La porta per non essere ladri e briganti (Gv 10,1-10)


4a Domenica di Pasqua – Tempo di Pasqua – Anno A

Gesù si presenta oggi come la porta d’ingresso a uno spazio di relazioni vitali, non corrotte dall’interesse e dalla rapacità, ma aperte alla comunicazione autentica con l’altro

Letture: At 2,14.36-41; Sal 22; 1Pt 2,20b-25; Gv 10,1-10

porta_ovile_gesu_rupnik“Chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante”, dice Gesù. Quelli che lo ascoltano non comprendono la similitudine. Allora Gesù precisa: “Io sono la porta delle pecore. Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo”.

Sedotti dall’immagine del buon pastore che va a cercare la pecorella smarrita (Luca 15,4-6) – immagine dolcissima e bellissima. Non per nulla è stata la prima rappresentazione di Gesù, ed è quella a cui tutti pensano in questa domenica chiamata del Buon Pastore – rischiamo anche noi di sorvolare sulla similitudine della porta, meno poetica, ma non meno importante.

Gesù è la porta per entrare nel recinto delle pecore. Fuori di metafora, Gesù è la porta per entrare in comunicazione con gli altri, e per stabilire con loro un rapporto non ladresco e brigantesco, ma positivo e vitale. Calando dall’affermazione teorica alla pratica, ciò significa che i discepoli di Gesù devono rapportarsi con gli altri, seguendo il suo stile e le sue modalità: la disponibilità, la gratuità, la misericordia, la comprensione verso i peccatori, la condanna netta e coraggiosa verso il peccato.

Se non si entra attraverso questa porta arrivano inevitabilmente i ladri e i briganti, come quelli che erano venuti prima di lui. Guardiamo lo spettacolo che ci sta offrendo la nostra società italiana, nonché il panorama mondiale dove le porte per andare agli altri sono diventati il profitto, il mercato, l’ideologia, lo sfruttamento, il “vuoto” dei valori di piccolo cabotaggio, il divertimento, lo sballo.

Quante volte, come in questa settimana, ci siamo domandati: “Com’è possibile picchiarsi, accoltellarsi e spararsi per una partita di pallone, mentre si rimane indifferenti di fronte ai grandi problemi e alle grandi sofferenze dei più poveri della società e del mondo?”. Della guerra in Siria, praticamente non si parla più. Delle crudeltà atroci messe in atto in alcuni paesi africani si fa qualche cenno, salvo che non ci siano partite di calcio importanti. Degli emigranti che rischiano la vita per cercare un po’ di speranza, si parla soltanto per i fastidi che possono procurarci.

Di fronte a questo spettacolo, la soluzione più semplice è il lamento. Che però non serve a niente. Noi che con il battesimo (se non è rimasto un documento ammuffito dell’archivio parrocchiale) abbiamo accolto l’invito a “salvarci da questa generazione perversa”, siamo chiamati ad assumerci il compito di riproporre, con la testimonianza e con l’annuncio, la “porta Gesù”…

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