Rosy Canale racconta “la mia ‘ndrangheta”


Una storia al femminile, tra inchiesta giornalistica e romanzo verità

Una giovane donna che si ribella alla ’ndrangheta. Storia e cronaca della ‘ndrangheta a Reggio Calabria e nella Locride, attraverso il racconto personale di Rosy Canale. Per la prima volta si racconta San Luca dall’interno e con una prospettiva al femminile.

Alcune pagine del primo capitolo Descrizione del libro

 

Rosy CanaleLa «signora Malaluna» era bellissima: i capelli rosso fuoco, il tacco tredici indossato con disinvoltura mentre faceva roteare i cocktail al bancone del suo locale, il più trendy di Reggio Calabria. Ma in certe terre amare prima o poi qualcuno busserà alla tua porta per importi complicità e obbedienza.

Rosy Canale dice no, e la sua vita si schianta la notte in cui la ’ndrangheta decide d’impartirle una tremenda lezione di violenza. Si spegne, la «signora Malaluna», per risvegliarsi anni dopo, il 15 agosto del 2007, quando le immagini di sei corpi crivellati a Duisburg, in Germania, fanno il giro del mondo ricordando a tutti che la ’ndrangheta è feroce e ramificata. E che San Luca, il paesino della Locride noto per una faida decennale tra cosche, resta «la mamma» del crimine calabrese.

È da lì che Rosy riparte, dal suo impegno tra le donne in Aspromonte che, come lei, cercano un destino diverso, non più solcato dal dolore e dal sangue. Entrando nei loro cuori con rara trasparenza e creatività, la protagonista va dritta all’anima della propria terra che l’ha tradita. E che paradossalmente solo a San Luca, il paese della ’ndrangheta, le offrirà una riconciliazione.

Rosy e quel tutto bianco
E mi sono svegliata in questa stanza bianca.
Era tutto bianco.
Inclinando un poco la testa, cercavo di guardarmi il corpo. Anche il mio corpo era bianco. Forse
lo ricopriva un lenzuolo.
Ho pensato: ecco, sono morta. Ma nel fondo di me stessa, di ciò che ne restava, non avvertivo né vita né morte.
Era tutto bianco.
E io mi sentivo divorata da quel bianco, come diluita dentro un non-colore di cui ero evanescente sfumatura.
Non riuscivo a vedere alcuna sagoma di letto, di comodino, di chiodo alla parete, di finestra.
Era tutto bianco.
Un’immagine sporca il candore assoluto. Non chiedermi se sia realtà o sogno.
Mio padre che entra nella stanza, si volta verso di me, mi guarda, cade a terra.
Un uomo in divisa lo afferra per le braccia, lo solleva, lo fa uscire.
Dentro la caligine bianca, il volto di mio padre mi era parso lo stesso di tanto tempo prima, di un giorno ormai cancellato: avevo quindici anni, ero scappata di casa saltando su un treno per Roma. Mio padre era venuto a prendermi. Era lì, con mio zio, alla metropolitana di Colli Albani, e mi salutava da lontano con la mano.
Scusa, non riesco a non piangere.
Non chiedermi di più. Non ricordo altro.

Teresa e quella strage degli innocenti
E allora ho deciso che ai funerali ci saremmo vestiti tutti di bianco.
Ai miei familiari ho detto: dobbiamo sconfiggere il male. Il male acceca.
Il bianco è purezza. Innocenza. Dolore profondo che ti resta dentro per sempre ma noi dobbiamo saperlo convertire in speranza e perdono.
Siamo arrivati in chiesa vestiti di bianco affinché il male non continuasse.
Mio figlio Francesco era innocente. Mio fratello Sebastiano era innocente.
Tutti sappiamo che quella è stata una strage degli innocenti. Tante persone ne sono state toccate. Come hanno ucciso mio figlio, potevano uccidere i figli di qualsiasi altra madre.
A Duisburg sono caduti sei innocenti. Ed è giusto dire basta. È giusto che anche noi donne troviamo la forza di fermare il male.
Il bianco ci ha dato una speranza. Ci ha aiutati a creare un’atmosfera di perdono nella nostra comunità.
Hanno scritto che io avrei fermato la faida, che la mia maglietta bianca era un messaggio rivolto a qualcuno.
Non è vero…

>>> vai al testo completo, tratto dal prologo del librodi Rosy Canale e Emanuela Zuccalà “La mia ‘ndrangheta”

 

vedi anche:

>>> la mia ‘ndrangheta. racconto di un’esperienza. video-intervista

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