A nuoto verso il Signore (Gv 21, 1-19)


3a Domenica di Pasqua – Tempo di Pasqua – Anno C

Un nuovo incontro con il Risorto, una nuova pesca miracolosa e Pietro, immagine di tutta la Chiesa, viene nuovamente chiamato da Gesù, che lo trasforma da pescatore in pastore.

Letture: Atti 5,27b-32.40b-41; Sal 29; Ap 5,11-14; Gv 21, 1-19

Il vangelo di questa domenica è straordinario, non per le notizie che già conosciamo, ma come specchio per verificare la qualità della nostra fede, sia personale che di Chiesa.
Pietro e altri sei apostoli si trovano insieme. In difficoltà.
Gesù è risorto. L’hanno visto. Sono stati rassicurati in tanti modi, ma non riescono ancora a comprendere la nuova situazione. C’è da capirli. Sì, è risorto, è vivo. Ma cosa comporta per loro questo suo di stare di nuovo tra loro, entrando a porte chiuse?
“Io vado a pescare”, esclama Pietro, raccogliendo subito il consenso degli altri sei. Non è difficile leggere in questa decisione il desiderio di tirarsi fuori dall’incertezza e dal dubbio; la tentazione di tornare a fare il mestiere facevano prima di incontrarlo. E vanno a pescare. Sono professionisti: sanno che l’ora è quella buona, e conoscono il punto del lago adatto. Però non prendono niente.
Ritornano dalla nottata di lavoro delusi e straniti, come emerge chiaramente da quel no secco con il quale rispondono all’uomo che dalla riva chiede: “Figlioli, non avete nulla da mangiare?”. Quante volte e quanto spesso anche in noi si insinua la tentazione di tornare a prima di conoscere Gesù, alle scelte che combinano con la nostra testa, alle cose “di quaggiù” che ci tornano facili e naturali? Quante volte abbiamo la tentazione di chiudere la parentesi con la fede, magari non rinnegandola teoricamente, ma con una vita pratica lontana dalle cose di “lassù”?
“Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete”, dice lo sconosciuto. Ormai è l’alba. Si trovano a un centinaio di metri dalla riva. Dei pescatori provetti non avrebbero mai gettato le reti in quell’ora e in quel punto. Eppure la gettano. Sicuramente in quelle parole Pietro ha captato l’eco dello stesso invito ascoltato all’inizio della sua storia di discepolo, quando, di fronte alla sua rete misteriosamente piena di pesci, era caduto in ginocchio davanti quel maestro ancora sconosciuto, implorando: “Allontanati da me, perché sono un peccatore” (Lc 5,8). Infatti, nonostante la delusione della notte, gettano la rete e la vedono riempirsi di pesci.
“E’ il Signore!”, esclama Giovanni. Pietro, che lo aveva sospettato, assicurato dalle parole dell’amico, si getta in mare per raggiungerlo a nuoto. Egli non ha dimenticato il suo rinnegamento, che gli brucia dentro, come risulta dalla addolorata risposta che darà poco dopo alla triplice domanda: “Signore, tu conosci tutto; tu sai che ti voglio bene”. Ma non gli importa. La forza della sua fede non sta nella sua coerenza, ma nell’amore generoso e fiducioso in Gesù: si getta in acqua per raggiungerlo più in fretta.
Questa è la fede di Pietro. Questa è la fede sulla quale Gesù fonda la sua Chiesa. Questa deve essere la nostra fede e la fede della Chiesa.
Scesi a terra, trovano “un fuoco di brace con del pesce sopra, e del pane”. Perché il Signore aveva chiesto loro qualcosa da mangiare, se poi l’avrebbe preparato egli stesso?”. E perché adesso chiede: “Portate un po’ del pesce che avete preso ora”?

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