Posts Tagged ‘cristiani

06
Set
13

Si alzi forte … il GRIDO della PACE! (papa Francesco)

papa_francesco_pace_siria_mondo

"Una catena di impegno per la #PACE
unisca tutti gli uomini e le donne di buona volontà!
E’ un forte e pressante invito che rivolgo all’intera Chiesa Cattolica,
ma che estendo a tutti i cristiani di altre Confessioni
agli uomini e donne di ogni #Religione
e anche a quei fratelli e sorelle che non credono:
la #PACE è un bene che supera ogni barriera,
perché è un bene di tutta l’umanità"

#PapaFrancesco, Angelus del 1 settembre 2013

»»» scarica la Preghiera per la pace

27
Apr
13

Cristiani nel quotidiano, di J. H. Newman

puntocuore3artIl cristiano vedrà Dio in tutte le cose.
Ripenserà alla vita del nostro salvatore:
Cristo, che fu formato a un umile lavoro. L.]
Il cristiano sentirà dentro di sé
che la vera contemplazione del suo Signore
la troverà nei propri impegni di lavoro;
perché come Cristo si manifesta
nei poveri, nei perseguitati, nei bambini,
così si manifesta nei compiti affidati
a coloro che si è scelto,
di qualunque tipo essi siano.
Il cristiano sarà consapevole che,
nel rispondere alla propria chiamata
in questi doveri quotidiani,
là incontrerà Cristo;
se invece la trascurasse,
non per questo
goderebbe più abbondantemente
della sua presenza,
ma mentre attende ai suoi impegni,
vedrà Cristo rivelarglisi
nel bel mezzo delle faccende quotidiane,
come una specie di sacramento.
Egli accoglierà perciò i suoi impegni nel mondo
come un dono del Signore,
e li amerà come tali.
John Henry Newman

04
Apr
13

Segni e prodigi che ci rendono credibili (At 5, 12-16)

2 Domenica di Pasqua – Anno C

La prima comunità cristiana suscitava l’attenzione delle folle perché offriva segni di comunione e di speranza. E’ importante che anche oggi, come credenti, torniamo ad essere “segni” credibili.

Letture: At 5, 12-16; Sal 117; Ap 1, 9-11.12-13.17.19; Gv 20, 19-31

papa francesco abbraccia la sofferenza “Molti segni e prodigi avvenivano fra il popolo per opera degli apostoli”, annota Luca. Il risultato di questi segni e prodigi è che “sempre più venivano aggiunti credenti al Signore, una moltitudine di uomini e di donne…”, e “anche la folla delle città vicine a Gerusalemme accorreva…”.

E’ bello pensare alla prima comunità cristiana come una calamita che attira folle di uomini e donne. Altrettanto bello e inevitabile è paragonarla con la moltitudine che affolla Piazza san Pietro per vedere e magari riuscire a toccare papa Francesco.

Ma perché la folla accorreva attorno agli apostoli?
Come risposta il testo ci indica due motivi:
1. In quella comunità c’erano “molto segni e prodigi” che la segnalavano, che la facevano conoscere, che stimolavano la curiosità;
2. Quei segni e prodigi promettevano la possibilità di ricevere un bene, un aiuto, un vantaggio: “portavano gli ammalati persino nelle piazze, ponendoli su lettucci e barelle, perché, quando Pietro passava, almeno la sua ombra coprisse qualcuno di loro”, portando malati e persone tormentate da spiriti impuri, e tutti venivano guariti”.

Questo a Gerusalemme. Ma a Piazza san Pietro?
Lì non vengono rilevate – almeno pubblicamente – guarigioni e liberazione da spiriti impuri, ma sicuramente segni e prodigi ci sono. I segni sono evidenti. Papa Francesco con la sua semplicità è un segno, come lo erano stati Benedetto XVI con la sua mitezza, e Giovanni Paolo II con la sua energia. Lì a san Pietro qualcosa si vede, ci sono dei segnali di una presenza che altrove non si trova. E i prodigi? Se la folla accorre è perché sicuramente trova delle “guarigioni”, e sperimenta la liberazione da “spiriti impuri” che tormentano.

Questo a Gerusalemme e a Roma. E in noi, nella nostra vita personale e comunitaria, ci sono segni e prodigi che aggiungono “nuovi credenti al Signore”? Se nessuno si accorge di noi, e perciò non ci sono segni; e se tanto meno nessuno crede di potere ricevere da noi “guarigioni e liberazione da spiriti impuri” perché non ci sono i prodigi, sappiamo cosa dobbiamo fare: dobbiamo cambiare e ridiventare segni e prodigi.
Siamo passati rapidamente da una fede presunta, attestata soltanto dal certificato di battesimo nel registro delle parrocchie, e a volte molto simile a quella di quegli “altri” che “non osavano avvicinarsi a loro” (i farisei e i sacerdoti), a una fede che deve essere segnalata come presenza forte e capace di offrire dei “vantaggi”, magari non di tipo fisico ma morale e spirituale, come quelli che le folle trovavano a Gerusalemme e trovano in Piazza san Pietro.

Ma sono proprio necessari questi segni, dal momento che Gesù ha detto: “Beati quelli che non hanno visto e hanno creduto ”.
Gesù ha detto così, ma, conoscendo la nostra necessità di vedere e toccare, ha accettato di tornare a comparire ai suoi per offrire a Tommaso la possibilità di mettere il dito nelle sue mani e la mano nel suo fianco, così come aveva lasciato i teli e i sudario affinché Pietro e Giovanni potessero “vedere e credere”.

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31
Gen
13

Si dice che…, ma io vi dico che… (Lc 4,21-30)

4a Domenica – Tempo Ordinario – Anno C

Gesù propone ai suoi discepoli il suo stesso coraggio di essere profeti, di parlare e agire a nome di Dio, anche se questo li fa trovare soli contro tutti

Letture: Ger 1,4-5.17-19; Sal 70; 1Cor 12,31-13,13; Lc 4,21-30

Gesù è solo contro i suoi compaesani. Non ha voluto assecondarli, dimostrando con qualche effetto speciale di essere ben altro che il figlio di Giuseppe. Conseguenza: vogliono gettarlo giù dal precipizio. Ma lui, passando in mezzo a loro, si mette in cammino, continua la sua missione, con dentro la forza della parola rivolta a Geremia e a tutti coloro che accettano di parlare a nome suo: “Prima di formarti nel grembo materno, ti ho conosciuto, prima che tu uscissi alla luce, ti ho consacrato; ti ho stabilito profeta delle nazioni. Tu, dunque, stringi la veste ai fianchi, àlzati e di’ loro tutto ciò che ti ordinerò; non spaventarti di fronte a loro… Io faccio di te come una città fortificata, una colonna di ferro e un muro di bronzo contro tutto il paese, contro i re di Giuda e i suoi capi, contro i suoi sacerdoti e il popolo del paese. Ti faranno guerra, ma non ti vinceranno, perché io sono con te per salvarti”.

Scena stupenda questa di Gesù che si mette in cammino sotto lo sguardo impietrito dei compaesani. Bella da immaginare, ma soprattutto da accogliere come proposta di vita, perché con essa Gesù propone ai suoi discepoli il suo stesso coraggio di essere profeti, di parlare e agire a nome di Dio, anche se questo li fa trovare soli contro tutti.
E’ una proposta da riscoprire, da riprendere, perché per troppo tempo è stata abbandonata come inutile, dal momento che tutti si era più o meno cristiani, e non serviva nessun coraggio per dichiararsi tali.

Oggi non è più così. Coloro che vogliono gettare giù dal ciglio del monte i cristiani, come singoli e come Chiesa, sono tanti e dappertutto: nelle famiglie, nei luoghi di lavoro e di svago, nei media, nella politica, nella cultura… Sotto la pressione imponente dei mass-media, delle mode, dei sondaggi, del “fanno tutti così”, che vorrebbero confinare i cristiani in un cantuccio per sorpassati, per bigotti, per nostalgici incapaci di comprendere il presente, chi vuole essere discepolo di Gesù non suppergiù, ma in maniera aperta e consapevole, deve avere il coraggio di trovarsi da solo. Tanto per fare un esempio: in questa domenica viene celebrata la giornata della vita, che per noi è sacra, dono di Dio da rispettare sempre, dal concepimento alla morte, anche nelle situazioni più deboli. Sappiamo bene quanto questa convinzione venga considerata arretrata, contraria al progresso della scienza, umiliante nei confronti degli altri paesi del mondo dove la “cappa” della Chiesa è stata da tempo smantellata. Stesso discorso per la nostra concezione della famiglia.

Che fare? Se vogliamo essere fedeli alle nostre convinzioni non c’è altra strada che quella del coraggio di Gesù e dei profeti: “mettersi in cammino” tra coloro che vogliono levarsela di torno; non lasciarsi impaurire; non accettare di farsi confinare in spazi che non danno fastidio.

Attenzione che il rischio è grande! Pensiamo alla carità. Nessuno ci ostacola se “facciamo la carità”, se accogliamo gli extracomunitari, se organizziamo le mense per i poveri, se apriamo casa per accogliere drogati, ragazze madri, prostitute… Ma guai se ci azzardiamo a denunciare le cause che portano a queste situazioni. Guai se ricordiamo che fare la carità non risolve niente se la vita non diventa carità, cioè: “magnanima, benevola è la carità; non è invidiosa, non si vanta, non si gonfia d’orgoglio, non manca di rispetto, non cerca il proprio interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia ma si rallegra della verità. Tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta”.

Non è più il tempo del “non possiamo non dirci cristiani”. Non ha più senso. Una fede “suppergiù” spinge inevitabilmente alla irrilevanza, alla sottomissione alle idee altrui, all’arrendersi alle mode…

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24
Gen
13

Nur, sacerdote cattolico celebra il funerale del padre musulmano

«Papà mi ha insegnato che esiste un solo Dio, che siamo tutti fratelli»

da: Corriere della sera

nur sacerdote cattolica celebra funerale padre musulmanoDOMODOSSOLA – Il giovane parroco attende la fine dei versi del Corano. Poi si sfila le scarpe, sale sul tappeto accanto alla bara e inizia la sua preghiera. «Papà mi ha insegnato che esiste un solo Dio, che siamo tutti fratelli». È l’ultimo saluto del figlio ad Adel, arrivato dall’Egitto 34 anni fa. Alla periferia d’Italia, appena prima del confine svizzero, in un cortile tra due file di garage, si celebra un funerale insolito: il figlio Nur, che ha abbracciato la fede cattolica fino a farsi prete, tiene l’orazione funebre per il padre, musulmano osservante e fiero delle sue origini.

CERIMONIA ALL’APERTO – Mentre una trentina di arabi invocano «Allah Akbar», Allah è grande, attorno le famiglie del posto si mescolano alla comunità islamica, e tra loro una decina di sacerdoti cattolici e due suore giunte da tutta la diocesi. «Vale più una giornata come questa che mille convegni sull’integrazione» osserva don Renato Sacco, di Pax Christi, animatore in provincia del dialogo tra le religioni. È stato lui a suggerire di tenere la cerimonia funebre all’aperto, perché il piccolo appartamento che ospita il centro culturale islamico avrebbe contenuto a malapena una decina di persone. Adel Nassar, il padre di don Nur, quando seppe che suo figlio avrebbe indossato l’abito talare non la prese bene. Ma subito dopo lo incoraggiò e lo aiutò. E sicuramente oggi sarebbe contento di vedere come è stato il suo addio alla vita. «Era il suo sogno vedere tutti uniti, musulmani e cattolici. Finalmente quel desiderio si è realizzato» osserva Ali Bouchbika, uno dei primi a credere nella comunità islamica in Val D’Ossola. Adesso sono più di 1.500, soprattutto marocchini, come lui, ma anche tunisini ed egiziani. Un po’ di diffidenza, qualche tensione, alcune battute di politici difficili da digerire, ma in fondo una convivenza pacifica, meglio che altrove.

nur sacerdote cattolicoI RACCONTI DEL PADRE – Il futuro don Nur è cresciuto in questi cortili, sentendo i racconti del padre e dei parenti immigrati, e correndo nell’oratorio che frequentava la madre Ines, infermiera e impegnata nell’associazionismo cattolico. Una famiglia dalla fede profonda, anche se coniugata in due modi diversi. Sempre nel rispetto reciproco. Il frutto di tutto questo è lì, in quella immagine di un giovane prete che a stento trattiene le lacrime per il dolore del padre morto e che prima di tutto si preoccupa di ringraziare «il fratello Said e il fratello Mohammed, che ieri lo hanno lavato e profumato».

MESSAGGIO DELLA CURIA – Il vescovo di Novara, Franco Giulio Brambilla, manda un messaggio che la comunità islamica apprezza: «La singolare esperienza del padre di don Nur, l’aver voluto bene alla moglie, di diversa religione, non solo gli ha permesso grande attenzione alla coscienza e al cammino degli altri, ma ha ricevuto altresì ammirazione per la rettitudine della sua fede e l’impegno nella sua comunità». Alle quattro della sera, la bara di mogano viene calata dentro la fossa, nel campo del cimitero che è stato da poco riservato ai non cattolici. Adel Nassir è il primo ad essere sepolto lì. Gli addetti del cimitero avanzano con il piccolo trattore per coprire di terra il feretro. Ma gli uomini della comunità islamica li fermano e afferrano le pale, preferiscono fare da soli. Quelli de posto li guardano, sorpresi. Ma presto, anche loro si uniscono.

Riccardo Bruno, in Corriere della sera, 23 gennaio 2013

>>> per conoscere un po’ don Nur clicca qui

30
Ott
12

11. Cristiani con gli altri, di Olivier Clément

Una vita come la tua

Prima e dopo il battesimo ho studiato i grandi teologi, filosofi e uomini di spiritualità tanto cattolici quanto protestanti senza preoccuparmi della singola appartenenza confessionale. Ho sempre pensato che le diverse Chiese costituiscano altrettante espressioni del cristianesimo. (Olivier Clément)

p_11_clement_vita_come_tua_paoline_2012

«Prima e dopo il battesimo ho studiato i grandi teologi,
filosofi e uomini di spiritualità tanto cattolici
quanto protestanti senza preoccuparmi
della singola appartenenza confessionale.
Ho sempre pensato che le diverse Chiese
costituiscano altrettante espressioni del cristianesimo.
Non sono un ortodosso che ha scoperto l’esistenza di altri cristiani,
ma un ateo che ha scoperto il cristianesimo
ed è entrato nella Chiesa ortodossa per essere cristiano,
non contro gli altri ma con gli altri».

«L’unità della Chiesa
è la chiave dell’unità degli uomini».

«Tutti gli uomini sono la stessa Trinità.
Tutti gli uomini, attraverso il tempo e lo spazio,
costituiscono un solo uomo
nel senso più realistico del termine…

>>> vai al testo completo

04
Ott
12

09. Dare voce a chi non ha voce, di Shahbaz Bhatti

Una vita come la tua

 

La libertà religiosa è un tema molto vicino al mio cuore. Ho speso gli ultimi vent’ anni della mia vita per questa causa. Quando ero studente ho iniziato la battaglia per proteggere i diritti dei cristiani e delle minoranze sofferenti. (Shahbaz Bhatti).

Dare voce a chi non ha voce. Shahabaz Bhatti

 

La libertà religiosa
è un tema molto vicino al mio cuore.
Ho speso gli ultimi vent’ anni
della mia vita per questa causa.
Quando ero studente ho iniziato la battaglia
per proteggere i diritti dei cristiani
e delle minoranze sofferenti.
Da quel momento fino a oggi,
ho seguito la stessa vocazione.

Considero questa la chiave della mia vita:
vivere per dare voce a chi non ha voce,
vivere per chi soffre,
per chi deve affrontare tanti problemi.

Dobbiamo cambiare la vita
di chi è nelle tenebre della persecuzione,
nel buio della vittimizzazione.
Questo è l’impegno che abbiamo preso:
portare la giustizia a coloro che soffrono
per le ingiustizie e le disuguaglianze,
ovunque nel mondo.

>>> vai al testo completo




Festa dell’accoglienza: il granello di senape

Inizio anno catechistico-pastorale

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