L’amore più difficile: servire (Mc 9,30-37)


25a Domenica – Tempo Ordinario – Anno B

Noi, cristiani di oggi, comprendiamo e pratichiamo l’insegnamento di Gesù: “Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti”, oppure abbiamo paura di … prenderlo sul serio? Se lo rifiutiamo, rifiutiamo lui…

LETTURE: Sap 2,12.17-20; Sal 53, Gc 3,16-4,3, Mc 9,30-37

Gesù comunica in maniera esplicita ai suoi amici più stretti lo scopo della sua vita: donarsi per la salvezza di tutti: «Il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma, una volta ucciso, dopo tre giorni risorgerà».

Loro non capiscono, e “hanno timore di interrogarlo”, cioè di chiedere spiegazioni.

Perché mai, visto che altre volte non avevano avuto problemi a chiedere spiegazioni (Mc 4,10; 7,17)?

Il fatto è che non vogliono capire, perché intuiscono una realtà difficile da accettare e hanno paura della risposta: “Se la fine del Maestro fosse davvero quella sta dicendo, che senso avrebbe averlo seguito, lasciando famiglia, lavoro e amici? Se finisse ucciso, che vantaggio avremmo ricavato da questa storia? Sì, dice che risorgerà. Ma che significa? Meglio non chiedere niente, e sperare che voglia, come altre volte, spaventarci per mettere alla prova la nostra fede in lui”.

Così non chiedono niente e si mettono a parlare di ciò che capiscono benissimo: “chi tra loro fosse il più grande”.

Gesù, per tentare di far passare un messaggio così ostico al cuore e al cervello dell’uomo, che cioè servire è meglio che farsi servire, e che servire può significare anche dare la vita per gli altri, si siede (cioè entra nel ruolo solenne di maestro) e ripete loro ciò che tante altre volte ha cercato di far comprendere: “Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti”. Poi, per dare più forza alle sue parole, crea una scena, un’immagine: “Preso un bambino, lo pose in mezzo a loro e, abbracciandolo, disse loro: Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato”.

Niente da fare! Dopo pochi giorni, Giacomo e Giovanni, i figli di Zebedeo, tra l’indignazione degli altri, cercheranno di scavalcare la fila, assicurandosi i primi posti (Mc 10,35-45).

A Gesù non rimarrà che un ultimo tentativo: inginocchiarsi davanti a loro – lui, il Maestro – e lavare loro i piedi, proclamando: “Vi ho dato un esempio perché voi facciate come io ho fatto a voi” (Gv 13,15).

Noi cristiani di oggi comprendiamo e pratichiamo l’insegnamento di Gesù, oppure abbiamo paura di … prenderlo sul serio?

Domanda retorica! Per la Chiesa nel suo insieme, e per i cristiani singoli, queste parole di Gesù – che altro non sono che l’espressione più alta del comandamento unico: amatevi come io vi ho amato – sono state e sono l’ostacolo più difficile alla fedeltà al Maestro.

Basta guardare la storia, e basta guardare l’oggi, anche nei piccoli segnali che sfiorano il ridicolo: i titoli (reverendo, monsignore, arciprete, arcivescovo, eccellenza, eminenza, santità…); i vestiti con le diverse tonalità per distinguere il grado; la foggia dei cappelli, e… i comportamenti sicuramente non da servitori di tutti.

“E sì! Aiutare gli ultimi è duro ma con un po’ di impegno lo si fa. Ma mettersi all’ultimo posto…

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