Pecore, Pastore e i Paolo e Barnaba che scarseggino Gv 10,27-30


4a Domenica di Pasqua – Anno C

Nella liturgia di questa domenica, dove Cristo si presenta come il Buon Pastore, siamo invitati a riscoprire la vita come vocazione ad ascoltarlo, seguirlo, annunciarlo ad altri, pieni di gioia e di Spirito Santo.

Letture: At 13,14.43-52; Sal 99; Ap 7,9.14b-17; Gv 10,27-30

pastore con il suo greggeIn questa domenica del Buon Pastore, dal 1964 Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni per volontà di Paolo VI, sarà difficile uscire da due stimoli, uno freschissimo: l’invito di papa Francesco: “Siate pastori con l’odore delle pecore”; l’altro tradizionale: l’esortazione accorata a pregare per le vocazioni sacerdotali e religiose.
Cerchiamo di inquadrarli alla luce della parola di Dio, che la domenica proclama, per non farli essere citazioni retoriche, ma un invito alla conversione.
La vocazione è conoscere la sua voce e seguirlo. Non per andare o in seminario o in convento, ma nella la vita: in casa, in ufficio, in fabbrica, al bar, per strada…, e in ogni stato di vita: da giovani, da fidanzati, da sposati, da single, da preti, da suore, da monaci, da laici consacrati… 
Preti, monaci, suore che non vivono ascoltando la sua voce, cioè seguendo il comandamento dell’amore specificato dalle Beatitudini, non hanno vocazione.
La vocazione non è una questione di preti e di suore. Ormai lo sappiamo. Ma questa verità non è ancora entrata, di fatto, nelle convinzioni del popolo cristiano, anche perché può essere fatta riaffiorare dal fatto che in tante occasioni il problema vocazionale viene ridotto ad accorati inviti a reperire preti, perché “sono tante le parrocchie scoperte”, perché “se continua così tra non molti anni non potrete più avere la messa, né trovare un confessore”…
La verità è che senza un popolo cristiano pecore sue, che viva la vita come vocazione, ascoltando la sua voce e seguendolo, saranno sempre meno coloro che accetteranno di seguirlo come preti o suore. Le vocazioni specifiche fioriscono nelle comunità cristiane dove la vita è vissuta come vocazione. “Noi siamo suo popolo e gregge del suo pascolo”, ci fa pregare il salmo. Noi. Tutti noi, siamo suo gregge. Il pastore è uno solo: Gesù. Chi pretende di essere pastore delle sue pecore senza essere sua pecora è un estraneo, o, peggio, un ladro e un brigante.

paolo e barnabaPer avere “l’odore delle pecore” i pastori devono essere per primi sue pecore. Ciò vuol dire che l’affermazione di Gesù ci richiama all’urgenza che il popolo cristiano diventi sempre di più un popolo di sue pecore, dove non ci sono i pastori che comandano e il gregge che obbedisce, ma tutte pecore che condividono a livelli diversi il compito della pastoralità, che si realizza nel collaborare insieme a “diffondere la parola in tutta la regione”, e nel testimoniarla “pieni di gioia e di Spirito santo”.
L’urgenza di oggi non è che possano venire a mancare le messe e sacramenti (come si sentirà sicuramente ripetere in questa giornata), ma che scarseggino i Paolo e Barnaba

 

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