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Giu
12

Dalla parte della vita (Mc 5,21-43)


13a Domenica – Tempo Ordinario – Anno B

Di fronte alla morte è inutile protestare… Serve combatterla, come ha fatto Gesù, sempre, in tutte le sue forme, comunque e dovunque essa si manifesti… La lotta alla morte è la carità più alta che ci è dato compiere, perché impegnarsi a favore della vita terrena significa costruirsi la vita eterna.

Letture: Sap 1,13-15; 2,23-24; Sal 29; 2 Cor 8,7.9.13-15; Mc 5,21-43

Dalla parte della vitaSicuramente qualche volta ci siamo detti: “Se l’avessi creato io, il mondo l’avrei fatto meglio”. Sono tante, infatti, le cose che non ci piacciono. Una soprattutto proprio non ci va giù: la morte. Questa non l’avremmo assolutamente creata. Poi, però, ragionando, capiamo che senza la morte non ci poteva essere nemmeno la vita, perché la terra sarebbe rimasta appannaggio dei primi fortunati, immobile, senza ricambio. Allora, visto che se vogliamo la vita, dobbiamo accettare anche la morte, ripieghiamo sull’idea che, sempre se fossimo stati al posto di Dio, l’avremo gestita meglio. Per esempio, non avremo fatto morire i bambini ma soltanto i vecchi, quelli che proprio non ne potevano più. Ma anche questa ipotesi non regge. Infatti, se fossimo certi della data della nostra morte, scomparirebbe il senso della responsabilità. Il bambino di otto anni potrebbe buttarsi tranquillamente giù dal terrazzo. Tanto… Il diciottenne potrebbe correre all’impazzata tra la folla con la sua moto. Tanto… Il quarantenne potrebbe correre a duecento all’ora in senso contrario sull’autostrada. Tanto… E se uno si mettesse a sparare all’impazzata sui bambini, cosa succederebbe? Le pallottole tornerebbero indietro? No. Anche la morte a scadenza fissa non è praticabile.

A questo punto, sembrerebbe che non ci rimanga altro che abbozzare, pregando Dio di non farci morire troppo presto, e di non farci soffrire troppo. Invece non è così, perché: “Dio non ha creato la morte e non gode per la rovina dei viventi. Egli infatti ha creato tutte le cose perché esistano. Sì, Dio ha creato l’uomo per l’incorruttibilità, lo ha fatto immagine della propria natura. Ma per l’invidia del diavolo la morte è entrata nel mondo”.

Non è Dio che ci fa morire, non è Dio che decide la data e il modo della nostra morte. Essa, così come la conosciamo – non come un passaggio sereno verso l’immortalità, ma con tutte le sofferenze e le paure che porta con sé – è opera del diavolo, del peccato. Essa arriva in seguito a una serie di coincidenze, di circostanze, di situazioni che scaturiscono dal comportamento nostro e degli altri, dal patrimonio biologico che abbiamo ereditato.

A questo punto sorge in noi inevitabilmente un’altra domanda: “Cosa fa Dio quando una sua creatura, creata per l’immortalità, attraversa il tragico passaggio della morte?”.

Per sapere come si comporta Dio, non abbiamo altra possibilità se non guardare Gesù che, da uomo come noi, l’ha incontrata e l’ha affrontata.

Ed eccolo Gesù di fronte a una delle performance più crudeli della nemica della vita: la morte di una ragazza dodicenne, cioè sul punto di raggiungere la pienezza della sua vita. Le ragazze ebree a dodici anni potevano essere avviate al matrimonio, cioè a fare figli, considerato il loro motivo di esistere.

“Non è morta, ma dorme”, dichiara Gesù, cioè: la vittoria della morte è solo apparente, perché Dio la recupera con il risveglio alla vita eterna. La morte è un sonno, un passaggio. Così, la prende per mano e in quel gesto ci indica ciò che avviene per tutti noi quando dalla vita provvisoria passiamo alla vita piena.

Non è facile credere al messaggio di Gesù, riproposto con il giovane di Nain, con l’adulto Lazzaro (tre età diverse della vita), e poi con se stesso. Non è facile, perché noi lo vorremmo visibilmente vicino a ogni ragazzina, a ogni giovane, a ogni adulto che muore. Non è facile, ma dobbiamo credergli e imitarlo, diventando come lui amanti della vita…

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