Posts Tagged ‘credere

06
Apr
13

Gesù non si scandalizza per la mia fatica di credere! Gv 20,19-31

La fede nasce da una presenza, non da una rievocazione. Viene Gesù e si rivolge a Tommaso.
Nel piccolo gregge cerca proprio colui che dubita. Metti qua il tuo dito, stendi la tua mano, tocca! Ecco Gesù: non si scandalizza di tutti i miei dubbi, non si impressiona per la mia fatica di credere, non pretende la mia fede piena, ma tende le mani a me.

Incredulità-tommaso-300x2061. Viene Gesù, a porte chiuse.
C’è aria di paura in quella casa, paura dei Giudei, ma anche e soprattutto paura di se stessi, di come lo avevano abbandonato, tradito, rinnegato così in fretta. Eppure Gesù viene.
L’abbandonato ritorna da quelli che sanno solo abbandonare, il tradito si mette di nuovo nelle mani di chi lo ha tradito. E sta in mezzo a loro.
Ecco da dove nasce la fede cristiana, dal fatto che Gesù sta lì, dal suo esserci qui, vivo, adesso.
Il ricordo, per quanto appassionato, non basta a rendere viva una persona, al massimo può far nascere una scuola di pensiero.
La fede nasce da una presenza, non da una rievocazione. Viene Gesù e si rivolge a Tommaso.
Nel piccolo gregge cerca proprio colui che dubita.
Metti qua il tuo dito, stendi la tua mano, tocca!
Ecco Gesù: non si scandalizza di tutti i miei dubbi,
non si impressiona per la mia fatica di credere,
non pretende la mia fede piena,
ma tende le mani a me.
A Tommaso basta questo gesto.
Chi si fa vicino, tende la mano, non ti giudica ma ti incoraggia, è Gesù. Non ti puoi sbagliare!

2. Tommaso si arrende.
Si arrende all’amore che ha scritto il suo racconto sul corpo di Gesù con l’alfabeto delle ferite, ferite incancellabili come l’amore che ha per noi.
Ferite che Gesù non nasconde, anzi esibisce:
il foro dei chiodi, toccalo;
lo squarcio nel  anco, puoi entrarci con una mano.
Piaghe che non ci saremmo aspettati, pensavamo che la risurrezione avrebbe cancellato, rimarginato e chiuso le ferite del Venerdì Santo.
E invece no!
Perché la Pasqua non è l’annullamento della croce,
ma ne è la continuazione, il frutto maturo, la conseguenza;
le piaghe incidono per sempre il corpo di Cristo. Fino a oggi: sono l’alfabeto del suo amore.
Il Risorto è il Crocifisso.
L’Occidente ha privilegiato l’immagine del Crocifisso; l’Oriente invece l’immagine del Risorto.
Le due immagini sono i due polmoni, sono da tenere insieme Pasqua e croce.
Croce gloriosa, Pasqua ferita.
Gesù risorto non porta altro che le ferite del Crocifisso, da cui non sgorga più sangue, ma luce, porta l’oro delle sue ferite.
Penso alle ferite di tanta gente, per debolezza, per dolore, per disgrazia.
Nelle ferite c’è l’oro. Le ferite sono sacre, c’è Dio nelle ferite, come una goccia d’oro.
Tu puoi essere un guaritore ferito, che dalla tua ferita ricavi farmaci per altri.
Proprio quelli che parevano colpi duri o insensati della vita ci hanno resi capaci di comprendere altri, di venire in aiuto ad altri.
La nostra debolezza diventa una forza.

3. Alla fine Tommaso si arrende.
E non è scritto che abbia toccato il corpo del Risorto.
Si arrende non al toccare, ma a Cristo che si fa incontro;
si arrende non ai suoi sensi, ma alla pace,
la prima parola che da otto giorni accompagna il Risorto e che ora dilaga: §
«Pace a voi!».
Non un augurio, non una semplice promessa, ma una affermazione:
la pace è qui, è in voi, è iniziata.
Quella sua pace scende ancora sui cuori stanchi, e ogni cuore è stanco,
scende sulla nostra vicenda di dubbi e di sconfitte, come una benedizione.
Tommaso passa dall’incredulità all’estasi: «Mio Signore e mio Dio!».
Voglio custodire questo aggettivo «mio», piccola parola che cambia tutto,
che non evoca il Dio dei libri, il Dio dei teologi,
ma il Dio intrecciato con la mia vita, annodato al mio respiro,
lui parte di me e io parte di lui, mio piccolo roveto ardente, che brucia in me e io che brucio per lui.
«Mio Signore e mio Dio!». Per due volte Tommaso ripete quel piccolo aggettivo «mio», che viene dal Cantico dei Cantici (6,3: «Io sono del mio amato e il mio amato è mio»), che indica non possesso ma appartenenza: «mio» perché mi fa vivere, è la parte migliore di me.
«Mio», come lo è il cuore. E senza non sarei.
«Mio», come lo è il respiro. E senza non vivrei.

Ermes Ronchi, Le ragioni della speranza, Commenti ai Vangeli domenicali – Anno C, Paoline 2012

28
Feb
13

La conversione contro le foglie (Lc 13,1-9)

3a Domenica – Tempo di Quaresima – Anno C

Gesù coglie lo spunto da alcuni fatti di cronaca per contrastare la convinzione che le disgrazie siano una punizione di Dio e invitare tutti alla conversione del cuore.

Letture: Es 3,1-8.13-15; Sal 102; 1Cor 10, 1-6.10-12; Lc 13,1-9

In questa terza domenica di quaresima, l’invito alla conversione (non come atto di una volta, ma come impegno continuo verso un livello più alto e più incisivo di fede, speranza e carità) ci viene direttamente da Gesù: “Se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo”. E’ un richiamo ripetuto due volte in maniera decisa, ma inusuale e sorprendente, perché Gesù prende spunto da due fatti di cronaca: i Galilei massacrati da Pilato nel Tempio (probabilmente dopo un tentativo di sollevazione), e diciotto persone rimaste sepolte sotto il crollo di una torre.

Non meraviglia che Gesù, chiamato a esprimere un parere sull’accaduto, approfitti per contrastare la convinzione (radicata tra gli ebrei e difficile da sradicare anche tra noi) che le disgrazie siano una punizione di Dio: “Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subito tale sorte? No, io vi dico”. Che non ci sia rapporto tra disgrazie e situazioni di peccato fa parte del suo insegnamento. Dio sarebbe ben meschino e non rassomiglierebbe per nulla a quello rivelato dalle sue parole e dal suo comportamento, se facesse crollare le case su coloro che ammazzano, rubano, spacciano e non vanno a messa. Egli non andava per le strade della Palestina distribuendo incidenti e disgrazie ai peccatori, ma donando il perdono. E sulla croce non dirà: “Padre, distruggili!”, ma: “Padre, perdonali!”.

Gli incidenti e le disgrazie, sia naturali che provocati dall’uomo, fanno parte del nostro essere creature limitate e provvisorie. E’ inutile pretendere di esserne immuni, protestando contro chi potrebbe impedirle: Dio. “Sa tutto, può tutto. Perché non fa niente?”.

Ciò che sorprende è la relazione tra conversione, strage dei Galilei, e i diciotto travolti dal crolla della torre.

Cosa c’entra la conversione con la cronaca? Se intendiamo la conversione come un fatto puramente spirituale (sarebbe meglio dire: spiritualistico) allora non c’entra niente. Se, invece, andiamo a vedere come la pensa Dio, allora c’entra e molto. Dio non chiede a Mosè preghiere e pie pratiche, ma di andare a liberare il suo popolo dalle sofferenze della schiavitù: “Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido a causa dei suoi sovrintendenti: conosco le sue sofferenze. Sono sceso per liberarlo dal potere dell’Egitto e per farlo salire da questa terra verso una terra bella e spaziosa, verso una terra dove scorrono latte e miele”.

La conversione che Gesù chiede è l’impegno a una vita che, leggendo i segni dei tempi, e valutando con sapienza la realtà, sia spesa per produrre frutti di bene, di giustizia, di pace, di solidarietà. Ai cristiani di Corinto, Paolo ricorda che agli Ebrei non era bastato essere stati “sotto la nube” ed essersi accodati a Mosè. Avrebbero dovuto seguirlo “senza mormorare” e obbedendo alle sue indicazioni.

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Al padrone della vigna non basta che il fico abbellisca il panorama, e faccia ombra con le sue foglie. Vuole i frutti.

12
Apr
12

Cristiani e chiesa “mano nel fianco” (Gv 20,19-31)

II Domenica di Pasqua – Anno B

L’invito che la Parola odierna ci propone è : l’insegnamento degli apostoli, l’unione fraterna, la frazione del pane, le preghiere.”, e di mostrare i segni del Signore Risorto nella concretezza della vita. Essere discepoli e comunità di Gesù capaci di essere “mano nel fianco”

Letture: At 4,32-35; Sal 117; 1 Gv 5,1-6; Gv 20,19-31

-gesu_tommaso_vangelo_2pasqua_paoline_2012“Beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!”, dice Gesù a Tommaso. Però, conoscendo la sua debolezza, il risorto accetta la sua difficoltà a credere senza vedere, e gli mostra i segni dei chiodi e del costato.
Anche oggi sono tanti coloro che credono senza vedere, ma noi cristiani non possiamo essere meno misericordiosi di Gesù. Dobbiamo, perciò, anche noi offrire dei segni a coloro che senza vedere non riescono a credere.
Quali segni?
I segni da offrire non dobbiamo inventarceli. Ce li indica la parola di Dio con il brano degli Atti (2,42-47) indissolubilmente legato a quello che la liturgia odierna ci propone: l’insegnamento degli apostoli, l’unione fraterna, la frazione del pane, le preghiere.
Da sempre ci si è soffermati sul ritratto di Chiesa che gli Atti degli Apostoli ci propone, non di rado esaltando la grande fede di quei tempi e, per contrasto, lamentando le nostra incapacità di imitarla, senza tenere conto di ciò che realmente accadeva. Subito dopo questo quadro, infatti, Luca racconta sì la generosità di Barnaba, ma anche la meschinità di Anania e Saffica (Atti 5,36-11); e senza ricordare che la comunità di Gerusalemme, finita ben presto in miseria, dovette ricorrere alla generosità delle altre comunità (1 Cor 16,1).
Nel corso dei secoli, fino ad oggi, non sono mancati i tentativi di copiare quella esperienza, dando vita a piccole comunità, anche poetiche, ma utopistiche, finite poi fatalmente nella prosa più sciatta o nel fanatismo fastidioso.
Oggi è il caso di abbandonare la retorica e la poesia per una interpretazione seria che permetta di proporre i segni del Risorto nella storia e nella società attuale, completamente diversa da quella di allora. Le nostre parrocchie, infatti, sono lontanissime da quella di Gerusalemme, già superata tra l’altro da quella di Antiochia (At 13,1-2). Esse sono, infatti, sono composte da gruppi di credenti piccoli o piccolissimi in mezzo a “parrocchiani” residenti dentro i confini della parrocchia – spesso tantissimi! – che di essa si servono soltanto per ricevere i sacramenti socialmente rilevanti, e per i funerali, oppure che la ignorano completamente, quando non chiedono addirittura di essere “sbattezzati”. Pensare a forme di comunione dei beni alla “nessuno considerava sua proprietà quello che gli apparteneva, ma fra loro tutto era comune” degli Atti sarebbe illusorio e persino disastroso. Pensiamo se Pietro dovesse intervenire con quelli che si comportassero come Anania a Saffira…
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29
Nov
11

13. Le due venute di Cristo, Cirillo di Gerusalemme

Un minuto con i Padri della Chiesa

Annunziamo l’avvento di Cristo, non solo il primo, ma anche il secondo, molto più bello del primo. Questo ebbe il significato dell’attesa, quello porta il diadema del Regno divino. (Cirillo di Gerusalemme, Catechesi prebattesimali XV,1)

Le due venute di Cristo, Cirillo di Gerusalemme

Annunziamo l’avvento di Cristo,
non solo il primo, ma anche il secondo,
molto più bello del primo.
Questo ebbe il significato dell’attesa,
quello porta il diadema del Regno divino.

Come infatti nella maggior parte dei casi,
tutto è duplice per il Signore nostro Gesù Cristo:
duplice la nascita,
una da Dio prima dei secoli,
l’altra da una vergine nel compiersi dei secoli;
duplice la discesa,
una oscura come in un vello,
l’altra manifesta ma nel futuro.

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25
Ott
11

Il granellino di senapa (Lc 13,18-20) Commento di S. Ambrogio

 

granello di senapaVediamo dunque perché il sublime regno dei cieli è paragonato a un granello di senape. Ricordo di aver letto, anche in un altro passo, del granello di senape, dove dal Signore è paragonato alla fede con queste parole: “Se avrete fede pari a un granellino di senape, direte a questo monte: spostati da qui a là, ed esso si sposterà, e niente vi sarà impossibile” (Mt 17,20)… Orbene, se il regno dei cieli è come un granellino di senape e anche la fede è come un granellino di senape, la fede è certamente il regno dei cieli, e il regno dei cieli è la fede. Quindi, chi ha la fede ha il regno dei cieli… E infine Pietro, che aveva tutta la fede, ricevette le chiavi del regno dei cieli, per aprirne le porte agli altri (cfr. Mt 16,19).
Consideriamo ora, tenendo conto della natura della senape, la portata di questo paragone. Il suo granello è senza dubbio una cosa modesta e semplice, ma se si comincia a tritarlo, diffonde il suo vigore. E così la fede sembra semplice di primo acchito, ma triturata dalle avversità, diffonde il suo vigore… Granello di senape sono i nostri martiri Felice, Nabor e Vittore : essi avevano il profumo della fede, ma li si ignorava. Venne la persecuzione; essi deposero le armi, porsero il collo e, abbattuti dal fendente della spada, diffusero la grazia del loro martirio per tutto il mondo, tanto da potersi dire giustamente: “La loro eco si è propagata per tutta la terra”  (Sal 19,5). 
Lo stesso Signore è un granello di senape. Egli non aveva subito ingiurie, ma, come il granello di senape, prima di essersi accostato a lui, il popolo non lo conosceva. Egli volle essere stritolato…; volle essere premuto, sicché Pietro disse: “Maestro, la folla ti stringe da ogni parte e ti schiaccia” (Lc 8,45); ed infine volle essere anche seminato come il granello che fu « preso e gettato da un uomo nel suo orto ». Infatti in un orto Cristo fu catturato e poi seppellito; in un orto crebbe, dove pure risorse… Dunque, anche tu semina Cristo nel tuo orto… Tu semina il Signore Gesù: egli è un granello quando viene arrestato, un albero quando risuscita, un albero che fa ombra a tutto il mondo. È un granello quando viene sepolto in terra, ma è un albero quando si eleva al cielo.

Sant’Ambrogio (circa 340-397), vescovo di Milano e dottore della Chiesa  Commento al Vangelo di Luca, 7, 176-180

17
Ott
11

Se sarò trovato cristiano… Ignazio di Antiochia

Non avete mai desiderato il male per nessuno, anzi siete stati maestri agli altri. Io voglio che rimanga ancora valido quanto insegnate e raccomandate. (Ignazio di Antiochia, Lettera ai Romani 3,1-3).

 

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Non avete mai desiderato il male per nessuno,
anzi siete stati maestri agli altri.
Io voglio che rimanga ancora valido
quanto insegnate e raccomandate.

Soltanto domandate per me
la forza interiore ed esteriore,
perché non solo parli ma anche sia deciso,
non solo venga chiamato cristiano ma lo sia realmente.
Se sarò trovato cristiano…

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15
Ott
11

Signore che la mia fede sia… aperta alla speranza

foto di Eleonora Lr, fspSignore, io credo, io voglio credere in te.
O Signore, fa’ che la mia fede
sia piena, senza riserve,
e che essa penetri nel mio pensiero,
nel mio modo di giudicare le cose divine
e le cose umane.
O Signore, fa’ che la mia fede sia libera,
cioè abbia il concorso personale
della mia adesione,
accetti le rinunce ed i doveri che essa comporta
e che esprima l’apice decisivo
della mia personalità:
credo in te, o Signore.
O Signore, fa’ che la mia fede sia certa;
certa d’una esteriore congruenza di prove
e di una interiore testimonianza
dello Spirito Santo,
certa d’una sua luce rassicurante,
d’una sua conclusione pacificante,
d’una sua assimilazione riposante.
O Signore, fa’ che la mia fede sia forte,
non tema le contrarietà dei problemi,
onde è piena l’esperienza della nostra vita avida di luce,
non tema le avversità di chi la discute;
la impugna, la rifiuta, la nega;
ma si rinsaldi nell’intima prova della tua verità,
resista alla fatica della critica,
si corrobori nella affermazione continua
sormontante le difficoltà dialettiche
e spirituali,
in cui si svolge la nostra temporale esistenza.

O Signore, fa’ che la mia fede sia gioiosa
e dia pace e letizia al mio spirito,
e lo abiliti all’orazione con Dio
e alla conversazione con gli uomini,
così che irradi nel colloquio sacro e profano
l’interiore beatitudine
del suo fortunato possesso.
O Signore, fa’ che la mia fede sia operosa
e dia alla carità
le ragioni della sua espansione morale,
così che sia una vera amicizia con te
e sia di te nelle opere,
nelle sofferenze,
nell’attesa della rivelazione finale,
una continua ricerca,
una continua testimonianza,
un alimento continuo di speranza.
O Signore, fa’ che la mia fede sia umile
e non presuma fondarsi sull’esperienza
del mio pensiero e del mio sentimento;
ma si arrenda alla testimonianza dello Spirito Santo,
e che non abbia altra migliore garanzia
che nella docilità alla Tradizione
e all’autorità del magistero della santa Chiesa.
Amen.

Voglio credere, Paolo VI




Festa dell’accoglienza: il granello di senape

Inizio anno catechistico-pastorale

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