ATTUALITÀ


Il nuovo twittatore uscì nel continente digitale per twiettare..

Riprendo qui a mia volta, lo splendido editoriale di padre Federico Lombardi per Octava Dies, il settimanale informativo del Centro Televisivo Vaticano, pubblicato da p. Antonio Spadaro sj su cyberteologia

seminatore_thumb.jpgIl nuovo twittatore uscì nel continente digitale per twittare. Alcuni abitanti del continente dissero: “Che ci fa qui questo intruso? In questo campo solo noi sappiamo che cosa e come bisogna twittare!”. E lo presero in giro e gli volsero le spalle. Altri abitanti dissero: “Interessante e divertente! Vediamo se avrà più followers di altri VIP, attori o calciatori”. E fecero le loro considerazioni sui numeri, ma non pensarono a cosa dicevano i tweets e dopo un po’ se ne disinteressarono. Altri dissero: “Bene. C’è qualcuno che si preoccupa di dirci delle cose che ritiene importanti per ognuno di noi. Staremo attenti per vedere e sentire, e saremo contenti di ritwittare ai nostri amici in ricerca come noi”. E i tweets portarono frutto e si moltiplicarono, per trenta, per sessanta, per cento… Chi ha orecchi per intendere, intenda.

140 caratteri – quanti ne contiene un tweet – non sono pochi. La maggior parte dei versetti del Vangelo ne ha di meno; le beatitudini sono molto più brevi. Un po’ di concisione non fa male. Da secoli sappiamo che ascoltare una parola di Gesù al mattino e portarla nella mente e nel cuore sostiene il cammino di un giorno…o di una vita. Ma bisogna capire perché questa parola è importante, da dove viene e dove va, in quale contesto di vita trova il suo senso. Insomma, il tweet non porta la vita da solo e automaticamente. Non per nulla può incontrare di fatto un’accoglienza entusiastica, ma anche un rifiuto. Il seme cade su un terreno sassoso o in mezzo ai rovi dei pregiudizi negativi e soffoca, ma cade anche su un terreno buono e disponibile e così porta frutto e si moltiplica.

Naturalmente il mondo non si salverà a colpi di tweet, ma sul miliardo di battezzati cattolici e sui sette miliardi del mondo, alcuni milioni di persone potranno sentire anche per questa via il Papa più vicino, dire una parola per loro, una scintilla di saggezza da portare nella mente e nel cuore e da condividere con gli amici di tweet. Un nuovo servizio del Vangelo.

>>> ASCOLTA la parabola del twittatore facendo click QUI

Leggi anche:
 il papa su twitter. risposta a quattro dubbi. di antonio spadaro sj

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Il dovere dell’impegno politico

Brani tratti dal libro “Non arrendetevi mai. Colloquio con Oscar Luigi Scalfaro”, Paoline. L’Onorevole ribadisce il dovere di un impegno politico dei cattolici e mette in guardia contro la tentazione del potere. Voce di Francesco Sortino.

»»»  ascolta

“Aria Nuova Multiculturale”. Volontarie, all’incrocio del Ramadan

Una cena per festeggiare la fine del lungo digiuno nella comunità magrebina di Albanella, Salerno. Protagoniste assolute le volontarie dell’Associazione “Aria Nuova Multiculturale”.

30/08/2011

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Il rito del té durante la festa per la fine del Ramadan organizzata ad Albanella dalle volontarie dell’Associazione “Aria Nuova Multiculturale” (fotografie di Romina Rosolia).

Teiere in argento, bicchieri di vetro dipinti a mano, piatti colorati intarsiati e un intenso odore di spezie per la cena di fine Ramadan organizzata da un gruppo di volontari col sostegno della comunità magrebina di Albanella, in provincia di Salerno. La penultima delle cinque preghiere del giorno i musulmani l’hanno fatta in piazza. Si sono rivolti ad Est, verso la Mecca, mentre le donne hanno iniziato a preparare la cena.

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Gli uomini preparano il buffet.

Per un giorno il pianerottolo d’ingresso della scuola del paese si è trasformato in cucina, con tutto l’occorrente per realizzare il menù arabo: pane tipico con zuppa di verdure, riso, carne al vapore aromatizzata, uova sode e datteri e per finire dolci fatti a mano con cocco e marmellata. A tavola niente alcool ma rigoroso thè alla menta. A preparare il buffet, a distribuire la cena e a disfare i tavoli sono stati gli uomini che a mezzanotte, puntuali come un orologio, hanno pulito e sbaraccato via ogni cosa.

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Le volontarie dell’Associazione “Aria Nuova multiculturale” di Albanella, provincia di Salerno.

«La comunione a tavola fra cristiani e musulmani è stato un segno importante per tutti coloro che nutrono ancora pregiudizi verso tradizioni e religioni diverse dalla propria», dice Fiorella Orazzo Cerruti, 24 anni, una delle volontarie nonché insegnante della scuola di italiano per stranieri, un’iniziativa che l’Associazione Aria Nuova Multiculturale ha avviato da quest’anno. Due le classi, una maschile l’altra femminile, e circa una trentina gli iscritti. Fiorella studia lingua araba all’Università Orientale di Napoli e ha vissuto tre mesi in Siria, per un corso di specializzazione all’Università.ramadan2_ok_1924724 «Mi sono trovata benissimo – dice – . La popolazione è stata così calorosa e cordiale con me. Vorrei che anche qui fosse lo stesso, che tutti capissero quanto è importante integrarsi, il punto di svolta per essere buoni cristiani così come buoni mussulmani».

Il “jabador” è un vestito elegante indossato dai musulmani in occasione di feste e matrimoni.

Incrocio di culture è infatti, il nome che i volontari hanno dato alla festa di fine Ramadan. «Un modo – conclude Fiorella – per rendere conviviale la fine del loro digiuno». L’auspicio di Tareq Osfawi, marocchino, 28 anni, da cinque in Italia, è che «questa festa possa essere il punto di partenza per un’integrazione vera e per l’abbattimento dei muri che ancora oggi separano tutte le comunità di immigrati dagli italiani».

Articolo di Romina Rosolia, Famigliacristiana.it, 30 agosto 2011

Lampedusa, problema di tutti. La CEI soccorre Maroni 

 I vescovi mettono a disposizione 2500 posti per gli immigrati in 93 diocesi. Il coordinamento alla Caritas Italiana. Problema di tutti, basta egoismi.

 La Conferenza episcopale italiana risolve quasi in 20 per cento del problema di Roberto Maroni e dei presidenti delle Regioni. In strutture della Chiesa italiana, case di accoglienza di associazioni e conventi, verranno ospitati 2500 degli immigrati arrivati a Lampedusa: Le strutture si trovano in 93 diocesi. Duecento immigrati resteranno a Lampedusa ospiti della Casa della Fraternità della parrocchia dell’isola, dove lavoreranno a rotazione volontari della Caritas italiana di diverse diocesi.

Per l’accoglienza degli immigrati la Cei non chiederà nemmeno un euro allo Stato: “Provvederemo a tutto”, ha spiegato questa mattina ai giornalisti il Segretario generale della Conferenza episcopale monsignor Mariano Crociata: “Alloggio, cibo e vestiario”. La decisione è stata presa durante il Consiglio permanente della Cei che si è svolto questa settimana. Tutta l’operazione verrò coordinata dalla Caritas Italiana. In ognuna delle 93 diocesi sono stati individuate case idonee e perfettamente strutturate. Crociata ha spiegato che in c’è “alcuna ragione politica dietro la decisione, né rispondiamo all’appello di alcuno”: “Semplicemente intendiamo mettere in pratica il Vangelo che dice ero straniero e mi avete accolto”.

Il segretario della Cei ha osservato che “di fronte all’emergenza umanitaria serve uno sforzo di tutti per rispondere all’appello che viene da persone che rischiano la vita” e non bisogna cedere “all’individualismo”. Secondo Crociata “dobbiamo assumere lo stesso atteggiamento di accoglienza che già l’Italia ha dimostrato negli anni passati, nonostante l’attuale momento di crisi”: “ Non dobbiamo oscillare tra estremi così lontani come un’isola che vede in poco tempo praticamente raddoppiata la sua popolazione e zone che magari per esigenze di tranquillità non si dispongono ad accogliere”. Il segretario della Cei ha anche invitato a pensare al dopo: “Risposte di più lunga durata che guardano al lavoro e all’abitazione con un sostegno sopranazionale, cioè europeo, come ha sottolineato anche il capo dello Stato Giorgio Napolitano”. Secondo i vescovi non si possono chiudere gli occhi “di fronte al volto del prossimo disperato, né essere sordi all’appello di chi vive nel bisogno estremo”: “Purtroppo assistiamo a reazioni varie, persino contraddittorie, che dicono che la cultura dell’accoglienza deve crescere ancora da noi e un po’dappertutto”.

Alberto Bobbio, da famigliacristiana.it 1 aprile 2011

Caro Silvio, se torni a Lampedusa… (famiglia cristiana)

Lettera aperta al presidente Berlusconi: dopo il golf e il casinò, metta qualche soldo per restaurare il cimitero dei migranti morti in mare.

Caro Presidente Berlusconi,

quando avrà occasione di tornare a Lampedusa per seguire i lavori di ristrutturazione della villa che si è comperato su Internet in un battibaleno, faccia due passi da Cala Francese fino a Cala Pisana. L’isola non è grande. Li faccia da solo, in silenzio, senza scorta e all’alba, quando il vento di sale soffia dal mare. Si porti un golfino sulle spalle e prima di arrivare raccolga dalla riva della strada alcuni di quei fiori gialli e tosti che sfidano le folate cariche di salsedine.

Lì appena sopra le rocce c’è il cimitero dell’isola. Avrebbe fatto bene ad andarci, ieri. Ma tant’è, mancava il tempo. Lo sappiamo come vanno questi viaggi improvvisi… Sicuramente ci avrà pensato. Non dubito. Ma non importa: ci sarà un’altra volta. Vede, quel piccolo cimitero in un angolo custodisce alcune tombe senza nome, morti inghiottiti dal mare e dal mare restituiti nella braccia dell’isola. Non ci sono lapidi, non ci sono storie, neppure una data. Ma c’è un uomo, si chiama Vincenzo Lombardo guardiano per anni del cimitero, che li ha sepolti e ogni giorno all’alba fa la strada lungo i cipressi, porta un fiore, spolvera le tombe, bagna un papiro che è cresciuto spontaneo lì accanto.

Forse potrebbe andare con lui, Presidente. Lombardo è l’uomo della pietà di Lampedusa, forse il migliore di tutti noi. Lo chiamavano i Carabinieri quando trovavano i morti spolpati dai pesci e schiantati sulle rocce. Lo chiamavano i pescatori quando tra le reti scovavano impigliati una gamba o un braccio. Lui strappava un po’ di mentuccia selvatica, se la infilava sotto la mascherina per rendere più gentile l’odore della morte e dell’orrore, raccoglieva i corpi e li seppelliva senza nome. In 13 anni ne ha raccolti 82. Stanno tutti lì sotto terra.

Vedrà che su qualche tomba c’è una croce. La maggior parte non sono cristiani, ma non importa. Un giorno che l’ho accompagnato mi disse: “Un Dio l’avevano pure loro”. E poi che sono morti di “mare, mare” e adesso stanno sepolti, soli e senza nome, nel cimitero in mezzo al mare. Vada trovarli, Presidente, quei morti senza nome che riposano nella nostra terra di frontiera, accarezzati dalla pietà e dalla misericordia. Forse ci vorrebbe un cimitero solo per loro, magari, tuttavia potrebbe essere sufficiente sistemare almeno un poco quell’angolo che già c’è. Se le rimane qualche quattrino, dopo che ha comperato la villa, fatto il campo da golf e il casinò, potrebbe farci un pensiero.

Chi abita a Lampedusa nei secoli ha sempre accolto chi veniva dal mare, senza fare tante domande. La gente di mare è fatta così. Apre il cuore oltre che la casa. Ma quei morti non c’è quasi nessuno che li va a trovare, che a loro vuole bene. Potrebbe farlo Lei, a nome di tutti gli italiani. E se poi lì le si stringe il cuore e le scappa una preghiera, la dica a nome dell’Italia intera per chi ha lasciato la sua terra e gli affetti ed è morto di “mare, mare”. Mi creda, ne vale la pena.

Alberto Bobbio, da famigliacristiana.it 31 marzo 2011

Le donne italiane come la piazza egiziana

Le richieste sono le stesse:
più democrazia, libertà, accesso
alle
professioni.

 thmbse-non-ora-quandoIl giorno 13 febbraio le donne scenderanno in strada a protestare. In tutta Italia. Questa la notizia che sta correndo come una lepre per la Rete, con poca risonanza sui giornali. La Rete ormai si sta rivelando come lo strumento più rapido e libero di informazione. È la Rete che ha permesso l’incontro di migliaia di persone in piazza per protestare contro la prepotenza del governo egiziano, inamovibile, sordo ormai alle ragioni di chi soccombe, incapace di rinnovarsi, impermeabile a ogni richiesta di democrazia: libertà di parola, di pensiero, di movimento, meritocrazia, lavoro per i giovani, guerra alla corruzione dilagante.

Cosa chiedono oggi le donne italiane? Paradossalmente, in un Paese che si definisce libero, chiedono, proprio come i ragazzi tunisini ed egiziani, libertà di parola, di pensiero, maggiore democrazia, guerra alla corruzione, accesso alle professioni. In uno dei Paesi più sviluppati del mondo, nel disinteresse generale, stiamo assistendo a una crescente svalutazione del pensiero e della volontà femminile, a una spinta per il ritorno a casa, a una perdita costante di lavoro e di prestigio. Il nostro è il Paese d’Europa dove le donne lavorano meno fuori casa, e dove, nonostante alcuni casi eclatanti, la rappresentanza nelle istituzioni e nei luoghi del potere si riduce ogni anno.

Al posto della valorizzazione e della meritocrazia, si sta radicando nella mente dei più giovani una idea mercantile dei rapporti umani. Ai ragazzi si suggerisce di affinare le proprie capacità intellettive per andare poi a offrirsi nei mercati globalizzati. Alle ragazze si propone di vendere, subito e a buon prezzo – perché al contrario delle competenze, il corpo sessuato perde valore con il crescere e il maturare – la sola cosa che sulla piazza vale sempre di più: un corpo da consumare. Se non è questa una mostruosa, sottile e ossessiva induzione alla prostituzione femminile, cosa è?

Sia chiaro, ciò avveniva anche ai tempi di Tolstoj. Il quale, solo fra tanti uomini ligi, accusato di pazzia e perversione, ha avuto il coraggio di scrivere, in forma romanzesca e saggistica, che il matrimonio era un mercato delle vacche, in cui si mettevano in vendita corpi di ragazze al miglior offerente. Con il sacrificio generazionale di talenti e capacità straordinarie, con la mutilazione quotidiana di cervelli e cuori capaci. Di questi sacrifici non importava niente a nessuno. Ma allora era la famiglia che si adoperava per piegare le volontà giovanili, le aspirazioni alla libertà. Ora è la cultura di mercato, che passa soprattutto attraverso le seduzioni di plastica della televisione, di molto cinema e della moda.

Non è un caso che la mentalità del mercato vada a braccetto con l’idea poco democratica di un capo carismatico. Wilhelm Reich, nel suo studio sulla psicologia di massa, racconta molto bene l’intreccio di paure, illusioni, odi e frustrazioni da cui nasce ogni tentativo di imporre un regime di autorità. E le donne sono le prime a venire irreggimentate. Il loro storico bisogno di un capo – indotto e introiettato a furia di botte simboliche e reali – le rende docili prede. Su questo conta chi di quel mercato si fa padrone e manipolatore senza scrupoli.

(Dacia Maraini dal Corriere della Sera dell’8 febbraio 2011)

daCambonifem 9 febbraio 2011

 

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