Costruire “soffrendo” la città rivelata (Ap 21, 1-5a; Gv 13, 31-35)


5a Domenica di Pasqua -  Anno C

La realtà “svelata” di cui parla l’Apocalisse è “un cielo nuovo e una terra nuova”, è “la tenda di Dio con gli uomini”.  Una “tenda” che non è, però, prefabbricata. Bisogna arrivarci, costruendola…

Letture: At 14, 21b-27; Sal 144; Ap 21, 1-5a; Gv 13, 31-33a.34-35

Con l’Apocalisse di Giovanni, la parola di Dio ci rivela una realtà al di là di quella che vediamo e tocchiamo in maniera così forte da spingerci spesso a credere che tutto finisca con essa.
La realtà “svelata” (Apocalisse significa: togliere il velo) è “un cielo nuovo e una terra nuova”, è “la tenda di Dio con gli uomini”, dove “egli abiterà con loro ed essi saranno suoi popoli ed egli sarà il Dio con loro, il loro Dio. E asciugherà ogni lacrima dai loro occhi e non vi sarà più la morte né lutto né lamento né affanno, perché le cose di prima sono passate”.

Questa “tenda” di Dio che non vediamo è però quella che desideriamo, vogliamo, cerchiamo. Ogni giorno. Con tutte le nostre forze. Perché ogni giorno e con tutte le nostre forze noi cerchiamo una vita senza lacrime, senza lutti, senza affanni, senza morte.

Ma dove sta questa “tenda”? Perché non riusciamo a trovarla, per vivere in essa quella felicità che cerchiamo?
Chiamandola “paradiso”, noi cristiani questa “tenda” la immaginiamo istintivamente lontana, lassù, nel futuro, dopo, in una vita “altra”. Coloro che non credono nel paradiso cercano di trovarla adesso, quaggiù, ma non trovandola nemmeno in ciò che considerano un paradiso (il denaro, il successo…), finiscono per cercarla anche loro in una vita “altra”, fuggendo nelle molteplici offerte di sballo.

Questa “tenda” invece è quaggiù, dentro alla realtà che vediamo e tocchiamo. Per vederla e toccarla basta rendere gli occhi disponibili alla “rivelazione” della parola di Dio. Allora comprendiamo che siamo come il bambino nel grembo della madre: crediamo che tutto finisca lì, che non ci sia altro, mentre già viviamo l’altra vita che sta fuori, perché l’aria e il cibo ci arrivano da fuori, dall’altra vita.

La “tenda” del cielo nuovo e della terra nuova non è, però, prefabbricata. Bisogna arrivarci, costruendola con la nostra fatica, come afferma Paolo: “Dobbiamo entrare nel regno di Dio – perché questa tenda non è altro che il regno di Dio che è già in mezzo a noi – attraverso molte tribolazioni”. Proprio come il bambino per uscire dal grembo della madre.

Quali sono queste tribolazioni?

Alla parola “tribolazioni” la nostra fantasia e i nostri pensieri diventano subito grigi e mesti, raffigurandosi chissà quali sofferenze.

Lasciamo da parte le nostre fantasie e i nostri pensieri, e ascoltiamo Gesù: “Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri”. E’ quasi da non crederci. Le “molte tribolazioni” per entrare, costruendola, nella “tenda” di Dio, altro non sono che il comandamento dell’amore.

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