Posts Tagged ‘compassione

12
Lug
13

La globalizzazione dell’indifferenza

XV Domenica – Tempo Ordinario – Anno C

La parabola del buon Samaritano é sempre attuale, con il suo invito a superare l’indifferenza e a farci carico delle sofferenze dei fratelli e delle sorelle che incontriamo

Letture: Dt 30,10-14; Sal 18; Col 1,15-20; Lc 10, 25-27

Samaritano1Nel suo viaggio a Lampedusa, papa Francesco, papale papale – mai questo modo di dire è stato più appropriato – ha chiamato per nome il male che oggi affligge il mondo e, per contagio, ciascuno di noi: “la globalizzazione dell’indifferenza”, che ci sta disabituando a piangere, facendoci chiudere gli occhi davanti alle sofferenze dei fratelli, e riportandoci alle domande tragiche che Dio pone a ogni uomo e donna fin dalle origini: “Adamo, dove sei?”; “Caino, dov’è tuo fratello?”.

Unico antidoto a questo virus è il messaggio di Gesù, che oggi il vangelo ci riassume e ci ripropone con l’invito al dottore della Legge, che chiude la parabola del Samaritano: “Va’ e anche tu fa’ così!”. “Va’ e fa anche tu quello che ha fatto il Samaritano , colui che ha avuto compassione del malcapitato”.

Ma cosa ha fatto il Samaritano?  Cerchiamo di analizzare il suo comportamento in modo analitico e preciso, per non rischiare di fermarci all’incanto che la bellezza della parabola suscita.

“Vide”. Come il sacerdote, come il levita, il Samaritano ha visto. Ha tenuto gli occhi aperti sulla realtà. Senza questa disponibilità a guardare al fuori di noi: dei nostri interessi, della nostra salute, del nostro stipendio, del nostro cane e del nostro gatto, della nostra famiglia…, non c’è medicina contro l’indifferenza e l’incapacità di piangere. E’ proprio la chiusura degli occhi verso il “fuori da noi” che la cultura dominante, ossessionata dai propri diritti, dai propri bisogni, dai propri privilegi, che ci porta all’indifferenza, al “cuore di pietra”, come la chiama la Bibbia (Ez 36,26); alla “anestesia del cuore”, come la definisce papa Francesco.

Ebbe compassione”. Mentre gli altri due vedono e passano oltre (forse, almeno il levita, sospirando: “Poveretto”), preoccupati per l’IMU, per i matrimoni Gay, per i diritti degli animali, per i sondaggi sul gradimento del proprio partito…, chiudono gli occhi e passano oltre, il Samaritano ha compassione. “Compassione” nel senso biblico. Cioè non quella degli spettacoli  televisivi strappalacrime, ma un sentimento forte, tumultuoso, che mette nella condizione di chi soffre,  fa con-patire, soffrire insieme.

Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi lo caricò sulla sua cavalcatura, lo portò in un albergo e si prese cura di lui”. Non gli allungò un’offerta: gli si fece vicino. Bellissimo! E difficilissimo. Poi, in prima persona, come pronto intervento, fa tutto quello che è in grado di fare per alleviare le sofferenze del malcapitato. Non invoca l’intervento del Comune, dello Stato, del sindacato, della Protezione Civile, della Caritas… Ci mette del suo: bende, olio, vino, cavalcatura, tempo.

“Il giorno seguente, tirò fuori due denari e li diede all’albergatore, dicendo: “Abbi cura di lui; ciò che spenderai in più, te lo pagherò al mio ritorno”. Si preoccupa che il problema del malcapitato arrivi a soluzione completa.

Gesù,immagine del Dio invisibile”, l’unica immagine autorizzata e autentica di Dio, l’unico in grado di rivelarci la volontà del Padre, dice anche a noi: “Va’ e anche tu fa’ così!”, rafforzando la sua richiesta con l’affermazione che in ogni malcapitato c’è lui: “Avevo fame, avevo sete, ero nudo…”.

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07
Giu
13

La bontà del Signore è per sempre

X Domenica – Tempo ordinario – Anno C

Quando il dolore colpisce, viene spontaneo pensare che Dio si stia dimenticando di noi. Dobbiamo reagire a questo sentimento con la certezza che Egli ha “compassione” anche di noi.

Letture: 1Re 17,17-24; Sal 29; Gal 1,11-19; Lc 7,11-17

papa_francesco_bambini_gemelliSia al tempo di Elia che in quello di Gesù, le vedove erano le persone più povere e indifese della terra, senza nessun appoggio e senza nessuna misericordia, abbandonate a ogni sopruso e umiliazione. Sia al tempo di Elia, che in quello di Gesù, che ai nostri giorni, il dolore di una madre per la morte di un figlio è il più grande che si può incontrare, praticamente il simbolo di ogni dolore che colpisce la nostra esistenza.
I due racconti dei ragazzi di Sarepta e di Nain restituiti alla vita ci vengono proclamati, perciò, per assicurarci che la misericordia di Dio è presente anche là dove la condizione umana sperimenta la profondità dell’abbandono e del dolore.

Di fronte a questo messaggio, però, la nostra reazione istintiva, anche se spesso tenuta dolorosamente nascosta, non è la lode e il ringraziamento per la misericordia di Dio, ma la delusione, lo scetticismo e addirittura la protesta: “Perché questa misericordia di Dio non si manifesta anche oggi?”. Infatti anche oggi, se la condizione delle vedove socialmente non è più la stessa di un tempo, il dolore di tante madri che perdono i figli per incidenti stradali, per malattie precoci e crudeli, per scelte di vita sbagliate è lo stesso di sempre. E allora, come mai accanto a queste donne non ci sono uomini di Dio a far tornare la vita nel corpo, e non arriva Gesù con i discepoli a fermare la bara per dire: «Ragazzo, dico a te, àlzati!», e spingere la folla a glorificare Dio, dicendo: «Un grande profeta è sorto tra noi», e: «Dio ha visitato il suo popolo»?  

Di fronte a questa domanda, da affrontare con coraggio, la risposta della fede è una sola: credere che Dio ci sta vicino anche quando ci sembra noncurante e assente. I miracoli di Gesù sono un “segno” di ciò che avviene sempre anche se noi non riusciamo a vedere e verificare. Gesù ha “compassione” – un sentimento non lamentoso e superficiale ma sconvolgente. Luca lo utilizza tre volte: in questo brano, nelle parabole del buon samaritano e del padre misericordioso – delle madri (è vedendo la madre, non la bara del ragazzo che viene preso da “grande compassione”) e di chiunque è nel dolore anche oggi. papa_francesco_bambini_gemelli 2Certo, noi vorremmo che anche oggi la sua compassione si manifestasse restituendo i figli alla vita. Non è così, e non potrebbe essere così. Ma la misericordia di Dio sta lì, anche se non la sentiamo.

Chi ci assicura che è così? Soltanto la nostra capacità di affidarci alla Parola e alla testimonianza di Gesù. Anche egli ha chiesto a Dio di essere scampato dalla morte come i due ragazzi, come la figlia di Giàiro, come il suo amico Lazzaro…

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14
Dic
12

Il buon Samaritano – Parabole per bambini (Lc 10,25-37)

GESU’ INDICA LA VIA DELL’AMORE

Con la parabola del buon samaritano Gesù insegna che il prossimo non è solo ogni uomo bisognoso che incontriamo sul nostro cammino ma, capovolgendo la domanda del suo interlocutore, ci invita a essere noi prossimo per i nostri fratelli, senza distinzione di persone.

L’Itinerario è costituito da:

– una Scheda biblica, con notizie e puntualizzazioni per guidare la riflessione sulla parabola;

– una Scheda metodologica, che presenta suggestioni per approfondire il contenuto della video e realizzare incontri vivaci e sempre nuovi.

1. SCHEDA BIBLICA
Il buon samaritano

2. SCHEDA METODOLOGICA
Conoscere (video)
Riesprimere
Vivere
Celebrare

1. SCHEDA BIBLICA
La parabola nel contesto biblico

Il buon samaritano (Lc 10,25-37)

Soltanto Luca riporta la parabola del buon samaritano in risposta al dottore della Legge che domanda a Gesù: «Chi è il mio prossimo?».

Tutti e tre i sinottici parlano del colloquio di Gesù con questo esperto della legge che (secondo Matteo e Luca vuol mettere Gesù alla prova) gli domanda che cosa deve fare per ereditare la vita eterna. Secondo Matteo chiede qual è il più grande comandamento e secondo Marco qual è il primo.

Gli ebrei avevano aggiunto alla legge mosaica una minuziosa casistica per cui i precetti negativi e positivi raggiungevano il numero di 613. Era quindi difficile districarsi tra queste norme molto dure imposte alla gente semplice dagli scribi e dai farisei. Per rendersene conto basta confrontare le severe accuse di Gesù nel capitolo 23 di Matteo, in mo­do particolare nel versetto 4.

Gesù, come d’abitudine, invece di rispondere, domanda al dottore della Legge: «Che cosa è scritto nella Legge?». Secondo Matteo e Marco Gesù risponde direttamente citando i due comandamenti. La risposta è presa dallo Shemà di Dt 6,4-5 (ripreso letteralmente in Marco «Ascolta Israele») per quanto riguarda l’amore di Dio e da Lv 19,18 per quanto riguarda l’amore del prossimo.

Amerai

Già nella Legge mosaica troviamo questi comandamenti. Il verbo greco usato non indica l’amore passionale e nemmeno quello di amici­zia. Non è molto comune nel greco classico mentre la Bibbia lo adopera per esprimere il rapporto di Dio con il prossimo nell’ambito religioso.

In italiano si potrebbe tradurre con carità, termine che oggi molto spes­so viene inteso soltanto nel senso di elemosina.

I due comandamenti dell’amore nell’AT sono separati: quello verso Dio si trova in Dt 6,4-5, mentre quello verso il prossimo in Lv 19,18. L’unione dei due comandamenti non è una novità del NT, ma la tro­viamo già in testi giudaici (Testamento dei XII patriarchi, Filone, Giu­seppe Flavio).

Nel giudaismo il concetto di prossimo era ristretto all’ambito familiare e nazionale. Con la parabola del buon samaritano Gesù non insegna soltanto che il prossimo è ogni uomo bisognoso che incontriamo sul nostro cammino ma, capovolgendo la domanda del suo interlocutore, ci invita a essere noi prossimo per i nostri fratelli, senza distinzione di persone.

Va’ e fa’ anche tu lo stesso

Il Maestro della Legge aveva chiesto che cosa doveva fare per eredi­tare la vita eterna. Probabilmente si aspettava qualche consiglio asceti­co o la proposta di qualche pratica religiosa. Gesù invece gli chiede un amore totale capace di donarsi a tutti, senza limiti di alcun genere.

Amare Dio sembra facile se per amare si intende dedicarsi alla preghiera, all’adorazione, alle pratiche di pietà. Dio non si accontenta di queste cose, che non per questo devono essere trascurate. Esse diventano espressione del nostro amore a Dio nella misura in cui amiamo concre­tamente il prossimo…

p_3_buon_samaritano_1_parabole-amore_bambini_paoline_2012[4]

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E’ un progetto paoline.it

Le altre parabole:

>>> Il Padre misericordioso
>>> La moneta perduta
>>> La pecora smarrita

>>> Il seminatore uscì a seminare
>>> Il nemico seminò zizzania
>>> Il granello di senapa
>>> Il tesoro nascosto e la perla preziosa

19
Lug
12

Tutti pastori, o buoni o profittatori (Gv 19,25-27)

16a Domenica – Tempo Ordinario – Anno

Per essere pastori secondo il pensiero di Dio e secondo il modello Gesù è necessaria la benevolenza verso gli altri. Questa crea compassione, cioè capacità di entrare nella situazione degli altri facendola propria.

Letture: 1 Re 18, 42-45; Sal 15; Gal4, 4-7; Gv 19, 25-27

“Guai ai pastori che fanno perire e disperdono il gregge del mio pascolo. Io vi punirò per la malvagità delle vostre opere”. Minacciose e terribili le parole che Geremia pronuncia a nome di Dio.

Sgomberiamo subito il campo dagli equivoci: i “pastori” non sono, come a noi viene spontaneo pensare, il papa, i vescovi e i preti, ma tutti coloro che a vario titolo esercitano una autorità sugli altri. Al tempo di Geremia, infatti, come d’altronde al tempo di Gesù, non esisteva una distinzione tra potere civile e religioso. L’ammonimento di Dio, perciò, è per tutte le autorità, a qualsiasi livello e in qualsiasi ambiente: il governo, la famiglia, la parrocchia, la scuola, il lavoro… Ed è per ciascuno di noi, perché ognuno di noi è il custode (il pastore) del proprio fratello.

L’atteggiamento che Dio condanna con tanta determinazione è il disinteresse verso gli altri (le pecore che ci sono affidate), lasciando che si disperdano, senza preoccuparsi a quale sorte andranno incontro. È la scelta del classico: “Affari loro! Io devo pensare a me stesso”, che dall’indifferenza scivola con facilità nel tentativo di approfittarsi degli altri, ovviamente dei più deboli, o comunque in comportamenti che li danneggiano o direttamente o indirettamente.

Per contrastare e combattere questo atteggiamento, purtroppo sempre in agguato e sempre attuale (ogni riferimento alla nostra classe politica che con la ricerca ottusa e ostinata dei propri interessi ci ha portato nella situazione in cui ci troviamo è superfluo) Dio propone pastori “veri e saggi” dediti al bene delle pecore: “così che esse non dovranno più temere né sgomentarsi; non ne mancherà neppure una”.

L’esemplare di questi pastori secondo il pensiero di Dio è Gesù: il germoglio giusto di Davide, il re vero e saggio. Il brano del vangelo ce lo mostra in azione. Egli, sia nei confronti del gruppo dei suoi amici e collaboratori (“Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi un po’”), sia nei confronti della folla (“Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, ebbe compassione di loro, perché erano come pecore che non hanno pastore”), dimostra sentimenti di comprensione e benevolenza.

Per essere pastori secondo il pensiero di Dio e secondo il modello Gesù è necessaria la benevolenza verso gli altri. Questa crea compassione, cioè capacità di entrare nella situazione degli altri facendola propria, dalla quale scaturisce la spinta a rinunciare al bene proprio per mettersi a disposizione degli altri.

Adesso torniamo al: “Guai!” che Dio minaccia contro i falsi pastori…

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03
Mar
12

Nel volto di Dio il volto dei “senza volto”! – Mc 9,2-10

Il volto di Dio, per il figlio di Dio, è l'uomo!Il volto di Dio
è stato non solo quello di un’individualità contingente,
ma anche il non-volto dello «schiavo»,
dell’aprosópos, «colui che non si vede»:
mediante il Volto spogliato
di tutte le maschere del nulla,
il Volto pasquale nel quale la disperazione
«si trasforma» in speranza,
il vuoto in pieno,
tutti i «senza volto», esclusi, paria,
disprezzati, torturati,
trovano il loro volto di eternità.
Non esiste probabilmente altra soluzione
per un uso cristiano della politica
a prescindere dall’esigenza di restituire
un volto ai senza volto.
E non c’è nessuno fra di noi
che non sia stato e non sia, i
n un qualche momento della sua vita, un aprosópos.
Essere cristiano è scoprire,
persino in fondo al proprio inferno,
il volto di Dio, devastato e risuscitato,
sfigurato e trasfigurato,
che ci accoglie, ci libera,
ci restituisce l’opportunità dell’icona, la possibilità del volto.
0. Clement, Il volto interiore

09
Feb
12

Il “lebbroso” quotidiano

VI Domenica – Tempo Ordinario – Anno B

Oggi resiste, e forse aumenta, la durezza del cuore che porta a dire: “Poveretto!”, e a passare oltre… Bisogna invece coltivare, testimoniare, annunciare la compassione, il coraggio di Gesù di “toccare” anche quando, per le incrostazioni farisaiche e rabbiniche, non si dovrebbe.

Letture: Lv 13,1-2.45-46 Sal 31; 1 Cor 10,31-11,1; Mc 1,40-45

lebbroso_guarito_lv_febb2012Se non ci fosse il brano del vangelo di Marco a fare da contrappeso, le disposizioni di Dio a Mosè e Aronne nei confronti dei lebbrosi suonerebbero terribili e addirittura scandalose. Ascoltiamole:
Il lebbroso colpito da piaghe porterà vesti strappate e il capo scoperto; velato fino al labbro superiore, andrà gridando: “Impuro! Impuro!”. Sarà impuro finché durerà in lui il male; è impuro, se ne starà solo, abiterà fuori dell’accampamento”.
Parole terribili! Come può Dio ordinare di trattare in modo così duro dei poveri disgraziati che dovrebbero essere i suoi prediletti? Non possiamo cavarcela dicendo che l’autore del libro attribuisce a Dio quelle che, in effetti, sono decisioni del legislatore umano perché, se così fosse, potrebbero non essere parole di Dio anche quelle dei Dieci Comandamenti. La spiegazione vera e sincera è che Dio non è un “politicamente corretto” che dice cose carine senza preoccuparsi delle conseguenze, ma invita gli uomini a fare la sua volontà, tenendo conto della possibilità concreta che questa venga fatta.
In altre parole: Dio è un papà intelligente e amoroso che non chiede al figlio di sei anni le stesse cose che può esigere da quello di diciotto. Al tempo in cui il legislatore, ispirato da Dio, emanava le norme sui lebbrosi, cosa si poteva fare per evitare il contagio se non isolarli in maniera decisa? L’alternativa sarebbe stata la loro immediata eliminazione. Queste norme che a noi sembrano durissime esprimevano in realtà l’attenzione possibile in quel tempo verso quei poveretti.
Con il suo gesto compassionevole (“ne ebbe compassione”) e contestatario (“tese la mano, lo toccò”: i lebbrosi non potevano toccare ed essere toccati, e il poveretto poteva benissimo essere guarito soltanto con la voce, come in tanti altri casi), Gesù, oltre a superare la rigidità delle norme dentro alla quale si erano imprigionati gli scribi e i farisei, ribadisce ciò che deve sottostare alle norme che possono e devono variare a seconda dei tempi e delle risorse disponibili: la compassione verso ogni figlio di Dio. La compassione nel suo significato profondo che non è sentimentalismo perbenista, ma disponibilità concreta a vedere, farsi vicino, intervenire subito con le proprie possibilità, preoccuparsi della soluzione del problema. La compassione che Gesù ci chiede è quella del samaritano: “Va’ e anche tu fa’ così” (Lc 10,37).
Cosa possiamo fare, oggi, per i lebbrosi?…

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04
Feb
12

Faccia a faccia con la sofferenza

GPaolo-II_croce

 

Noi sappiamo
imbastire delle belle frasi sulla sofferenza.
Io stesso ne ho parlato con calore.
Dite ai sacerdoti di non dire nulla
non sappiamo ciò che essa è.
Faccia a faccia con la sofferenza
io ho pianto.
(Cardinal P. Veuillot sul suo letto di ospedale nel 1968)




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Festa dell’accoglienza: il granello di senape

Inizio anno catechistico-pastorale

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