Sempre sotto quell’albero


5a Domenica – Tempo Ordinario – Anno C

In questa domenica la liturgia ci presenta tre incontri dell’uomo con Dio, accomunati dall’esperienza della presa di coscienza della propria piccolezza.

Letture: Is 6,1-2,3-8;  Sal 137;  1 Cor 15,1-11;  Lc 5,1-11

 

stephens-bill-l-albero-del-bene-e-del-maleLa Parola di questa domenica, con due fatti e una testimonianza, ci racconta tre esperienze dell’uomo con Dio: Isaia, Pietro, Paolo.

Non, però, come sempre, per arricchire la nostra erudizione, ma per la nostra conversione.

Non sono, cioè, cronaca, ma messaggio.

Cerchiamo, perciò, di superare i “contorni”, l’involucro, per arrivare alla sostanza, al messaggio.

Ciò che unisce i tre racconti è l’identica reazione dei tre uomini: la presa di coscienza e la confessione di essere peccatori.

Isaia: “Ohimè! Io sono perduto, perché un uomo dalle labbra impure io sono e in mezzo a un popolo dalle labbra impure io abito; eppure i miei occhi hanno visto il re, il Signore degli eserciti”.

Pietro: “Signore, allontanati da me, perché sono un peccatore”.

Paolo: “Ultimo fra tutti apparve anche a me come a un aborto. Io infatti sono il più piccolo tra gli apostoli e non sono degno di essere chiamato apostolo perché ho perseguitato la Chiesa di Dio”.

Fermiamoci su questa reazione che potremmo dare per scontata, per naturale: “Certo! Di fronte a Dio non puoi che reagire così”. Non è così. Essa non è naturale per niente. Anzi, ci disturba profondamente, perché riconoscerci piccoli davanti a Dio e perciò affidare a lui le nostre scelte altro non è che trovarci come Adamo ed Eva sotto l’albero del bene e del male, per decidere se allungare o meno la mano verso il frutto “buono da mangiare, gradevole agli occhi e desiderabile per acquistare saggezza” (Gen 3,6); cioè metterci o meno al comando delle nostre scelte, accettare Dio, oppure di elevare a dio il nostro io.

Questa decisione ci costa, perché sottometterci a un altro, fosse anche Dio, ci dà fastidio, ci umilia, ci fa riconoscere di non essere autosufficienti. E’, però, su questa scelta tra Dio e l’io che si decide o meno per la fede. Se non decidiamo per Dio, ci può essere pratica religiosa, ma non la fede.

Allora facciamoci una domanda: noi siamo nella pratica religiosa o nella fede?

La risposta possiamo trovarla nella rete di Pietro. A chi non è accaduto, nei vari campi della sua esperienza personale, familiare, professionale, di ritrovarsi mestamente a lavare le reti dopo avere faticato tutta la notte senza avere preso nulla? In situazioni come questa, normalmente, o ci si scoraggia, o dopo aver tentato e ritentato testardamente, si finisce per rinunciare; oppure… – e qui dobbiamo essere sinceri fino all’osso – ce se la prende con il Signore che non ci ascolta e non ci aiuta: “Ho pregato, ho pregato, ma non è successo niente”, concludendo qualche volta: “Allora, non prego più. Tanto non serve a niente”…

Pietro non si comporta così. La sua esperienza di pescatore lo sconsigliava di gettare nuovamente le reti, di giorno, appena un poco lontano dalla terra. Ma: “Sulla tua parola getterò le reti”. Il risultato lo sappiamo.

Perché a noi non succede così? Perché la nostra rete rimane disperatamente vuota nonostante le preghiere? Perché noi vogliamo gettare la rete dove decidiamo noi, chiedendo a Gesù di riempirla. Ma la fede non è una ruota di scorta per continuare a percorrere la strada decisa da noi, quando le nostre ruote non bastano più. E’ la decisione di percorrere una strada diversa con una macchina diversa. La fede non è chiedere al Signore di fare quello che tocca a noi, che vogliamo noi, come abbiamo deciso noi, ma fare quello che lui ci chiede, e farlo sulla sua parola, secondo i suoi criteri, anche quando umanamente sembra impossibile o estremamente difficile.

Dio non accetta il rovesciamento dei ruoli. Davanti a lui è necessario esclamare: “Ohimè! Io sono perduto, perché un uomo dalle labbra impure io sono”; “Signore, allontanati da me, perché sono un peccatore”; “Io sono il più piccolo”.

Ma perché il Signore ci chiede questa… umiliazione?

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