Il baratro è sempre a doppio senso Sprofondare non è mai l’unica direzione

Meditazione sul Vangelo della XXXI domenica del T.O. anno C 30 ottobre 2016 Lc 19,1-10 La disperazione è una malattia nello spirito, nell’io, e così può essere triplice:  disperatamente non essere …

Sorgente: Il baratro è sempre a doppio senso Sprofondare non è mai l’unica direzione

Fraternità e solidarietà per un 2014 di PACE

Con Maria, la Madre di Dio, Iniziamo il 2014

Auguri a tutti gli Amici e non de LA BELLA NOTIZIA

Auguri Buon Anno 2014

CREDO… perciò parlo!

Preghiera per i catechisti

Il catechista chiamato ad aprire la porta del cuore al Signore, aiuta i ragazzi a cooscerLo, annunciando la Parola con la propria vita, sulle orme dei tanti testimoni biblici. Questa proposta di preghiera può essere usata per l’inizio dell’anno catechistico o altri momenti per rinnovare il dono della Fede e dell’Annuncio.

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All’inizio dell’incontro si possono portare solennemente in processione all’altare la Bibbia e i testi (o i quaderni) del catechismo, come segno dell’impegno dei catechisti ad accompagnare le persone nel cammino della fede.

Intanto si esegue un canto, scelto liberamente dalla comunità

Guida: Papa Benedetto XVI, parlando della fede, ha affermato:

«Credere non è aggiungere una opinione alle altre. E la convinzione, la fede che Dio c’è non è un’informazione come altre. Di molte informazioni, a noi non fa niente se sono vere o false, non cambiano la nostra vita. Ma se Dio non c’è, la vita è vuota, il futuro è vuoto. E se Dio c’è, tutto è cambiato, la vita è luce, il nostro avvenire è luce e abbiamo l’orientamento per come vivere. Perciò credere costituisce l’orientamento fondamentale della nostra vita».

Il catechista è una persona, dunque, la cui fede costituisce l’orientamento della propria vita e diventa così un aiuto anche per gli altri. Egli, come dice il brano della Lettera agli Ebrei che ora ascoltiamo, è circondato da una gran moltitudine di testimoni.

Dalla Lettera agli Ebrei (Eb 11,1-2.13-16)

La fede è il fondamento di ciò che si spera e prova di ciò che non si vede. Per questa fede i nostri antenati sono stati approvati da Dio.

Essi morirono tutti nella fede, senza aver ottenuto i beni promessi, ma li videro e li salutarono solo da lontano, dichiarando di essere stranieri e pellegrini sulla terra. Chi parla così, mostra di essere alla ricerca di una patria. Se avessero pensato a quella da cui erano usciti, avrebbero avuto la possibilità di ritornarvi; ora invece essi aspirano a una patria migliore, cioè a quella celeste. Per questo Dio non si vergogna di essere chiamato loro Dio. Ha preparato infatti per loro una città.

Guida: Dio non è mai come noi lo pensiamo o immaginiamo. Il profeta Isaia scrive che «i suoi pensieri non sono i nostri pensieri, le sue vie non sono le nostre vie. Quanto il cielo sovrasta la terra, tanto i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri» (cfr. Is 55,8-9).

Ascoltiamo dunque questa meditazione che ripercorre il percorso di fede di alcuni personaggi dell’Antico Testamento.

Anche noi, oggi, siamo chiamati a seguire le loro orme, per giungere a conoscere il vero volto del Dio di Gesù Cristo.

Si può mettere un sottofondo musicale adatto e lasciare un breve spazio tra un lettore e l’altro(due o più lettori)

1. Dio di Abramo:
notte e deserto,
stella nel cielo,
nome nella sua carne,
compagno di viaggio,
ospite gradito.

2. Dio di Mosè:
voce che arde,
bastone che guida,
luce che precede,
manna dal cielo,
latte e miele,
terra promessa.

3. Dio di David:
fionda nelle sue mani,
arpa tra le sue dita,
canto sulle labbra,
amore più che di donna,
figlio del peccato,
pietra angolare della sua casa.

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Canto: Vieni Spirito di Dio

Un canto di invocazione allo Spirito Santo, visualizzato con immagini e simboli della sua azione, quali: il fuoco, il vento, l’acqua, la colomba, la luce.
Può essere utilizzato per preghiere e celebrazioni, sia nel Tempo Pasquale che in altre occasioni durante l’anno. (Realizzazione del video di Pina Riccieri fsp)
Il canto è tratto dal Cd di F. Buttazzo — D. Scarpa nel “Vieni soffio di Dio”, Paoline Audiovisivi
http://libreria-online.paoline.it/schedaProdotto.aspx?idp=8019118021472

Puoi trovare la veglia di preghiera alla pagina del sito PAOLINE
http://www.paoline.it/Idee-per-pregare/PREGHIERE-Allo-SPIRITO/articoloRubrica_arb1763.aspx

Benvenuto Papa Francesco

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Evidentemente emozionato e contento (“devo ancora collocarmi”), padre Federico Lombardi convoca subito un briefing in sala stampa per dare le prime informazioni sul nuovo Papa. «Non c’era mai stato un Papa gesuita. I Gesuiti hanno una spiritualità di servizio e mi immagino che il padre Bergoglio si sia sentito chiamato a fare un servizio alla Chiesa che evidentemente non si era aspettato. E avrà accettato pensando che era il suo dovere fare questo servizio per la Chiesa con grande semplicità gurdando ai bisogni della Chiesa universale così come sono gli insegnamenti di sant’Ignazio che ci ha insegnato ad avere uno sguardo largo verso il mondo e a portare la giustizia e la fede come dono più grande che possiamo fare alla Chiesa universale», spiega a una domanda precisa sulla provenienza del nuovo Papa dalla Compagnia di Gesù.

«Non ho avuto grandi contatti con lui”, ha poi spiegato padre Lombardi, “ci siamo ritrovati soltanto una volta per la 33esima congregazione della compagnia di Gesù che elesse come generale padre Kolvenbach. L’ho rivisto in questi giorni alle congregazioni, l’ho salutato, ma non mi aspettavo di vedermelo vestito di bianco”. Il portavoce della sala stampa è “rimasto colpito dalla scelta del nome, Francesco, mai scelto da nessuno e anche dal fatto che si è avuto il coraggio di cercare al di là dell’Oceano. È la prima volta che abbiamo un Papa di un altro Continente. E poi è stato molto bello questo stile di spiritualità, il chiedere, inchinandosi, la benedizione del popolo e di pregare con le preghiere semplici che la gente conosce. Un grande atto di pastoralità semplice”.

“Sono un poco scioccato di avere un Papa gesuita”, continua padre Lombardi. I Gesuiti pensano di servire la Chiesa non in posizione di autorità, ma di servizio e ci sembra strano che uno sia nominato Papa, in questo senso lo vivo proprio come una chiamata al servizio del padre Bergoglio, davvero il risultato di una chiamata forte e non la ricerca di una autorità o di un potere”. Poi dà in diretta le notizie che gli comunica per telefono dalla casa Pontificia padre Leonardo Sapienza. Una tra le più attese è che il nuovo Papa ha parlato con Papa Benedetto per telefono. Domenica ci sarà il primo angelus, mentre per il martedì 19 è prevista la messa di inizio pontificato.
Annachiara Valle

Il continente sudamericano saluta il suo primo Papa. Argentino ma con origini italiane, per l’esattezza piemontesi. È il gesuita Jorge Mario Bergoglio, 76enne arcivescovo di Buenos Aires, figlio dell’emigrazione italiana di massa verso il Paese dell’America latina. Ecco le sue prime parole: «Buonasera! I fratelli del Conclave dovevano eleggere il nuovo vescovo di Roma, sono andati a prenderlo quasi alla fine del mondo. Vi ringrazio dell’accoglienza». Poi il pensiero è andato al vescovo emerito di Roma, Papa Benedetto XVI: «Preghiamo per lui, perché il Signore lo benedica e lo custodisca». Poi ha recitato insieme alla folla di fedeli il Padre Nostro e l’Ave Maria. E alla fine ha detto: «Vi chiedo un favore: benedite me prima che io benedica voi. Si tratta della benedizione del popolo per il suo vescovo». Dopo la benedizione Urbi et Orbi, ha detto: «Domani andrò a pregare la Madonna». Nato a Buenos Aires il 17 dicembre del 1936, ha scelto la strada sacerdotale dopo aver compiuto gli studi superiori di tecnico chimico, nel 1958 è entrato nella Compagnia di Gesù, ha trascorso un periodo in Cile, per poi tornare in Argentina e laurearsi in Filosofia. Ordinato sacerdote nel 1969, è diventato primate d’Argentina nel 1998 ed è stato capo della Conferenza episcopale argentina per due mandati (2005-2011). Già nel Conclave del 2005, Bergoglio era accreditato come uno dei più probabili successori di Giovanni Paolo II e pare che avesse dalla sua parte lo schieramento compatto dei cardinali sudamericani. Secondo le ricostruzioni, dopo Joseph Ratzinger era stato lui ad ottenere il numero più elevato di voti. Uomo del dialogo e della mediazione, dotato di profonda cultura, è considerato una delle figure più carismatiche della Chiesa latinoamericana. In questi ultimi anni ha avuto dei confronti molto duri con la leadership politica argentina, prima con il presidente Nestor Kirchner e poi con sua moglie, l’attuale capo di Stato Cristina Kirchner. In particolare, in occasione della proposta – e poi dell’approvazione – della legge che ha introdotto in Argentina il matrimonio fra persone dello stesso sesso. Pochi mesi fa, in un incontro pastorale all’Università Cattolica argentina, il nuovo Pontefice ha criticato duramente i sacerdoti che non accettano di battezzare i figli di madri single o in situazioni “atipiche”. «Questi sono gli ipocriti di oggi», ha tuonato senza mezzi termini Bergoglio. «Quelli che hanno clericalizzato la Chiesa. Quelli che allontanano il popolo di Dio dalla salvezza». E ha aggiunto: «No alla’ipocrisia. No al clericalismo ipocrita. No alla mondanità spirituale. Perché questo significa mostrarsi più come un imprenditore che come un uomo o una donna del Vangelo».

Da Famigliacristiana.it, 13 marzo 2013

Ieri, oggi e sempre Gesù e lo stesso e ci ama

cristo-re-universo.jpg A conclusione dell’anno liturgico, celebriamo la Solennità di Cristo Re dell’Universo, una festa che segna non solo la fine di un anno, ma anche la dimensione escatologica della nostra vita in Cristo. In questo giorno guardiamo a Lui come al nostro Re e chiediamogli il dono di saper riconoscere la sua regalità nella nostra vita e nel volto di ogni fratello e di ogni sorella che accostiamo nel nostro “pellegrinare quotidiano”, nella società.
– Cristo è un re che capovolge tutte le nostre idee sulla regalità.
– È un Re che si presenta a noi in ogni povero, affamato, ammalato, prigioniero…
– È un re che non dispensa elemosine, ma che chiede elemosina ai suoi sudditi.
– È un re che vuole essere riconosciuto cosi; chi lo riconosce cosi sarà riconosciuto tra i suoi con le consolanti parole: “Venite benedetti… perché avevo fame e mi avete dato da mangiare…” (Mt 25,34-35).

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"Se la mafia c’è è anche colpa nostra" – don F. Montenegro

Omelia di mons. Francesco Montenegro pronunciata il 1 luglio, nel Santuario di San Calogero, in occasione dei festeggiamenti.

 

franco montenegro2Mi piace oggi guardare con voi S. Calogero come uomo di pace e operatore di pace, come dice il Vangelo. Basta guardare ciò che porta nella mani per comprendere ciò che caratterizza la vita di questo santo uomo: la Bibbia e la cassetta delle medicine per aiutare i sofferenti. Vive la pace infatti chi è in atteggiamento di benevolenza verso il fratello. Qual è il pensiero contrario all’amore? La violenza, l’arroganza, l’odio, l’ipocrisia, la sopraffazione. Calogero è la pagina bella della nostra città. È la pagina scritta da Dio che vale la pena leggere dopo quelle riguardanti la mafia e i mafiosi che i quotidiani ci hanno offerto. È una pagina però che deve farci riflettere, perché la mafia non è solo un argomento da romanzi o da film, la mafia sono volti e storie vere che oggi si intrecciano ed influiscono sulle nostre storie e sulla storia di questo territorio, Sono coloro che, usando la prepotenza e la violenza, decidono sulla vita e sulle cose altrui, sulle scelte politiche come sulle economiche. Sono coloro che per favorire guadagni illeciti e supremazia criminale hanno tutti gli interessi ad incrementare il clientelismo, il controllo sociale, l’emarginazione e a ripudiare le forme pacifiche e oneste di vita. Sono coloro che non solo creano ma anche approfittano della povertà mate-riale degli altri, che provocano mancanza di posti di lavoro e povertà culturale, che reperiscono la manovalanza malavitosa, e seminano sfi-ducia nell’amministrazione pubblica e che sono anche causa della par-tenza dalla nostra terra di molti dei suoi figli, spesso i migliori.

Oggi molti agrigentini, e non solo, usciranno per le strade a rendere onore a S. Calogero, vanto della nostra città. Ma Lui, uomo di Dio e amico degli uomini, perciò uomo di pace, chiede a noi suoi devoti, di essere decisi a dire di no a ciò che significa potenza e prepotenza violenta. Chiede che troviamo il coraggio di ribaltare la situazione di asservimento che si tenta, da parte di criminali, di innestare in questo territorio. Chiede di dire di no non solo alla mafia che uccide e minaccia, ma anche alla cultura mafiosa, che non è meno pericolosa. La cultura, cioè, che rende normali e possibili forme di vita che invece offendono la dignità

di noi uomini.

Questo significa che non è sufficiente affermare che siamo cristiani, ma che è necessario vivere da cristiani, come ai suoi tempi fece Calogero, e oggi,per esempio, P. Puglisi. Credere non è sapere le preghiere e reci-tarle, né partecipare alla processione ma, come ha detto Giovanni Paolo II in Sicilia, caricare di speranza la nostra Sicilia e, io aggiungo, la nostra Agrigento. Egli ci ha pure raccomandato di liberare la fede da tutte le incrostazioni, le strumentalizzazioni, le appropriazioni indebite, e di ritornare alla vera immagine di Cristo. Occorre ‘uscire dalle sacrestie, abitare i territori, vivere da credenti e cittadini adulti e solidali, contrastare la prepotenza con la forza della denuncia, ma soprattutto con la testimonianza di una vita buona che non ha paura di andare controcor-rente’. Se c’è tanto male attorno a noi non è solo perché molta gente è cattiva e pericolosa ma perchè noi, i buoni, non siamo quello che dovremmo essere. Ciò vuol dire che se la mafia è radicata in questa terra è anche colpa nostra (non è la prima volta che lo dico!).

La magistratura e la polizia devono fare e fanno la loro parte, ma a noi tocca fare la nostra. Se noi non cambiamo il cuore, se non ci mettiamo sulla stessa strada percorsa da Calogero, se non troviamo il coraggio di vivere il Vangelo con coerenza, vedremo la mafia radicarsi sempre più in questa nostra terra. Non possiamo non tener conto che noi siamo responsabili di quanto i nostri ragazzi e giovani si troveranno nel loro futuro.

Calogero visse aiutando i più deboli, rispettando e difendendo la vita. Il grido di Giovanni Paolo II pronunciato ad Agrigento: «Mafiosi convertitevi, verrà un giorno il giudizio di Dio», ha, secondo me, una continuazione per chi non è mafioso. Vuol dire: Cristiani convertitevi, non basta dire Padre, Padre, ma è necessario fare la sua volontà. Dire basta alla mafia e al malaffare, alla disonestà e all’ ingiustizia. Basta essere cristiani insipidi, imbottiti di un buonismo che non cambia le cose e tanto meno i cuori. Liberiamoci da quegli atteggiamenti omertosi che fanno crescere la logica dei privilegi, delle amicizie che favoriscono i favori, le raccomandazioni, il non rispetto della norme. Abbattiamo e scardiamo questa mentalità che ormai impregna le nostre vie, i nostri palazzi, i nostri uffici, i nostri rapporti. Diventiamo finalmente cristiani che hanno a cuore la cultura del rispetto, della legalità, della giustizia sociale, della correttezza morale, a tutti i livelli dalla scuola alla politica, dalle famiglie alla sanità. Ci facciano pensare le parole di uno scrittore che, riferendosi alla Sicilia, si chiede: come mai “in una terra segnata da una tradizione cristiana abbia potuto mettere radici la mentalità mafiosa?”.

L’unico modo per imbavagliare la mafia è fare sul serio, amare e cercare la verità e il bene, rifiutare la mediocrità, i compromessi e il confor-mismo, e osare per gli ideali nobili, per l’onestà e la legalità. È rendere possibili le parole di Giovanni Paolo II che chiese ai siciliani di uscire dal guscio dalla condizione che ci tiene bloccati, di acquistare la piena mi-sura dell’essere uomini e donne. Di reagire alla tentazione di chiudersi nella logica del proprio tornaconto personale. Di mettersi in un cammino di ricerca e di liberazione, di lotta all’egoismo e aprirsi ai fratelli … Se riusciamo ad alzarci, – ci disse ancora – saremo capaci di sollevare il mondo. La società deve essere guarita, rinnovata attraverso noi, purchè ognuno faccia la sua parte.

Il Signore per intercessione di S. Calogero ci liberi da ogni forma di violenza e ci aiuti a costruire una Agrigento e una società più umana e fraterna.

+ don Francesco Montenegro, Arcivescovo di Agrigento
da diocesiag.it, 1 luglio 2012