19
Set
13

Le opere che Dio si lega al dito e la preghiera (Lc 16, 1-13)


25a Domenica – Tempo Ordinario – Anno C

Nelle parole del Vangelo di oggi non c’è nessuna comprensione per l’uso disonesto della ricchezza.  Accogliamo la sfida di Gesù e convertiamoci dalla mentalità diffusa di poter condannare i fattori disonesti, continuando per quel che possiamo a servire, nel nostro piccolo, Dio e la ricchezza.

Letture: Am 8, 4-7; Sal 112; 1 Tm 2, 1-8; Lc 16, 1-13

“Il padrone lodò quell’amministratore disonesto, perché aveva agito con scaltrezza”. Le parole con cui Gesù commenta la sua parabola del fattore disonesto sembrerebbero oro colato per tutti coloro che fanno man bassa di soldi pubblici per assicurarsi di non dover ritrovarsi ad andare a zappare la terra, qualora fossero costretti ad abbandonare le loro comode e laute poltrone di politici o amministratori pubblici.

Altrettanto benedetta da questi signori (e drammaticamente attuale!) sarebbe la conclusione di Gesù: “fatevi degli amici con la ricchezza disonesta, perché, quando questa verrà a mancare, essi vi accolgano”, se però… non ci fossero quelle ultime paroline: “nelle dimore eterne”, che cambiano tutto, e svelano il senso autentico della parabola di Gesù: la condanna della ricchezza “disonesta”, quella che il profeta Amos definisce minacciosamente come la fonte di opere che Dio si lega al dito per non rischiare di dimenticare e di lasciare impunite, perché messe in opera per calpestare i poveri.

Nelle parole di Gesù non c’è nessuna comprensione per l’uso disonesto della ricchezza. Non c’è però nessuna comprensione nemmeno per coloro che di fronte all’uso disonesto della ricchezza si lamentano, recriminano, condannano, ma non fanno niente per reagire, investendo le loro qualità e potenzialità per combattere il male con il bene con la stessa intelligenza e astuzia del fattore disonesto, per trovare accoglienza nelle dimore eterne, cioè davanti a Dio. 

“I figli di questo mondo, infatti, verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce”, dichiara Gesù. E – ammettiamolo – ha ragione da vendere. Se noi condanniamo il malcostume e la corruzione, sentendoci autorizzati a farlo, ritenendoci dalla parte dei figli della luce, dobbiamo prendere seriamente il rimprovero di Gesù, perché sicuramente non abbiamo fatto tutto ciò che potevamo fare.

“Ma cosa potevamo fare?”.
Ce lo ha ricordato papa Francesco nella sua omelia del 16 settembre scorso a santa Marta: “C’è l’abitudine – ha detto il Papa – di dire solo male dei governanti e fare chiacchiere sulle "cose che non vanno bene": "e tu senti il servizio della Tv e bastonano, bastonano; tu leggi il giornale e bastonano …. sempre il male, sempre contro!". Forse – ha proseguito – "il governante, sì, è un peccatore, come Davide lo era, ma io devo collaborare con la mia opinione, con la mia parola, anche con la mia correzione" perché
tutti "dobbiamo partecipare al bene comune!". E se "tante volte abbiamo sentito: ‘un buon cattolico non si immischia in politica’ – ha sottolineato – questo non è vero, quella non è una buona strada". "Un buon cattolico – ha sottolineato il Pontefice – si immischia in politica, offrendo il meglio di sé, perché il governante possa governare. Ma qual è la cosa migliore che noi possiamo offrire ai governanti? La preghiera!".

“La preghiera? Sai cosa gli fa a questi la nostra preghiera…”…

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