Credere in Gesù significa seguirlo


3a Domenica – Tempo ordinario anno C

Nella sinagoga del suo villaggio natale, Nazaret, Gesù ha il coraggio di rivelarsi come l’inviato di Dio, pieno di Spirito Santo. E noi, suoi discepoli, come ci presentiamo nei nostri ambienti quotidiani?

Letture: Ne 8,2-4.5-6.8-10; Sal 18; 1Cor 12,12-30;
Lc 1,1-4; 4,14-21

20130125-215734.jpgL’evangelista Luca si premura di attestare di aver fatto ricerche accurate su ogni circostanza, fin dagli inizi, e di avere scritto un resoconto ordinato. Questa precisazione, più di tante argomentazioni complicate, ci ricorda una verità che persino molti praticanti non tengono nel debito conto: il vangelo non è un libro di filosofia e nemmeno di teologia, ma una storia; e Gesù non è un pensatore o un predicatore inventato per diffondere un messaggio, ma un personaggio storico. Questa affermazione non è un optional, ma una verità di fede tanto importante da meritare a Ponzio Pilato, come prova di storicità, l’onore di essere inserito nel Credo, la professione di fede dei cristiani.

La storicità di Gesù è fondamentale perché stabilisce che credere in lui non significa accettare le sue idee religiose e morali, ma diventare suoi discepoli, cioè vivere come lui è vissuto. Come uomo concreto e vero Gesù ha incontrato situazioni, persone, autorità, istituzioni; si è relazionato con loro; le ha affrontate; ha polemizzato; è intervenuto con coraggio, lealtà, sincerità, generosità… Chi crede in lui deve seguirlo anche nella sua umanità. Purtroppo questa convinzione non è molto presente nel popolo cristiano, a volte nemmeno in quello più fervoroso, perché troppo spesso e per troppo tempo l’imitazione di Gesù è stata intesa in senso non esistenziale, ma devozionale. Da qui lo scandalo di cristiani molto pii e devoti, ma scadenti in umanità, perché poco onesti, poco coraggiosi, poco leali, poco generosi.

Veniamo a Gesù che si presenta a Nazaret, ben consapevole che “nessun profeta è bene accetto nella sua patria”. Chiunque altro al posto suo non avrebbe scelto la sinagoga di Nazaret per proclamare: “Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato”. Pensiamoci! Gesù è vissuto a Nazaret per trent’anni come tutti i suoi compaesani, in una vita quotidiana semplice, operosa, buona. Poi, un bel giorno, preceduto dalla fama diffusa in tutta la regione si presenta ai suoi compaesani come colui che incarna le parole di Isaia: “Lo Spirito del Signore è sopra di me…”. Il minimo che si poteva aspettare non poteva che essere un bel: “Ma vallo a dire a chi non ti conosce! A noi non ci incanti”. E infatti…

Vivere in Cristo e con Cristo, significa per i suoi discepoli comportarsi come Gesù, andare a Nazaret, cioè lì dove viviamo concretamente, dove i familiari, gli amici, i colleghi conoscono tutto di noi, e lì (non dentro la chiesa o la sacrestia) trovare il coraggio di proclamare: “Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi e proclamare l’anno di grazia del Signore”. Sì, perché anche se il paragone con Gesù ci spaventa, battezzati in lui, condividiamo la sua missione.

Oggi più che mai, in una società fortemente scristianizzata, frastornata tra proposte di ogni tipo, a noi cristiani serve il coraggio di Nazaret, cioè testimoniare che nella quotidianità si può vivere ed è bello vivere come Gesù, con Gesù. Certamente con il “pianto” del popolo di Neemia, per la consapevolezza che la nostra vita non sarà mai adeguata alla Parola che ci è data, ma anche con la “gioia” per la forza che la stessa Parola ci dà per scriverla nella nostra vita, cioè a Nazaret, in mezzo a quelli che ci conoscono deboli, fragili, normali come loro.
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