05
Lug
12

Dove sono i profeti? (Mc 6,1-6)


14a Domenica – Tempo Ordinario – Anno B

Oggi la liturgia ci chiama a riscoprire quest’altro dono dello Spirito Santo: il profetismo. I cristiani non possono non essere coloro che disturbano e inquietano tutto ciò che è appiattito sulla mentalità umana, sul conformismo, sull’abitudinario, sul banale, sulla chiusura ai grandi orizzonti di Dio. Tutti siamo in grado di farcela!

Letture: Ez 2,2-5; Sal 122; 2 Cor 12,7-10; Mc 6,1-6

Una frase di Martin Luther King molto cara a don PuglisiImmaginare Gesù che torna, oggi, nella sua Chiesa, tra i suoi, come a Nazaret, e non viene riconosciuto non è un’idea originale, perché sfruttata molte volte anche da scrittori di grandissimo spessore (basti citare Dostoevskij), ma il vangelo di questa domenica spinge in questa direzione.

Nei testi liturgici, nei documenti, nelle prediche si afferma continuamente che il Battesimo ci rende tutti, in Cristo, sacerdoti, re e profeti. Ma nella realtà? Il Sacerdozio è stato riservato ai preti. La regalità, cioè il compito dei pastori che guidano il gregge, è appannaggio dei vescovi e della curia romana. I profeti…  Questi poi non si sa bene nemmeno cosa siano.

Fino a quando il Concilio non aveva riavvicinato il popolo di Dio alla Bibbia, il profeta veniva identificato praticamente con l’indovino: colui che prevede il futuro. In questo senso erano pochissimi quelli che potevano ritenersi profeta, e quelli che dicevano di esserlo, erano in realtà imbroglioni.

Con il ritorno alla Bibbia, si è capito che il profeta è colui che, parlando a nome di Dio, stimola i credenti a guardare più in alto e più in là delle prospettive umane, sempre tentate di adagiarsi su ciò che è comodo, facile, privo di rischi e di imprevisti.

A questo punto, però, forse perché impressionati dalla grandezza dei profeti biblici: Elia, Geremia, Ezechiele, Giovanni Battista con al vertice Gesù, si è pensato che profeti possano essere soltanto i grandi campioni della fede che la Provvidenza ogni tanto suscita anche nel nostro oggi, come papa Giovanni XXIII, don Primo Mazzolari, don Milani, don Pino Puglisi…, e magari anche qualche laico come Giorgio La Pira. Ovviamente, però, senza famiglia, perché chi ha famiglia mica può rischiare di comprometterla. Sì, perché il profeta, parlando e agendo a nome di Dio, si ritrova inevitabilmente contro le aspettative della folla, e soprattutto di coloro che gli sono vicini, sempre pronti a dire: “Da dove gli vengono queste cose? E che sapienza è quella che gli è stata data? E i prodigi come quelli compiuti dalle sue mani? Non è costui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle, non stanno qui da noi?”. Con altre parole: “Chi si crede di essere?

Invece, insieme alla riscoperta e alla pratica del sacerdozio e della regalità, donati a tutti con il battesimo, è forse più urgente riscoprire quest’altro dono dello Spirito Santo: il profetismo. I cristiani non possono non essere coloro che disturbano e inquietano tutto ciò che è appiattito sulla mentalità umana, sul conformismo, sull’abitudinario, sul banale, sulla chiusura ai grandi orizzonti di Dio.

La riscoperta e, soprattutto, la pratica del profetismo è molto difficile, perché la sorte dei profeti non è rosea, come ci ricorda Ezechiele: “Io ti mando ai figli d’Israele, a una razza di ribelli, che si sono rivoltati contro di me. Quelli ai quali ti mando sono figli testardi e dal cuore indurito”. Oggi come ieri.

Non è difficile immaginare cosa succede quando nel posto di lavoro, tra gli amici, ma perfino nel palazzo o addirittura in famiglia ci si mette a fare il profeta. Non ti ascoltano. Ti ridono dietro. Ti prendo per matto. Ti escludono. Ma questa sorte non dispensa dall’impegno: “Dice il Signore Dio: Figlio dell’uomo, io ti mando ai figli d’Israele… Ascoltino o non ascoltino, sapranno almeno che un profeta si trova in mezzo a loro”. Perciò dobbiamo armarci di coraggio, stimolati dalla nostra vocazione e dall’urgenza di profetismo nella nostra società, rassegnata al pensiero negativo, ai valori di piccolo cabotaggio, al “fanno tutti così”, al “che male c’è?”.

Se crediamo che il battesimo non è una cerimonia, ma una vera immersione in Cristo, sacerdote, re e profeta, dobbiamo credere che tutti siamo in grado di farcela.

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