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Feb
13

1. L’amico importuno – parabole per bambini


GESU’ INSEGNA A PREGARE

Questa prima tappa può essere utile per in­contri sul tema della preghiera. Vengono suggerite indicazioni sul Padre nostro e sulla parabola dell’amico importuno. Del Padre nostro viene messa in evidenza la rivelazione di Dio come Padre e nella parabola, la scoperta di Dio come amico.

L’Itinerario è costituito da:

– una Scheda biblica, con notizie e puntualizzazioni per guidare la riflessione sulla parabola;

– una Scheda metodologica, che presenta suggestioni per approfondire il contenuto della video e realizzare incontri vivaci e sempre nuovi.

1. SCHEDA BIBLICA
L’amico importuno

2. SCHEDA METODOLOGICA
Conoscere (video)
Riesprimere
Vivere
Celebrare

1. SCHEDA BIBLICA
La parabola nel contesto biblico

L’amico importuno (Lc 11,1-9)

Nel capitolo 11,1-9 Luca presenta Gesù che, dopo aver pregato, risponde alla richiesta dei discepoli: «Signore, insegnaci a pregare». Come risposta, insegna loro il Padre nostro, poi aggiunge la parabola dell’amico importuno. Ci soffermiamo prima sul Padre nostro e poi sulla parabola.

Gesù in preghiera
L’insegnamento di Gesù sulla preghiera scaturisce prima di tutto dalla sua esperienza di preghiera. Molte volte gli evangelisti ci riferi­scono di Gesù che prega:
– va in un luogo solitario a pregare (Mc 1,35; Lc 5,16);
– sale sul monte, in disparte, per pregare (Mt 14,23; Mc 6,46, Lc 6,12);
– ai bambini impone le mani pregando (Mt 19,13);
– prima della sua passione invoca il Padre (Mt 26,36-44; Mc 14,32-39; Lc 22, 41-45; Eb 5,7).

Giovanni, nel capitolo 17, sempre prima della passio­ne, inserisce la grande preghiera di Gesù. Luca oltre ai testi comuni agli altri due sinottici, ne riferisce alcuni pro­pri:
– Gesù prega dopo il battesimo (Lc 3,21);
– prima di domandare ai discepoli: «Chi dicono le folle che io sia?» (Lc 9,18);
– prima della trasfi­gurazione (Lc 9,28-29);
– per Pietro perché la sua fede non venga meno (Lc 22,32).

Queste aggiunte lucane sottolineano l’importanza che l’evangelista attribuisce alla preghiera.

Signore, insegnaci a pregare

Gli ebrei pregavano più volte al giorno. Recitavano lo Shemà: «Ascol­ta, Israele, il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo» (Dt 6,4); pregavano prima dei pasti e scandivano le varie ore del giorno con la preghiera. I maestri insegnavano ai loro discepoli a pregare, cioè a re­citare delle preghiere.

Gesù introduce un modo nuovo di porsi in relazione con Dio che viene rivelato con parabole e insegnamenti vari, ma soprattutto nel Padre nostro.

Il Padre nostro è la preghiera per eccellenza; la Chiesa lo colloca al primo posto nella liturgia e invita ogni cristiano a pregarlo quotidianamente.

Data la sua importanza, lo commentiamo in tutte le sue espressioni.

PADRE. Con ogni probabilità Gesù ha usato il termine aramaico ab­bà, espressione con cui i bambini si rivolgevano ai loro padri. Si po­trebbe tradurre con papà, babbo. Infatti, da Mc 14,36 appare come Gesù usi questo termine nei confronti del Padre. In Gesù noi diventiamo figli e possiamo invocare il Padre allo stesso modo di Gesù, cosa che nessun ebreo avrebbe mai fatto, anche se nel­l’AT a volte Dio viene presentato come Padre.

Anche Paolo in Rom 8,15-16 sottolinea il nostro essere figli di Dio e utilizza il termine abbà riferito a Dio Padre.

Matteo usa la terminologia più ebraica: «Padre nostro, che sei nei cieli» e con essa esplicita la paternità universale (Padre nostro) e il luogo che gli ebrei ritenevano la dimora di Dio (che sei nei cieli).

SIA SANTIFICATO IL TUO NOME. La prima domanda del Padre nostro è formulata al passivo; non si dice però da chi deve essere santificato il nome di Dio. Questa costruzione grammaticale, presente in tutta la Bibbia, si chiama «passivo teologico» in quanto si sottintende Dio, il cui nome non deve essere nominato.

Non siamo, dunque, noi che dobbiamo santificare il nome di Dio, ma Dio stesso. Ci dobbiamo chiedere però che cosa significhi santifica­re il nome di Dio, cioè la sua persona. Lo possiamo capire leggendo un testo significativo dell’AT: «Io santificherò il mio nome grande… Al­lora le nazioni comprenderanno che io sono JHWH… quando farò ri­splendere la mia santità a vostro favore sotto i loro occhi» (Ez 36,23). La santità di Dio si manifesta quindi nei suoi gesti salvifici a fa­vore degli uomini. La santificazione del nome di Dio è la manifestazio­ne della sua potenza salvifica.

VENGA IL TUO REGNO. Il regno di Dio è regno di giustizia, di amore e di pace. Questa seconda domanda non è altro che l’esplicitazione della prima: l’avvento del regno di Dio è la perfetta santificazione del suo nome.

SIA FATTA LA TUA VOLONTÀ. Questa domanda, che manca nella formula di Lu­ca, è riportata soltanto da Matteo. La volontà di Dio è che tutti gli uo­mini siano salvi (1Tm 2,4); è la nostra santificazione (cfr. 1Ts 4,3). Con tale richiesta invochiamo dal Padre il più grande bene per noi.

DACCI, OGNI GIORNO, IL NOSTRO PANE QUOTIDIANO. L’espressione è leg­germente diversa in Matteo che riporta: «Dacci oggi» invece di «ogni giorno». Luca sottolinea meglio la continuità della richiesta. Il pane che chiediamo a Dio non è soltanto il cibo, ma tutto ciò di cui abbiamo bi­sogno, in modo particolare quanto serve per la nostra salvezza: «Non di solo pane vive l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio» (Mt 4,4; Lc 4,4).

PERDONACI I NOSTRI PECCATI. Matteo invece del termine peccato usa «debito» in quanto i peccati erano considerati un debito verso Dio. Il peccato è il maggior male, la rovina completa dell’uomo. La remissio­ne dei peccati è, quindi, quanto di più importante possiamo chiedere a Dio.

PERCHÉ ANCHE NOI PERDONIAMO. L’esperienza del perdono di Dio do­vrebbe indurci a perdonare, a nostra volta, coloro che ci hanno offeso. Perdonare i fratelli è anche la condizione per ottenere il perdono del Padre. Non possiamo recitare il Padre nostro con sincerità se non abbiamo il cuore disposto a perdonare. Proprio per questo Gesù ci in­vita a domandare l’aiuto di Dio.

FA’ CHE NON CADIAMO IN TENTAZIONE. La tentazione ci può far cadere in peccato, ma è anche una prova per mostrare la nostra fedeltà a Dio.

Gesù stesso è stato tentato ed è rimasto fedele al Padre appellandosi alla sua parola (cfr. Mt 4,1-10; Lc 4,1-12). Con questa invocazione ci affidiamo anche noi completamente al Padre, sicuri del dono della sua grazia che ci rende capaci di superare ogni prova e ci libera dal male.

La parabola dell’amico importuno

Con questa parabola Gesù continua il suo insegnamento sulla pre­ghiera, esortando a rivolgerci a Dio con fiducia illimitata e in qualsiasi momento e situazione.

L’uomo che va dal suo amico di notte, sapendo di disturbarlo e nono­stante ciò insiste nel chiedere i pani, crede nella sua bontà ed è sicuro di ottenere quanto gli necessita.

La chiave di lettura della parabola ce la dà Gesù stesso con le parole: «Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto» e con quanto segue (cfr. Lc 11,9-13).

Anche se Dio conosce tutto ciò di cui abbiamo bisogno (cfr. Mt 6,8) vuole essere «importunato» dalle nostre preghiere perché cresca la nostra fede nella sua paternità e amicizia. Dio vuole che ci rendiamo conto che tutto viene da lui e quando ci sembra di non essere esauditi, la preghiera ci aiuta a credere nel piano di Dio per noi che supera le nostre umane vedute, e a sentire la sua presenza accanto a noi nella vita.

Video:  L'amico importuno

>>> vai al testo completo

E’ un progetto paoline.it

Le altre parabole:

>>> Il giudice e la vedova

>>> Il buon samaritano
>>> Il servo spietato
>>> Il ricco stolto e i suoi beni

>>> Il Padre misericordioso
>>> La moneta perduta
>>> La pecora smarrita

>>> Il seminatore uscì a seminare
>>> Il nemico seminò zizzania
>>> Il granello di senapa
>>> Il tesoro nascosto e la perla preziosa

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