La sposa di Cana e il vino speciale (Gv 2, 1-11)


Nozze_di_Cana_di Mario CapozzellaIo non esisto, lo sapete bene.
Di me non è rimasta traccia,
perfino il mio nome è rimasto ignoto.
Immaginatemi come volete,
come ogni sposo canta la propria sposa:
«I tuoi occhi sono come colombe
dietro il tuo velo;
la tua è chioma d’un gregge di capre
che scende dal monte di Galaad;
i tuoi denti sono come pecore da tosare quando salgono dal lavacro;
come nastro di porpora le tue labbra,
la tua bocca è un invito;
spicchio di melograno sono le tue gote dietro il velo;
il tuo collo è come torre di David, costruita per dominare la valle;
i tuoi seni sono come due caprioli, due gemelli di gazzella, che pascolano fra gli anemoni».

Ho quattordici anni, non sono una bambina.
Conosco i lavori della casa e quelli dei campi.
Il mio sposo ha diciotto anni; mi hanno scelta per lui i suoi genitori
e per me hanno versato a mio padre un conveniente mohar.
Perché non dovrei essere felice?
Su un ricco palanchino mi hanno portato alla sua casa,
i capelli sciolti sotto il velo, la fronte adorna di piastrine d’oro.
Ho trascorso la mia ultima notte di vergine in compagnia delle mie amiche, nella camera alta.
Abbiamo riso e pianto, per l’ultima volta abbiamo giocato insieme come facevamo nelle vigne,
al tempo della vendemmia.
Perché non avrei dovuto essere felice?
I parenti e gli amici sono venuti da lontano per vedermi sposa, tutto il villaggio è stato invitato.
Nella camera alta ci giungeva il rumore della festa e quando per me giunse il momento
di raggiungere il mio sposo,
abbracciai le mie amiche a una a una ed esse si misero in cerchio attorno a me accendendo le lampade. Beate le vergini sagge che avranno messo abbastanza olio nelle loro lampade
per illuminare l’incontro degli sposi!

Come una regina presi posto sotto la huppà, il baldacchino del rituale solenne,
e rosse melegrane furono sgranate sotto i miei occhi
e semi di fecondità furono lanciati sulle nostre teste
e mandato in frantumi un vaso di prezioso profumo.
Perché non avrei dovuto essere felice?

Ora le donne e gli uomini potevano rallegrarsi insieme, attorno alla tavola si erano finalmente riuniti.
La festa sarebbe durata altri sette giorni, il matrimonio poteva essere consumato.
Dov’è la felicità di quella sera, e i canti, e le danze?
Dove sono i figli dei miei figli?
Come quei semi lanciati sul capo si sono dispersi.
Dove sono i miei occhi di colomba, la mia chioma inanellata, le mie labbra di porpora?
Non rattristatevi, fanciulle, questo è il destino di ogni donna, sia pure la figlia di un re.

Nessuno ricorda il mio nome,
eppure dicono che un uomo fosse seduto quel giorno al mio banchetto di nozze;
sedeva accanto a sua madre, circondato dai suoi amici.
Sapeva che presto avrebbe dovuto morire, eppure si rallegrò con lo sposo,
mangiò e bevve con noi.
Io non lo vidi, ero troppo occupata a essere felice.
Ma lui vide me, con le mie guance di fanciulla accese dall’emozione,
e riconobbe in me ogni madre, ogni sorella, ogni sposa,
riconobbe il grembo che genera il mondo e mi benedisse.
Quando giunse alle mie labbra una coppa di quel vino
di cui dicono ne avesse offerto sei otri al maestro di tavola,
sentii che quel vino era più dolce di qualunque vino avessi mai provato.
Bevvi metà della coppa, l’altra metà la offrii al mio sposo.
Solo più tardi, dopo molti giorni,
quando eravamo ormai tornati tutti alle nostre incombenze quotidiane,
cominciò a girare la voce che quel vino era un vino speciale,
che nessuno sapeva di dove venisse
e che nessuno ne aveva mai assaggiato l’eguale;
un vino che i servi, per ordine di quello sconosciuto,
avevano attinto dalle idrie dell’acqua.
Ma queste sono storie che girano dopo ogni banchetto.

da Ferruccio Parazzoli, Gesù e le donne, Paoline

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