Nel Tempio per la strada (Lc 24, 46-53)


Ascensione del Signore – Tempo di Pasqua – Anno C

La solennità dell’Ascensione ci invita a recuperare il dinamismo della Chiesa delle origini: stare sempre nel Tempio e andare per le strade.

Letture: Atti 1, 1-11; Sal 46; Eb 9,24-28; 10,19-23; Lc 24, 46-53

Una nube (segno della presenza di Dio) sottrae agli occhi dei discepoli Gesù, che ha appena promesso loro la forza dello Spirito Santo per essere suoi “testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samarìa e fino ai confini della terra”. Rimasti in adorazione, vengono stimolati da due uomini in bianche vesti a smettere di guardare in cielo. Allora tornano “Gerusalemme con grande gioia; e stavano sempre nel tempio lodando Dio”.

La grande gioia con cui i discepoli tornano a Gerusalemme indica che avevano capito, per lo meno intuito che il distacco di Gesù non era un abbandono, ma la condizione per rimanere accanto a loro. Infatti, se non fosse salito il cielo, Gesù non avrebbe potuto accompagnarli sulle strade del mondo per predicare a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, perché, impigliato nel tempo e nello spazio, sarebbe stato soltanto un bel ricordo. Adesso, invece, Gesù potrà essere vicino ai suoi “tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28,20).

Tornati a Gerusalemme, i discepoli “stavano sempre nel tempio lodando Dio” per attendere di essere “battezzati in Spirito Santo” e di essere rivestiti “di potenza dall’alto”, come accadrà nel giorno di Pentecoste. Subito dopo, essi sciamarono sulle strade del mondo per essere testimoni “a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samarìa e fino ai confini della terra”, per preparare il suo ritorno.

Noi cristiani di oggi dobbiamo urgentemente rientrare in questo dinamismo: stare sempre nel tempio, e andare per le strade.
Stare nel tempio,
per essere rivestiti di potenza dall’alto, per rifornirci del dono dello Spirito senza il quale non possiamo mantenere, “senza vacillare la professione della nostra speranza”. Sarebbe bello rimanere sempre nel tempio, con gli occhi fissi verso il cielo in adorazione di Gesù che si stacca dalla terra, lontani dalle contraddizioni, dalle pesantezze e anche dalle brutture della nostra vita quotidiana. Sarebbe bello, ma sbagliato, come purtroppo dimostra la situazione del nostro essere cristiani oggi, caratterizzata dalla consapevolezza molto debole e quasi inesistente di dovere andare per predicare a tutti i popoli le conversione e il perdono dei peccati.

Sempre pronti a uscire per le strade del mondo, per rimediare a questa situazione, che ormai da decenni papi, vescovi, documenti a non finire ci esortano a superare, tornando all’evangelizzazione, alla missionarietà, cioè a portare la Parola a incontrare “i popoli”sulle strade degli uomini.

In questi giorni papa Francesco sta rinnovando alla sua maniera l’invito, esortando auscire nelle periferie dove c’è sofferenza, sangue versato, c’è cecità che desidera vedere, ci sono prigionieri di tanti cattivi padroni”.  Però anche questo invito rischia di essere assorbito da una mentalità ormai secolare, secondo la quale sono i vescovi, aiutati dai preti e dai religiosi, a dover uscire e andare a predicare. Non i cristiani laici. Per questi non c’è altro impegno che andare nel tempio nei giorni dovuti per pregare e ascoltare, al fine di mantenere la fede.  
La fiammata di Spirito Santo del Concilio che aveva fatto riscoprire alla Chiesa il suo essere popolo di Dio, dove tutti sono impegnati a evangelizzare, è andata via via esaurendosi. E’ necessario riaccenderla, altrimenti la parola di Dio continuerà a rimanere chiusa dentro il tempio, diventando ripetitiva e abitudinaria, e non a circolare nelle “periferie” dove è necessaria per rispondere alle domande della vita.

L’evangelista Luca precisa che prima di salire al cielo, Gesù non parla soltanto agli apostoli ma anche “ai discepoli”, a tutti coloro che decidono di seguirlo. Quindi a ognuno di noi.
La conversione è urgente, perché è sempre più evidente la mancanza di discepoli che vivono la fede “lieti e fieri di credere”…

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