La globalizzazione dell’indifferenza


XV Domenica – Tempo Ordinario – Anno C

La parabola del buon Samaritano é sempre attuale, con il suo invito a superare l’indifferenza e a farci carico delle sofferenze dei fratelli e delle sorelle che incontriamo

Letture: Dt 30,10-14; Sal 18; Col 1,15-20; Lc 10, 25-27

Samaritano1Nel suo viaggio a Lampedusa, papa Francesco, papale papale – mai questo modo di dire è stato più appropriato – ha chiamato per nome il male che oggi affligge il mondo e, per contagio, ciascuno di noi: “la globalizzazione dell’indifferenza”, che ci sta disabituando a piangere, facendoci chiudere gli occhi davanti alle sofferenze dei fratelli, e riportandoci alle domande tragiche che Dio pone a ogni uomo e donna fin dalle origini: “Adamo, dove sei?”; “Caino, dov’è tuo fratello?”.

Unico antidoto a questo virus è il messaggio di Gesù, che oggi il vangelo ci riassume e ci ripropone con l’invito al dottore della Legge, che chiude la parabola del Samaritano: “Va’ e anche tu fa’ così!”. “Va’ e fa anche tu quello che ha fatto il Samaritano , colui che ha avuto compassione del malcapitato”.

Ma cosa ha fatto il Samaritano?  Cerchiamo di analizzare il suo comportamento in modo analitico e preciso, per non rischiare di fermarci all’incanto che la bellezza della parabola suscita.

“Vide”. Come il sacerdote, come il levita, il Samaritano ha visto. Ha tenuto gli occhi aperti sulla realtà. Senza questa disponibilità a guardare al fuori di noi: dei nostri interessi, della nostra salute, del nostro stipendio, del nostro cane e del nostro gatto, della nostra famiglia…, non c’è medicina contro l’indifferenza e l’incapacità di piangere. E’ proprio la chiusura degli occhi verso il “fuori da noi” che la cultura dominante, ossessionata dai propri diritti, dai propri bisogni, dai propri privilegi, che ci porta all’indifferenza, al “cuore di pietra”, come la chiama la Bibbia (Ez 36,26); alla “anestesia del cuore”, come la definisce papa Francesco.

Ebbe compassione”. Mentre gli altri due vedono e passano oltre (forse, almeno il levita, sospirando: “Poveretto”), preoccupati per l’IMU, per i matrimoni Gay, per i diritti degli animali, per i sondaggi sul gradimento del proprio partito…, chiudono gli occhi e passano oltre, il Samaritano ha compassione. “Compassione” nel senso biblico. Cioè non quella degli spettacoli  televisivi strappalacrime, ma un sentimento forte, tumultuoso, che mette nella condizione di chi soffre,  fa con-patire, soffrire insieme.

Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi lo caricò sulla sua cavalcatura, lo portò in un albergo e si prese cura di lui”. Non gli allungò un’offerta: gli si fece vicino. Bellissimo! E difficilissimo. Poi, in prima persona, come pronto intervento, fa tutto quello che è in grado di fare per alleviare le sofferenze del malcapitato. Non invoca l’intervento del Comune, dello Stato, del sindacato, della Protezione Civile, della Caritas… Ci mette del suo: bende, olio, vino, cavalcatura, tempo.

“Il giorno seguente, tirò fuori due denari e li diede all’albergatore, dicendo: “Abbi cura di lui; ciò che spenderai in più, te lo pagherò al mio ritorno”. Si preoccupa che il problema del malcapitato arrivi a soluzione completa.

Gesù,immagine del Dio invisibile”, l’unica immagine autorizzata e autentica di Dio, l’unico in grado di rivelarci la volontà del Padre, dice anche a noi: “Va’ e anche tu fa’ così!”, rafforzando la sua richiesta con l’affermazione che in ogni malcapitato c’è lui: “Avevo fame, avevo sete, ero nudo…”.

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