tendenza della comunicazione giornalistica sportiva è quella di mettere in prima evidenza quelle che sono le caratteristiche negative di qualche giocatore, o gossip, vicende gravi e via dicendo. In realtà conoscendo l’ambiente dal di dentro e avendo avuto in tanti anni la possibilità di entrare in contatto anche con molti campioni del calcio, ma non solo, ho verificato che sono tantissimi i ragazzi con una sensibilità religiosa, soprattutto perché hanno maturato le prime esperienze in oratorio poi hanno coltivato quel seme, hanno mantenuto una sincera spiritualità e una propria fede personale. Una cosa che se ne parla poco, un po’ perché tutti siamo abbastanza gelosi. Non è che amiamo far trasparire quelli che sono i nostri atteggiamenti di religiosità e molto perché non fa notizia. Il bravo ragazzo non fa notizia, lo scavezzacollo sì, quello che ha vizi, le morose, etc. In realtà sono tantissimi i ragazzi che pur vivendo in un mondo come quello dello sport professionistico, che non li aiuta a coltivare chissà quali valori, hanno dentro di sé questa religiosità che li aiuta molto spesso. Ed è anche abbastanza interessante verificare come per esempio nelle squadre di calcio professionistico si è venuto a creare una specie di microcosmo nel quale convivono ragazzi, sportivi, campioni di diversa cultura e diversa religione. All’interno di questi gruppi c’è una grande armonia e rispetto reciproco anche per quello che concerne le diverse religioni.

D. Come si comportano i giocatori italiani?
«Qualcuno dei nostri giocatori italiani, parlando di questo argomento, spesso dicono “ qualche volta ci viene da arrossire perché vediamo i nostri compagni di squadra di altre confessioni religiose che hanno molto meno pudori di noi a manifestare la propria religiosità”. Per esempio ad una determinata ora i musulmani pregano, mentre noi abbiamo qualche ritrosia a manifestare la nostra religiosità. E’ molto interessante questo aspetto»

D. Sulle figure di alcuni campioni sportivi mi sembra abbia scritto un libro…
«Assieme a mio figlio tempo fa abbiamo scritto un libro, si tratta di una raccolta di testimonianze. Il titolo del libro, che raccoglie una serie di interviste, ‘Credere nello sport’ ( In dialogo ) ha una doppia valenza. Credere nello sport come potenziale agenzia educativa perché se lo sport è praticato e gestito nella giusta maniera può diventare davvero un percorso educativo, al tempo stesso nel titolo è nascosta la domanda: ma è possibile manifestare la propria fede all’interno del mondo sportivo? Devo dire che le risposte raccolte sono state assolutamente interessanti, anche da parte di personaggi che apparentemente sembrano non siano dotati di una propria spiritualità particolare. Questo è un aspetto del mondo sportivo che andrebbe in qualche maniera approfondito con maggiore incisività»

da Family2012.it

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