28
Feb
14

Operosità o affanno (Mt 6,24-34)


8a Domenica – Tempo Ordinario – Anno A

Gesù ci chiede di staccarci da tutti quei beni apparenti, su cui fondiamo la nostra sicurezza, che è illusoria e produce solo ansietà, per appoggiare interamente la nostra fiducia nel Padre, che ha cura di noi

Letture: Is 49,14-15; Sal 61; 1Cor 4,1-5; Mt 6,24-34

dinero Un verbo ci aiuta a non relegare la pagina di vangelo di questa domenica, che completa la straordinaria catechesi di questo tempo liturgico sul punto di lasciare il posto alla quaresima, nel mondo della poesia e dei sogni: preoccuparsi (che la versione precedente traduceva con affannarsi). Gesù lo ripete sei volte: “non preoccupatevi per la vostra vita”; “chi di voi, per quanto si preoccupi, può allungare anche di poco la propria vita?”; “per il vestito, perché vi preoccupate?”; “non preoccupatevi dunque dicendo: “Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo?”; “non preoccupatevi dunque del domani; perché il domani si preoccuperà di se stesso”.

Se non fissiamo la nostra attenzione su questo verbo, la nostra reazione di fronte al messaggio di Gesù non può che essere di sconfortato scetticismo: “Gesù dice bene. Sarebbe bello vivere come gli uccelli del cielo e i gigli del campo, ma, dopo, il pranzo e la cena, e tutto quello che serve per mandare avanti la famiglia chi me li porta a casa? Se non mi do da fare, dal cielo non arriva niente”. E così il vangelo diventa un pio: “Sarebbe bello, ma…”.

6130_180A parte il fatto che gli uccelli del cielo volano dalla mattina alla sera non per divertirsi, ma per procurarsi il cibo, per costruire il nido, per nutrire i piccoli; e che i gigli del campo non smettono un istante di tendere faticosamente dal seme, allo stelo, al fiore, è Gesù stesso a indirizzarci verso il senso vero delle sue parole. Egli infatti non viveva alla “sarà quel che sarà”: alcune donne lo seguivano mentre “andava per città e villaggi”, e servivano lui e i Dodici con “i loro beni” (Lc 8,1-3). E il suo gruppo aveva una “cassa” per le spese correnti e “per dare qualcosa ai poveri”, affidata – mistero! – a Giuda (Gv 13, 29).

Quello che Gesù ci chiede è scegliere tra “Dio e la ricchezza”, tenendo conto che per “ricchezza” non si intende ciò che serve per una decorosa vita quotidiana per sé e per la famiglia, e nemmeno il gruzzoletto di risparmio per fare fronte agli imprevisti, ma ciò che dà sicurezza. Il termine ebraico “mammona” – che l’evangelista aveva lasciato in aramaico, come la versione latina e anche la precedente traduzione italiana – è difficilmente traducibile. Non significa denaro o ricchezza, ma tutto ciò che conta nella vita, ciò di cui ci si può fidare, ciò su cui si crede di poter fondare la propria esistenza. Siccome tutto ciò che conta è da sempre e per tantissimi il denaro, si è finito per identificare il mammona con i soldi. Ma il mammona è anche la carriera, il successo, la bellezza, la salute… Si pensi a quante persone poggiano la loro vita sulla carriera, la fama e successo, crollando poi tragicamente quando ne sono rimasti senza.

Gesù, allora, non ci invita a vivere bighellonando…

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