Segni e prodigi che ci rendono credibili (At 5, 12-16)


2 Domenica di Pasqua – Anno C

La prima comunità cristiana suscitava l’attenzione delle folle perché offriva segni di comunione e di speranza. E’ importante che anche oggi, come credenti, torniamo ad essere “segni” credibili.

Letture: At 5, 12-16; Sal 117; Ap 1, 9-11.12-13.17.19; Gv 20, 19-31

papa francesco abbraccia la sofferenza “Molti segni e prodigi avvenivano fra il popolo per opera degli apostoli”, annota Luca. Il risultato di questi segni e prodigi è che “sempre più venivano aggiunti credenti al Signore, una moltitudine di uomini e di donne…”, e “anche la folla delle città vicine a Gerusalemme accorreva…”.

E’ bello pensare alla prima comunità cristiana come una calamita che attira folle di uomini e donne. Altrettanto bello e inevitabile è paragonarla con la moltitudine che affolla Piazza san Pietro per vedere e magari riuscire a toccare papa Francesco.

Ma perché la folla accorreva attorno agli apostoli?
Come risposta il testo ci indica due motivi:
1. In quella comunità c’erano “molto segni e prodigi” che la segnalavano, che la facevano conoscere, che stimolavano la curiosità;
2. Quei segni e prodigi promettevano la possibilità di ricevere un bene, un aiuto, un vantaggio: “portavano gli ammalati persino nelle piazze, ponendoli su lettucci e barelle, perché, quando Pietro passava, almeno la sua ombra coprisse qualcuno di loro”, portando malati e persone tormentate da spiriti impuri, e tutti venivano guariti”.

Questo a Gerusalemme. Ma a Piazza san Pietro?
Lì non vengono rilevate – almeno pubblicamente – guarigioni e liberazione da spiriti impuri, ma sicuramente segni e prodigi ci sono. I segni sono evidenti. Papa Francesco con la sua semplicità è un segno, come lo erano stati Benedetto XVI con la sua mitezza, e Giovanni Paolo II con la sua energia. Lì a san Pietro qualcosa si vede, ci sono dei segnali di una presenza che altrove non si trova. E i prodigi? Se la folla accorre è perché sicuramente trova delle “guarigioni”, e sperimenta la liberazione da “spiriti impuri” che tormentano.

Questo a Gerusalemme e a Roma. E in noi, nella nostra vita personale e comunitaria, ci sono segni e prodigi che aggiungono “nuovi credenti al Signore”? Se nessuno si accorge di noi, e perciò non ci sono segni; e se tanto meno nessuno crede di potere ricevere da noi “guarigioni e liberazione da spiriti impuri” perché non ci sono i prodigi, sappiamo cosa dobbiamo fare: dobbiamo cambiare e ridiventare segni e prodigi.
Siamo passati rapidamente da una fede presunta, attestata soltanto dal certificato di battesimo nel registro delle parrocchie, e a volte molto simile a quella di quegli “altri” che “non osavano avvicinarsi a loro” (i farisei e i sacerdoti), a una fede che deve essere segnalata come presenza forte e capace di offrire dei “vantaggi”, magari non di tipo fisico ma morale e spirituale, come quelli che le folle trovavano a Gerusalemme e trovano in Piazza san Pietro.

Ma sono proprio necessari questi segni, dal momento che Gesù ha detto: “Beati quelli che non hanno visto e hanno creduto ”.
Gesù ha detto così, ma, conoscendo la nostra necessità di vedere e toccare, ha accettato di tornare a comparire ai suoi per offrire a Tommaso la possibilità di mettere il dito nelle sue mani e la mano nel suo fianco, così come aveva lasciato i teli e i sudario affinché Pietro e Giovanni potessero “vedere e credere”.

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