Carlo M. martini e la malattia: Dialogo con mons. Bruno Forte


«Gli chiesi: come resisti alla malattia?
E lui:
facendo sempre il volere di Dio»

 

La sua lezione, più viva che mai, in famiglia cristiana, 31-8-12

bruno-forte_2855035Il ricordo commosso del vescovo teologo Bruno Forte: "Ci ha insegnato ad amare la morte come passaggio necessario per trovare la luce".

“Lo avevo incontrato proprio ieri sera. Era in uno stato molto debole, ma ha mosso con me le labbra nella preghiera”. Monsignor Bruno Forte, arcivescovo di Chieti-Vasto, teologo, grande amico del cardinale Carlo Maria Martini chiede qualche minuto prima di rispondere, con serenità a qualche domanda. Trattenendo l’emozione ricorda i lunghi discorsi. “Leggeva i miei libri e ne discutevamo. Tra noi c’è sempre stato un rapporto sincero e ci siamo sempre detti anche ciò che non condividevamo. Ma abbiamo sempre avuto una grande sintonia soprattutto nell’amore per la Bibbia”.
Un’amicizia che ha consentito di affrontare anche i temi come la malattia e la morte, “che non è la fine di tutto. Anzi, una persona come Martini ci ha insegnato che “la morte è un passaggio necessario, e che attraverso la fede è possibile trovare la luce”. Il cardinale Martini, conclude monsignor Bruno Forte, “ci ha insegnato ad amare la Bibbia e il Vangelo. E questo è un insegnamento che resta nel cuore delle persone. Le lacrime spontanee di tanta gente semplice nell’apprendere della notizia della sua morte ci dice quanto il suo insegnamento fosse penetrato nel cuore della gente. Anche per questo possiamo dire che oggi Martini è più vivo che mai”.

Annalisa Valle, Famiglia Cristiana 31 agosto 2012

carlo_maria_martini_eucaristiaMartini, l’arcivescovo Bruno Forte: «Ridicolo accusarlo di relativismo etico»
in Corriere della sera, 2 settembre 2012

«Qualche mese fa avevo chiesto a Martini come facesse a vivere tutte le prove e sofferenze fisiche legate alla sua malattia, e lui mi aveva risposto con queste parole testuali: cerco di fare in ogni momento la volontà di Dio».

L’arcivescovo Bruno Forte, grande teologo e amico del cardinale biblista, parla con un tono a metà fra la tristezza e lo sconcerto. «Si sono dette delle assurdità, del tipo che avrebbe voluto si staccasse la spina: ma non è mai stato attaccato a una macchina! Io l’ho visto più volte, in questi tempi, da ultimo giovedì pomeriggio: era sedato, ho detto il Padre nostro e le sue labbra si sono mosse con la mia voce. Un uomo totalmente obbediente a Dio, fedele alla sua volontà, e dunque un uomo che va rispettato anche nella profondità della sua coscienza, senza strumentalizzare il suo andare incontro al Signore».

Già, le strumentalizzazioni: «Ci sono due aspetti da mettere in luce. Primo, oggettivo: la morale cattolica ha sempre ritenuto da evitare l’accanimento terapeutico, e cioè l’uso sproporzionato dei mezzi curativi rispetto al beneficio effettivo.
Secondo, bisogna guardare al credente Martini: un uomo che mai, mai!, avrebbe voluto fare qualcosa che non fosse in piena corrispondenza con la volontà di Dio su di lui. E la vita per il credente, e quindi per il credente Martini, è un dono che viene da Dio e solo Dio può toglierci. L’accanimento terapeutico è una forzatura del disegno di Dio sulla persona, rifiutarlo è legittimo e giusto. E non significa assolutamente rifiutare la vita».

È vero d’altra parte che Martini rifletteva sulla complessità dei casi concreti, dove talvolta le distinzioni si fanno opache… «Sì, ma questo è un principio generale della decisione morale: sta sempre tra l’indicazione oggettiva della legge di Dio e la situazione concreta dell’uomo. Ciò che va evitato sempre è un doppio rischio: da un parte il relativismo morale, che è quanto di più lontano ci sia dalla fede in Dio; e dall’altro una sorta di automatismo, di meccanicismo della morale». E qui il tono del teologo Bruno Forte suona indignato: «C’è chi ha voluto attribuire un relativismo morale a Martini, con un’interpretazione distorta dell’"indifferenza" di sant’Ignazio di Loyola: che invece è l’esatto opposto del relativismo, perché l’indifferenza ignaziana significa proprio essere indifferenti ai nostri gusti per essere obbedienti alla volontà di Dio!».
L’attenzione alla situazione concreta, al caso singolo qui e ora, è qualcosa di profondamente diverso sia dal relativismo che dal «meccanicismo» etico: «La morale è sempre per la persona e il discernimento morale è uno degli impegni più delicati che si possano mettere in atto. Un uomo come Martini ha fatto dell’amore per la parola di Dio la causa della sua vita. E la Parola è luce che guida i nostri passi e ci aiuta nel discernimento: il Dio biblico si presenta come Dio dei viventi, ed è chiaro che per i viventi la vita è un bene preziosissimo anche in condizioni estreme. Ecco, Martini ha vissuto in obbedienza a tutto questo. E non voleva un rapporto con Dio come automatismo, ma nel segno dell’alleanza come la Bibbia ce la presenta, in cui la libertà e la dignità della creatura sono pienamente in gioco».

carlo maria martini testimone del nostro tempo1Martini «testimone della verità che salva», altro che relativista, con buona pace delle «contrapposizioni risibili» con il Papa, sospira Bruno Forte: «Il suo amore per il Papa e la Chiesa non è mai stato in discussione, e nei confronti del successore di Pietro aveva anzi una sorta di venerazione. Del resto, il motto che si era scelto come vescovo era Pro veritate adversa diligere , e cioè per la verità amare anche ciò che può esserci avverso. Bisogna essere pronti a soffrire per la verità, perché la verità ci fa liberi.

Ed è questo il punto di profonda unità tra persone come Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e il cardinale Martini: tutti uomini che hanno giocato e giocano la loro vita per amore della verità».

Gian Guido Vecchi, Corriere della Sera, 2 settembre 2012

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