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30
Ago
13

Carlo Maria Martini. L’uomo della Parola, il testimone della fede

"La Tua Parola è lampada ai miei passi"

Carlo Maria Martini, nasce a Torino nel 1927 e muore a Gallarate (MI) il 31 agosto 2012. Una vita a servizio della Chiesa, dell’uomo… della PAROLA, un maestro della fede. Vescovo di Milano per oltre 22 anni, diviene punto di riferimento per credenti e non credenti. Un breve profilo, alcune testimonianze e l’intervista a P. Schiavone tracciano la figura di questo "grande" della Chiesa e non solo.

Carlo Maria Martini Carlo Maria Martini Intervista a p. Pietro Schiavone sj

Il mendicante con la porpora

Così Ferruccio De Bortoli, con una felicissima intuizione, ha definito il Card. Carlo M. Martini sul Corriere della sera di oggi, sabato 1 settembre, all’indo-mani della sua morte.

Insigne biblista e esegeta, rettore della Pontificia Università Gregoriana, il 29 dicembre 1979 viene nominato arcivescovo di Milano da Giovanni Paolo II e il 10 febbraio 1980 fa il suo ingresso nella diocesi ambrosiana, una delle più grandi del mondo. E proprio nella guida pastorale di una diocesi tanto com-plessa, Carlo Maria Martini realizza una mirabile sintesi tra lo studioso, l’appassionato della Parola e il Pastore illuminato, coraggioso, capace di parlare a tutti, credenti e non credenti, cercatori di senso e di valori, con una partecipazione emotiva e affettiva che pochi si sarebbero aspettati da questo severo studioso.

 

Carlo Maria Martini pastore della Diocesi di Milano

Quale teologia ha ispirato l’insegnamento spirituale e pastorale del Card. Carlo Maria Martini?
Quale metodo teologico lo ha sorretto?
Quale immagine di Dio, dell’uomo e della Chiesa ne risulta?
Che ruolo ha avuto la visione del futuro nel suo pensiero?
In un volume pubblicato dalle Paoline nel 2005 dal titolo “Carlo Maria Martini, custode del Mistero nel cuore della storia”, l’autore, Damiano Modena, ripercorre gli anni del servizio pastorale di Carlo Maria Martini (1979 – 2002) e si interroga su questo periodo intenso e fecondo, in cui la diocesi ambrosiana, sotto la sua guida, diventa un punto di riferimento per credenti, pensatori, politici…

 

Oggi dicono di Lui

Libertà interiore e ascolto profondo della Parola

«Come sono contento della libertà interiore che Dio ti ha dato!».
È questa la prima cosa che credo di aver appreso da Lui, a conferma di una scelta di fondo che sentivo fondamentale per il mio essere cristiano e prete: cercare di piacere a Dio solo….

Il Suo ascolto dell’altro nasceva dall’ascolto profondo e innamorato della Parola di Dio: ecco l’altro grande insegnamento che ho ricevuto da Lui…. (Bruno Forte, Il Sole 24 Ore, 1 settembre 2012)

La sua esperienza a servizio di ogni uomo

“Io non ho la fede nell’oltremondo e non la cerco. Lui lo sapeva e non ha mai fatto nulla per convertirmi.
Non era questa la sua pastoralità, almeno con me. (Eugenio Scalfari,Repubblica, 1 settembre 2012)

La coscienza, “un muscolo” da allenare

“E interrogano la nostra coscienza, un “muscolo”, diceva Martini, che va allenato. Nel suo libro Le età della vita , il cardinale ricordava un proverbio indiano che divide la nostra esistenza in quattro parti… (Ferruccio De Bartoli, Corriere della sera, 1 settembre 2012)

Da Gesuita a Pastore a cercatore della verità
“Ci lascia un grande uomo. Carlo Maria Martini è stato una figura ricca e complessa, che ha parlato al cuore del mondo e non solo alla comunità dei cristiani… (Pier Luigi Bersani, Rainews24, 1 settembre 2012)

 

 

Quella luce che ho visto in Lui

“Serberò per sempre la memoria, l’impronta e l’emozione degli incontri con il cardinale Martini, delle conversazioni con lui sull’educazione dei giovani, sui difficili momenti più volte vissuti dall’Italia negli ultimi trent’anni… Sull’Europa, soprattutto. Un tema che Martini ha sempre coltivato con passione, spesso in modo profetico… (Mario Monti, Corriere della sera, 1 settembre 2012)

Intervista a p. Pietro Schiavone sj

Un gesuita parla del gesuita Martini

uomo del dialogo, della fede, della speranza della carità.
Eleonora La Rocca fsp, ha intervistato p. Pietro Schiavone sj, vice Rettore della Chiesa del Gesù di Roma e autore del libro “Il discernimento. Teoria e prassi” Paoline.

Emerge una figura di gesuita, di studioso, di vescovo testimone di una fede profonda, capace di coniugare Parola di Dio e cammino degli Esercizi Spirituali di Sant’Ignazio attualizzati nell’oggi della storia.

Così come emerge il suo rapporto con i laici, il rispetto delle coscienze, la promozione dell’uomo, la capacità di dialogo con i non credenti, e altro ancora di questo "gigante della Chiesa" e non solo, come lo ha definito p. Schiavone.

p_intervista_schiavone_testimonianza_martini_2012

 

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16
Dic
12

Natale: Gesù riempie la nostra vita, di C. M. Martini

Speranza e attesa: sono due virtù senza le quali è impossibile vivere la fiducia tra noi,
perché troppo spesso questa fiducia può venire delusa.

candele-nel-filo-spinato-simbolo-di-speranza-e-di-diritti-civiliAbbiamo tutti fatto esperienze amare
che tendono a chiuderci il cuore
e ce lo potrà aprire soltanto una grande speranza,
quella che la Chiesa ci ripete continuamente:
Gesù si manifesterà,
Gesù riempirà la nostra vita.
Noi viviamo in questa attesa,
in questa tensione
verso il bene futuro amato e desiderato,
verso la manifestazione della pienezza
della vita di Dio in noi.
Se essa manca, se languisce,
allora l’atteggiamento di fiducia e di benevolenza
sarà quasi impossibile perché le circostanze quotidiane
tendono a distruggerlo in noi.
La mancanza di questa attesa, di questa speranza
può essere davvero una delle più grandi tragedie del nostro tempo.
Se noi ci ripieghiamo soltanto sul presente, ansiosi di goderne al massimo,
oppure ci amareggiamo perché le cose del presente ci disgustano e non ci soddisfano,
se manchiamo di questa visione dell’avvenire, di questa speranza della manifestazione
della gloria di Dio — manifestata ora nell’amabilità di Gesù
e che un giorno si manifesterà nella pienezza del Regno —
noi non possiamo essere né il sale della terra né il fermento nel lievito della pasta.
Fatalmente verremo trascinati dalle esperienze quotidiane, gioiosi quando qualcosa andrà bene
ma tristi e addolorati non appena qualcosa non risponderà alle nostre aspettative immediate.

Sacrofano (RM)Gesù ci insegna a vivere nell’attesa della beata speranza,
nell’attesa della manifestazione della gloria del nostro grande Dio e Salvatore Gesù Cristo.
Attendiamo il Tuo ritorno,
attendiamo la Tua manifestazione gloriosa:
lo proclamiamo ogni volta che celebriamo l’Eucaristia.
Contemplando il presepio di Gesù,
contemplando l’amabilità di Dio
che vince la nostra diffidenza e le nostre paure,
contempliamo anche la grandezza della speranza che ci attende.
Parliamo liberamente e apertamente di questa speranza,
della vita futura, della pienezza della vita in Dio,
della gloria che Dio riserva a ciascuno di noi
e di cui ci dà il pegno nella presenza di Gesù nell’Eucaristia
e questa visione di speranza illumini il nostro cammino di ogni giorno.
Cardinale Carlo Maria Martini

06
Dic
12

Maria, Segno di benedizione, di C. M. Martini

Dalle “maledizioni” umane, alla  partecipazione della “benedizione” di Maria

carlo maria martini testimone del nostro tempoIn questa festa liturgica della Madonna ascoltiamo una pagina della Scrittura che è davvero impressionante.
Mi ha colpito perché in essa c’è, per la prima volta nella Bibbia, la parola della maledizione: Maledetto il serpente più di tutte le bestie selvatiche (Gn 3, 14).
La maledizione del serpente è simbolo della maledizione di tutte quelle cose che rovinano gli uomini.

Mi ha colpito perché penso
a quante altre volte la parola «maledizione» è stata, da allora, ripetuta,
a quante volte sono state lanciate nel mondo delle maledizioni gli uni contro gli altri,
a quante volte siamo giunti a maledire noi stessi e addirittura a maledire Dio.
A partire dal racconto che la Scrittura ci riporta,
il segno doloroso del peccato e della tristezza
è entrato nel mondo e, per così dire, ci perseguita.
Forse non arriviamo sempre a pronunciare quella parola
ma ci sono tante cose in noi, intorno a noi,
nella società che non vanno,
che noi non vogliamo e che suscitano in noi un moto di ribellione.
Ci ribelliamo contro noi stessi perché non siamo sempre ciò che vorremmo essere;
ci ribelliamo contro gli altri che riteniamo la causa di ciò che in noi non va;
ci ribelliamo anche contro Dio perché non sappiamo capire quanto Dio ci ama.

È, dunque, una parola terribile che si riproduce nella storia umana,
così come si riproduce il peccato.
È il peccato la vera causa di tutte le scontentezze, di tutte le tristezze,
di tutte le guerre, di tutte quelle cose che sono in realtà la maledizione dell’uomo.

Maria serva del Signore - Sieger Koeder olio telaEd ecco che il Vangelo ci porta il ricordo delle parola contraria alla maledizione:
«Benedetta tu, benedetta tu tra le donne!» (Lc 1, 42).
Questa parola rivolta alla Madonna è simbolo del meglio di noi stessi.

Noi siamo chiamati non a maledire noi stessi e gli altri:
noi siamo chiamati in realtà a benedire Dio,
a benedire la vita, a benedire il futuro.
La Madonna è il simbolo di tutto questo,
è il simbolo di tutte quelle cose che noi vorremmo essere,
è il simbolo di quello che vorremmo che il mondo fosse,
che vorremmo che gli altri fossero, che vorremmo che fosse la società.

Pregando oggi la Madonna noi preghiamo, quindi,
col meglio di noi stessi, con tutto ciò che di bene c’è in noi.
Preghiamo perché questo bene si allarghi,
preghiamo perché ciò che in noi è magari soltanto uno spazio di luce
diventi più largo,
preghiamo perché ciò che in noi è uno spiraglio di serenità cresca.
Possiamo augurarci che la Madonna entri nella nostra vita con la sua benedizione
in modo da poter dire, in tutta verità:
benedetta sei, o Maria, tra tutte le donne!
Fammi partecipe della tua benedizione,
fa’ che anch’io senta quanto c’è in me
che può diventare parte della tua benedizione!
Carlo Maria Martini, Solennità dell’Immacolata Concezione

10
Nov
12

Signore, senza di te non possiamo fare nulla

di Carlo Maria Martini

 

casa sulla roccia«Senza di te
non possiamo fare nulla»
Noi non sappiamo nutrirci,
non sappiamo nutrire,
non sappiamo dare risposte convincenti e solide.
Signore, senza di te non possiamo fare nulla,
senza di te noi rischiamo di mangiare vento
e di dar da mangiare ciò che non nutre.
Senza di te siamo pescatori vuoti.
Tu ci hai fatti pescatori di uomini
ma la nostra rete è vuota,
la tiriamo e ritiriamo su con gesti faticosi
e, alla fine, all’ora dei conti,
non ci resta che rispondere alla tua domanda:
Avete qualcosa da mangiare?
No, Signore, non l’abbiamo.
O Signore, donaci di entrare
nella sofferenza della tua Chiesa
che esperimenta la propria povertà,
così come l’hanno esperimentata i primi discepoli!
Fa’ che l’esperienza della nostra povertà
non diventi motivo di amarezza o di critica,
ma di costruzione
come lo è stata per gli apostoli.
Signore, abbiamo costruito sulla sabbia
senza di te,
ma con te
noi costruiremo sulla roccia.
I nostri sforzi erano inutili perché ci mancavi tu.
Se tu sei con noi,
siamo certi che cammineremo per sentieri giusti,
che darai abbondanza alla nostra vita.

Cardinale Carlo Maria Martini

01
Nov
12

i nostri defunti… via aperta all’uomo nel mistero della morte

«In faccia alla morte l’enigma della condizione umana diventa sommo». (CV II)

commemorazione dei nostri defuntiCon queste parole gravi il Concilio Vaticano II
descrive l’ansietà e la povertà dell’uomo
di fronte al mistero della morte.
E noi siamo chiamati ad avvicinarci a questo mistero,
e ad avvicinarci ad esso non come ad una realtà astratta,
ma come a qualcosa che ha creato
strappi dolorosi nella nostra carne,
nella vita di ciascuno di noi.
Ricordiamo infatti i nostri defunti, i nostri cari che ci hanno lasciato.
Per ciascuno di noi sono nomi, persone, volti, parole care
che ritornano alla mente,
che riempiono la memoria dei giorni passati insieme,
dei luoghi animati da presenze care e amate.
Anche i grandi Santi hanno vissuto lo strazio
di queste separazioni:
luceS. Agostino ha descritto con parole ancora vive
la sofferenza da lui provata alla morte della madre.
Ci dice: «Mentre le chiudevo gli occhi, runa tristezza immensa
si addensava nel mio cuore e si trasformava in un fiotto di lacrime.
Ma cos’era dunque – si domanda – che mi doleva dentro gravemente
se non la recente ferita derivata dalla lacerazione improvvisa
della nostra così dolce e cara consuetudine di vita comune?».
Se dunque per i Santi le separazioni dolorose
possono essere così penetranti, tali da spezzare il cuore,
che cosa non sarà per ciascuno di noi
e come non provare pena nel rivivere questi momenti di dolore e di separazione?

moltitudine_salvatiMa i grandi Santi ci mostrano anche
la via aperta all’uomo nel mistero della morte.
È la via della Pasqua di Cristo che con la sua morte
ha distrutto la nostra morte,
con la sua risurrezione ha fatto a noi dono della vita.
E noi ricordiamo i nostri defunti
non soltanto nella mestizia della separazione,
ma li ricordiamo rivivendo il passaggio di Cristo nella morte,
e attraverso la morte, alla vita,
perché in questo stesso Cristo i nostri defunti vivono e vivranno.

I nostri morti sono con noi e vivono con noi
e li possiamo sentire uniti alla nostra preghiera.
Essi ci parlano nella parola di Gesù,
essi sono presenti con noi nella consolazione che il Signore ci dà.
Cardinale Carlo Maria Martini

01
Nov
12

Le Beatitudini: passare dall’avere per se all’essere per gli altri… (Mt 5, 3-11)

I Santi sono uomini felici

CA0028Ciò che stupisce nel brano di Matteo (Mt 5, 3-11) è che la proclamazione della felicità non riguarda, in parecchi casi di queste beatitudini, opzioni fondamentali (come potrebbero essere «non uccidere», «non rubare», «onora il padre e la madre»); riguarda piuttosto situazioni ed atteggiamenti che comunemente non sono considerati di felicità e di benessere.
Anzi, le beatitudini che ci colpiscono di più non sono quelle che, in certo senso, sono ovvie:
beati gli operatori di pace, beati i puri di cuore,
ma sono invece quelle che si esprimono con un bruciante contrasto:
beati i poveri, beati gli afflitti, beati gli affamati.

Dietro alle beatitudini, perciò,
si nasconde un misterioso capovolgimento antropologico
che consiste nel passare dall’avere all’essere, anzi dall’essere al dare,
dall’avere per sé all’essere per gli altri.
Cogliendo la dinamica di questo guado fondamentale per l’uomo,
noi raggiungiamo il segreto di Dio che è insieme il vero segreto dell’uomo:
donarsi, essere per un altro.
I Santi sono uomini felici, sono uomini che hanno trovato il loro vero centro,
uomini che hanno operato la conversione dall’avere all’essere e dall’essere al dare:
per questo sono stati e sono felici.
Celebrando la loro festa siamo invitati a partecipare, nella fede,
alla loro esperienza di letizia e di gioia.
Un critico contemporaneo, commentando una riedizione di antiche e celebri vite di Santi
(tra cui quella di Antonio, di Ambrogio, di Agostino)
dice che la prima qualità che si segnala nella vita dei santi è una forma di grande e ilare felicità,
di sereno e totale abbandono, di serena e totale fiducia nel disegno che la vita,
scendendo dalle mani di Dio, compone sui sentieri e sulle strade dell’uomo.
La santità, quest’unica forma possibile al mondo di vincere la tristezza,
ci viene presentata non come sogno irraggiungibile ma come la méta realistica
a cui ogni uomo è chiamato per mezzo del Battesimo.
La santità è la nostra chiamata, è una chiamata che riguarda ciascuno di noi,
come ha affermato il Concilio Vaticano II:
«uno è il popolo eletto di Dio, comune è la dignità dei membri,
comune la grazia dei figli, comune la vocazione alla perfezione»,
cioè la chiamata di tutti noi alla santità.
Cardinale Carlo Maria martini

31
Ott
12

Una cultura di santità… quella delle strade, di C. M. Martini

festa-dei-santiOggi più che mai il mondo ha bisogno
di una «cultura di santità».
Il Concilio, sottolineando
la vocazione universale alla santità,
ha detto parole in qualche modo nuove.
Ha detto che «tutti i fedeli,
di qualsiasi stato o grado,
sono chiamati alla pienezza della vita cristiana
e alla perfezione della carità». 
E’ questa generazione di santità
che il Concilio si augura:
una santità che si possa, per così dire,
trovare per le strade,
che si possa incontrare sull’autobus,
nella metropolitana, nella fabbrica,
nell’ufficio, nella famiglia,
una santità che esce dalle chiese
per entrare nella realtà della vita di ogni giorno.
Sarà necessariamente una santità
non clamorosa, non conclamata,
ma una santità luminosa e trasparente,
capace di lasciare intuire il volto di Cristo
in cui traspare la gloria di Dio.
Attraverso la presenza discreta, umile,
ma decisa e coraggiosa
di questa generazione di santità,
si rinnoverà il prodigio del sale della terra,
capace di conservare la vita e la speranza di vita
per un mondo che si sente inevitabilmente
avviato verso una cultura di morte.
Dice ancora il Concilio,
«da questa santità così universale e diffusa
è promosso anche nella società terrena un tenore di vita più umana».
Se pensiamo alla vita dei Santi che più conosciamo,
noi li vediamo appunto come il Vangelo di oggi ce li descrive:
poveri in spirito, miti, assetati di giustizia,
misericordiosi, puri di cuore,
perseguitati a causa del Vangelo,
e proprio per questo tutti quanti
operatori di pace.
Francesco, Caterina da Siena,
Ambrogio, Carlo. Vincenzo de’ Paoli
non hanno forse fatto la storia del tempo in cui sono vissuti?
Non hanno forse i fatto crescere attorno a loro
il senso e la ricerca della vera pace?
Non hanno rinnovato essi il mondo con la loro carità?
Cardinale Carlo Maria Martini




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