La politica è responsabilità per il bene di tutti – le domande al Papa

Il Papa risponde

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VII INCONTRO MONDIALE DELLE FAMIGLIE

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FAMIGLIA PALEOLOGOS (Famiglia greca)
NIKOS: Kalispera! Siamo la famiglia Paleologos. Veniamo da Atene. Mi chiamo Nikos e lei è mia moglie Pania. E loro sono i nostri due figli, Pavlos e Lydia. Anni fa con altri due soci, investendo tutto ciò che avevamo, abbiamo avviato una piccola società di informatica. Al sopravvenire dell’attuale durissima crisi economica, i clienti sono drasticamente diminuiti e quelli rimasti dilazionano sempre più i pagamenti. Riusciamo a malapena a pagare gli stipendi dei due dipendenti, e a noi soci rimane pochissimo: così che, per mantenere le nostre famiglie, ogni giorno che passa resta sempre meno. La nostra situazione è una tra le tante, fra milioni di altre. In città la gente gira a testa bassa; nessuno ha più fiducia di nessuno, manca la speranza. PANIA: Anche noi, pur continuando a credere nella provvidenza, facciamo fatica a pensare ad un futuro per i nostri figli. Ci sono giorni e notti, Santo Padre, nei quali viene da chiedersi come fare a non perdere la speranza. Cosa può dire la Chiesa a tutta questa gente, a queste persone e famiglie senza più prospettive?

Il Papa in dialogo sui temi caldi della famiglia – Pubblicato in data 03/giu/2012 da milanofamily2012

SANTO PADRE: Cari amici, grazie per questa testimonianza che ha colpito il mio cuore e il cuore di noi tutti. Che cosa possiamo rispondere? Le parole sono insufficienti. Dovremmo fare qualcosa di concreto e tutti soffriamo del fatto che siamo incapaci di fare qualcosa di concreto. Parliamo prima della politica: mi sembra che dovrebbe crescere il senso della responsabilità in tutti i partiti, che non promettano cose che non possono realizzare, che non cerchino solo voti per sé, ma siano responsabili per il bene di tutti e che si capisca che politica è sempre anche responsabilità umana, morale davanti a Dio e agli uomini. Poi, naturalmente, i singoli soffrono e devono accettare, spesso senza possibilità di difendersi, la situazione com’è. Tuttavia, possiamo anche qui dire: cerchiamo che ognuno faccia il suo possibile, pensi a sé, alla famiglia, agli altri, con grande senso di responsabilità, sapendo che i sacrifici sono necessari per andare avanti. Terzo punto: che cosa possiamo fare noi? Questa è la mia questione, in questo momento. Io penso che forse gemellaggi tra città, tra famiglie, tra parrocchie, potrebbero aiutare. Noi abbiamo in Europa, adesso, una rete di gemellaggi, ma sono scambi culturali, certo molto buoni e molto utili, ma forse ci vogliono gemellaggi in altro senso: che realmente una famiglia dell’Occidente, dell’Italia, della Germania, della Francia… assuma la responsabilità di aiutare un’altra famiglia. Così anche le parrocchie, le città: che realmente assumano responsabilità, aiutino in senso concreto. E siate sicuri: io e tanti altri preghiamo per voi, e questo pregare non è solo dire parole, ma apre il cuore a Dio e così crea anche creatività nel trovare soluzioni. Speriamo che il Signore ci aiuti, che il Signore vi aiuti sempre! Grazie.

da family2012.it, 3 giugno 2012

Genitori, figli e sport: parla Bruno Pizzul

Il giornalista sportivo racconta la famiglia, il lavoro e la festa in chiave sportiva.

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VII INCONTRO MONDIALE DELLE FAMIGLIE

Bruno PizzulD. Dal suo osservatorio di cronista sportivo come vede la rappresentazione della famiglia oggi?
«Si può fare una considerazione generale. Dal punto di vista degli atleti praticanti, di coloro che fanno sport attivo, è frequentissimo il caso di ragazzi che danno il meglio di sé, anche sotto il profilo dei risultati e della qualità della prestazione, dopo che hanno formato una famiglia. Soprattutto quando incominciano ad avere dei figli hanno un rendimento anche agonistico nettamente superiore e ulteriore dimostrazione che quando si crea un ambito familiare corretto, sereno e convissuto nella maniera giusta tutta la propria vita, la propria esistenza, ha un peso specifico un significato diverso»

D. Da giovane ha giocato in una squadra di calcio, questa sua scelta e passione sportiva ha suscitato perplessità in famiglia?
«Io sono figlio unico, mia mamma era assolutamente contraria non tanto che giocassi, ma che me ne andassi via da casa. Io sono friulano, da giovane sono andato a giocare a Catania, al sud e in altre città, quindi molto lontano dal Friuli. Mio padre, al contrario, era favorevole al fatto che io mi distaccassi da casa. Pur essendo andati d’accordo, mio papà e mia mamma avevano un rapporto diverso con me. Mio padre temeva che se io fossi rimasto a casa sarei stato troppo attaccato alle gonne della mamma, che era apprensiva e voleva inserirsi in tutte le mie cose. Ho vissuto personalmente questo momento diverso. Mio padre che mi spingeva ad andare via, mia mamma che voleva che restassi»

D. Come si è risolta la diatriba familiare ?
«Sono arrivato ad un compromesso familiare. Mia mamma ha accettato che giocassi a pallone e che me ne andassi, ma ho dovuto promettere che giocando avrei continuato gli studi e l’università, cosa che ho fatto. Quindi in qualche maniera sono riuscito a contemperare questa piccola diatriba familiare»

famiglia e sportD. In ambito sportivo è possibile conciliare l’attività sportiva con quella familiare, sia di chi pratica lo sport in forma professionale o dilettantistica, sia di chi tifoso vede l’offerta sportiva calcistica non esaurirsi nella sola domenica perché si prolunga per l’intera settimana a discapito di una sottrazione allo spazio della famiglia?
«E’ chiaro che una persona deve avere una sufficiente capacità di giudizio sportivo e di scelta per non farsi condizionare da tutte quelle che sono le offerte mediatiche, soprattutto della televisione. C’è magari qualcuno che continua a seguire tutto ciò che propone la televisione, ma anche i numeri dicono che dopo un po’ subentra la necessità di fare delle scelte. In quest’ottica sicuramente la grande offerta, soprattutto televisiva, può costituire un problema perché toglie la possibilità di dedicarsi ad altre cose e di non finire per essere pesantemente condizionati dalla televisione, che è grande strumento di comunicazione, ma a volte finisce anche un po’ per uccidere il proprio spirito critico oltre che per occupare tanto tempo»

D. Oggi che tipo di rapporto si è istaurato tra genitori, figli e sport?
«Negli ultimi tempi è diventato un poco particolare. Troppo spesso i genitori mandano i propri figli a fare sport, soprattutto a giocare a calcio – ovviamente non si può fare di tutta l’erba un fascio – ma è molto frequente il caso di genitori che mandano il proprio figlio a giocare al pallone come investimento economico a futura memoria, costringendolo a diventare bravo e un campione, pressandolo perché si impegni negli allenamenti anche a costo di tralasciare gli studi e le amicizie. Questo è un qualcosa che spesso ha degli effetti negativi. E’ sempre più frequente il caso di abbandono precoce di ragazzini che incominciano a giocare al calcio e dopo un po’ smettono proprio perché si sentono troppo costretti a diventare campioni. Una volta non era così! Anzi il ragazzo che giocava il più delle volte percepiva questo suo andare a giocare come una specie di conquista personale perché quando tornava a casa sentiva i rimbrotti della famiglia: “pensi solo a giocare, dai una mano in casa, studia un po’ di più” e così via. Oggi andare alla scuola calcio diventa quasi un obbligo anche per i ragazzi e quindi questo lo rende molto, molto meno divertente»

D. E’ possibile coniugare lo sport con la propria fede?
«Indubbiamente sì! Anche se la tendenza della comunicazione giornalistica sportiva è quella di mettere in prima evidenza quelle che sono le caratteristiche negative di qualche giocatore, o gossip, vicende gravi e via dicendo. In realtà conoscendo l’ambiente dal di dentro e avendo avuto in tanti anni la possibilità di entrare in contatto anche con molti campioni del calcio, ma non solo, ho verificato che sono tantissimi i ragazzi con una sensibilità religiosa, soprattutto perché hanno maturato le prime esperienze in oratorio poi hanno coltivato quel seme, hanno mantenuto una sincera spiritualità e una propria fede personale. Una cosa che se ne parla poco, un po’ perché tutti siamo abbastanza gelosi. Non è che amiamo far trasparire quelli che sono i nostri atteggiamenti di religiosità e molto perché non fa notizia. Il bravo ragazzo non fa notizia, lo scavezzacollo sì, quello che ha vizi, le morose, etc. In realtà sono tantissimi i ragazzi che pur vivendo in un mondo come quello dello sport professionistico, che non li aiuta a coltivare chissà quali valori, hanno dentro di sé questa religiosità che li aiuta molto spesso. Ed è anche abbastanza interessante verificare come per esempio nelle squadre di calcio professionistico si è venuto a creare una specie di microcosmo nel quale convivono ragazzi, sportivi, campioni di diversa cultura e diversa religione. All’interno di questi gruppi c’è una grande armonia e rispetto reciproco anche per quello che concerne le diverse religioni.

D. Come si comportano i giocatori italiani?
«Qualcuno dei nostri giocatori italiani, parlando di questo argomento, spesso dicono “ qualche volta ci viene da arrossire perché vediamo i nostri compagni di squadra di altre confessioni religiose che hanno molto meno pudori di noi a manifestare la propria religiosità”. Per esempio ad una determinata ora i musulmani pregano, mentre noi abbiamo qualche ritrosia a manifestare la nostra religiosità. E’ molto interessante questo aspetto»

D. Sulle figure di alcuni campioni sportivi mi sembra abbia scritto un libro…
«Assieme a mio figlio tempo fa abbiamo scritto un libro, si tratta di una raccolta di testimonianze. Il titolo del libro, che raccoglie una serie di interviste, ‘Credere nello sport’ ( In dialogo ) ha una doppia valenza. Credere nello sport come potenziale agenzia educativa perché se lo sport è praticato e gestito nella giusta maniera può diventare davvero un percorso educativo, al tempo stesso nel titolo è nascosta la domanda: ma è possibile manifestare la propria fede all’interno del mondo sportivo? Devo dire che le risposte raccolte sono state assolutamente interessanti, anche da parte di personaggi che apparentemente sembrano non siano dotati di una propria spiritualità particolare. Questo è un aspetto del mondo sportivo che andrebbe in qualche maniera approfondito con maggiore incisività»

da Family2012.it

L’imprenditore che vive da operaio per un mese e…

«Condividere i risultati con i collaboratori è la chiave del mio successo»

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VII INCONTRO MONDIALE DELLE FAMIGLIE

Parla Enzo Rossi, l’’imprenditore marchigiano, che aumentò lo stipendio ai suoi operai, dopo aver provato a vivere un mese con la loro busta paga. Il titolare de La Campofilone sarà presenta al Congresso

esperienza_imprenditore_rossi_famiglia_Cinque anni fa, Enzo Rossi, 44 anni, imprenditore di Campofilone (provincia di Ascoli Piceno), produttore di pasta all’uovo per l’omonimo marchio, diventò un caso nazionale. Con la sua famiglia provò a vivere con lo stipendio di un operaio. Dopo 20 giorni, si accorse che aveva finito i soldi. Decise, allora, di aumentare la retribuzione ai suoi 20 dipendenti, per lo più donne, di 200 euro netti al mese. Della sua storia si è ricordato il comitato organizzatore del VII Incontro mondiale delle Famiglie che ha scelto di invitarlo al Congresso internazionale teologico pastorale, il pomeriggio del 30 maggio, primo dei tre giorni di studio con esperti, intellettuali, prelati provenienti da tutto il mondo.

Quando decise di aumentare le buste paga era il 2007. La crisi era alle porte. Si è poi pentito di quella decisione?
«Niente affatto. Nonostante la crisi e l’aumento del prezzo del prodotto, il nostro fatturato è cresciuto. Gli affari vanno bene grazie soprattutto alle esportazioni all’estero: in Canada, Stati Uniti, dove la ripresa c’è già stata, e nei mercati emergenti, Russia e Brasile. Ma credo che una parte del successo sia dipesa proprio da quella scelta che ha motivato ancora di più i miei collaboratori».

Quanto guadagnano ora in media i suoi dipendenti?
«Con quel premio, che è diventato fisso, un operaio prende in media1400 euro netti al mese».

E quanto le costa l’operazione?
«Sessanta mila euro l’anno. Dico sempre che è come se ogni due anni regalassi una Ferrari a tutti i miei collaboratori».

Signor Rossi, allora lei è un benefattore, non un “padrone”?
«Né l’uno né l’altro, anche se la parola “padrone” non mi dispiace affatto, se significa, padre di famiglia, quello che si assume la responsabilità per tutti. In realtà sono semplicemente un imprenditore che sa che i risultati dipendono anche dalla soddisfazione dei collaboratori.Tutto quello che ho dato mi è ritornato indietro moltiplicato.

Lei cita il Vangelo…
Quella scelta ha fatto bene a me e a loro. È puro egoismo imprenditoriale. Glielo assicuro.

Cioè?
Sono più sereno io, perché so che tutto fila liscio in azienda anche quando non ci sono, e sono più sereni loro, che possono arrivare alla fine del mese senza angosce.

Signor Rossi, c’era proprio bisogno di vivere un mese con lo stipendio di uno suo dipendente, per capire che con poco più di mille euro al mese, si fa fatica?
Ho fatto il seminario e mi hanno insegnato a mettermi alla prova. Quell’esperimento è stato molto utile per la mia educazione personale, ma soprattutto per quella della mia famiglia. L’idea mi è venuta in un momento particolare. Ero appena stato in vacanza con mia moglie in un villaggio turistico e mi ero accorto di aver speso il doppio di quanto avevo preventivato. In aereo, durante il viaggio di ritorno, continuavo a pensare che con quella cifra i miei dipendenti mantengono la famiglia per un mese: pagano il mutuo, la retta dell’università ai figli… In quel periodo poi continuavo a ricevere richieste dalle mie figlie che allora erano due adolescenti, di 16 e 17 anni, piene di pretese, come tutte le ragazzine di quell’età cresciute in famiglie benestanti. Allora mi sono convinto che una lezione di vita ci avrebbe fatto bene. Ne ho parlato prima con la mia consorte, che tiene l’amministrazione dell’azienda, e insieme abbiamo valutato che potevamo permettercelo. Così abbiamo preso la decisione.

Quel gesto le ha fatto anche molta pubblicità…
Ne avrei fatto volentieri a meno. Ci siamo trovati tutti addosso: l’Inps, Ufficio del lavoro, Ufficio delle Entrate, il nucleo anti-sofisticazione e antifrode. Per 6-7 mesi siamo stati sottoposti a dei super controlli. Non abbiamo preso nemmeno una multa, ma tutta quelle attenzioni ci hanno procurato qualche problema logistico, anche se alla fine ci hanno regalato una seconda verginità.

Cosa dirà al Congresso?
Racconterò la mia storia di uomo e d’imprenditore. Si discute tanto di come uscire dalla crisi. Non so quale sia la ricetta. Ma si può agire molto concretamente dal basso. Gratificare i propri dipendenti fa bene alla propria impresa ma anche al Paese, perché è il miglior stimolo ai consumi e all’economia. Invito i miei colleghi imprenditori che possono permetterselo, di farlo. Ci guadagneremmo tutti.

da Family2012.it

Le prove e le sofferenze in famiglia. Speciale Family 2012

“Portate i pesi gli uni degli altri”

4.5. Verso il VII INCONTRO MONDIALE DELLE FAMIGLIE

 

 

Anche la famiglia è redenta dalla croce di Gesù, palestra di donazione gratuita e criterio di maturità nell’amore. Solo lasciandosi modellare da Cristo crocifisso e risorto si può praticare la condivisione con le famiglie nella prova.

VII Incontro Mondiale delle Famiglie
Contesto attuale

Il contesto attuale
La cultura odierna è nettamente contraria a tutto ciò che richiama rinuncia, sofferenza, dono di sé. Ma il cristianesimo non è un insieme di divieti: a salvare non è il dolore o l’etica, ma l’amore di Cristo che vince la radice dell’egoismo e abilita alla condivisione. Mentre si dona, si riceve. La famiglia cristiana non è un “pronto soccorso”, ma la “chiesa domestica” che annuncia con le opere dell’amore. È molto educativo lasciarsi interpellare dalla realtà quotidiana, come ha fatto Gesù.
 

Parola di DioLa parola di Dio

A Gerusalemme, presso la Porta delle Pecore, vi era una piscina, chiamata in ebraico Betzatà, con cinque portici, sotto i quali giaceva un grande numero di infermi, ciechi, zoppi e paralitici. Si trovava lì un uomo che da trentotto anni era malato. Gesù, vedendolo giacere e sapendo che da molto tempo era così, gli disse: “Vuoi guarire? “. Gli rispose il malato: “Signore, non ho nessuno che mi immerga nella piscina quando l’acqua si agita. Mentre infatti sto per andarvi, un altro scende prima di me”. Gesù gli disse: “Alzati, prendi la tua barella e cammina”. E all’istante quell’uomo guarì: prese la sua barella e cominciò a camminare. (Giovanni 5,2-9)

Riflessioni

Più si impara a contemplare il Crocifisso e più si apprende la logica dell’amore. Padre Pio diceva: “Se vuoi amare, impara a soffrire”. Più si ama e più ci si dona, senza misura. Più si è piegati sotto il peso della croce e più si avverte il bisogno della vicinanza del Signore e del suo aiuto per portare la nostra croce quotidiana. I cristiani non si illudono di poter cambiare il mondo senza la croce, anzi sanno stare vicino ai crocifissi di ogni genere.
Anche la famiglia è redenta dalla croce di Gesù, palestra di donazione gratuita e criterio di maturità nell’amore. Esiste uno stretto rapporto tra croce ed Eucaristia: solo lasciandosi modellare da Cristo crocifisso e risorto si può praticare la condivisione con le famiglie nella prova…

Suggerimenti per un impegno familiare
Informarsi presso i rappresentanti di alcune strutture, o associazioni di volontariato nel territorio, se ci sono situazioni che richiedono disponibilità, ad esempio: ospedale, casa di riposo, centri di ricupero, casa-famiglia, doposcuola, oratori ecc… specifici casi familiari.

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Famiglia e Crisi economica, conciliazione, solidarietà di coppia.

La testimonianza della famiglia Colzani, in family2012

 

9. Verso il VII INCONTRO MONDIALE DELLE FAMIGLIE

 

Francesca Dossi e Alfonso Colzani sono sposati da 25 anni, hanno quattro figli e sono i responsabili del Servizio per la Famiglia della Diocesi di Milano. “Una persona riesce a star bene sul lavoro perché ha vissuto del tempo in famiglia ed è libera dalla sensazione di essere al lavoro, ma di dover essere anche altrove, a casa”

famiglia ColzaniD. Quali potrebbero essere i cammini di conciliazione tra lavoro e famiglia?
(Alfonso) «Data la nostra competenza non ci occupiamo strettamente di politiche familiari, che sappiamo però essere molto importanti e fondamentali per la qualità della vita quotidiana delle famiglie. Questa può migliorare anche nella misura in cui le aziende sono in grado o vogliono promuovere delle attenzioni alla famiglia sui turni e ritmi di lavoro, gli orari o la possibilità di concedere tempi di lavoro part time, specie alle donne. Constatiamo che sovente le aziende non sono affatto sensibili su questi temi. Molte le situazioni dove si impongono trasferimenti aziendali ai dipendenti che hanno famiglia e figli. Le grandi aziende non sono interessate a favorire, si passi il termine, la serenità nell’ambiente di lavoro proponendo servizi come i micro nidi, più diffusi in altri Paesi» ( Francesca ) «Per riprendere la sua domanda, forse il mondo del lavoro vive una forma di “oscuramento”riguardo la famiglia, tende a considerare il lavoratore sempre come singolo»

D. In che senso?
«Nel senso che non si tiene conto che una persona riesce a star bene sul lavoro perché ha avuto, vissuto, del tempo in famiglia e viene serena al lavoro, libera dalla sensazione di essere lì, ma di dover essere anche altrove, a casa. In questo modo anche il rendimento lavorativo aumenta. A volte si pensa che imporre di svolgere l’attività lavorativa con più rigidità e ordine porti a innalzare il rendimento. Noi invece vorremmo caldeggiare l’idea di una maggiore apertura mentale, cioè il favorire la serenità del lavoratore, uomo o donna, madre o padre di famiglia, perché la serenità porta con sé una migliore resa sul lavoro stesso. Per ciò che concerne la conciliazione c’è un punto importante da tenere presente. Nella vita familiare e in quella di coppia bisogna tenere presente con lucidità quali sono le cose importanti della propria vita, che cosa si vuole. Il lavoro è importante e fondamentale per la persona, attraverso di esso ci si esprime, si ricava una buona stima di sé, ci si sente di concorrere al bene sociale. Il lavoro è necessario ed è una benedizione. Ma la famiglia richiede anche una presenza che sia libera mentalmente dalle altre dinamiche che una persona vive sul lavoro. Potrebbe esserci una forma di conflitto tra le due dimensioni, per questo occorrerebbe separare ordinatamente i tempi e le risorse mentali»

D. cosa può aiutare?
«Credo che quando c’è un buon dialogo di coppia, una buona lucidità sulle cose importanti che si perseguono per la propria famiglia si riesce anche a trovare la capacità di fare scelte lavorative anche coraggiose»

D. Quali sarebbero?
«Dire no a un avanzamento di carriera e, quindi, rinunciare anche a un beneficio economico perché tale scelta penalizzerebbe troppo lo spazio familiare degli affetti, del tempo trascorso in famiglia. Certo che ci vuole del coraggio, ma si può fare. Occorre coltivare con lucidità anche la propria interiorità e la propria spiritualità, alfine di mettere a fuoco le cose fondamentali della vita. Trovare vie di conciliazione anche rinunciando, a volte, ad allettanti proposte di carriera professionale, che danno spazio alla personalità, ma che possono anche svuotare gli affetti» ( Alfonso ) «La conciliazione deve essere il frutto anche di una discussione in famiglia. Se il lavoro si trasforma in un nuovo “idolo” diventa un riferimento discutibile. Per cui il lavoro, certamente importante, diventa un cammino idolatrico privo di premesse per una buona conciliazione, ci sarebbe il dominio del lavoro su tutto.

D. La crisi economica in molte situazioni ha portato a veri squilibri di convivialità in famiglia. In alcuni casi si sono drammaticamente sfasciate

 

. Anche nella vostra esperienza avete verificato queste situazioni a volte drammatiche?
(Alfonso) «Negli ultimi due anni sono arrivate al nostro Servizio per la famiglia molte e-mail di famiglie disperate, chi ha perso il lavoro, chi lavora in un’azienda economicamente indebolita e con brutte prospettive per il futuro, chi ha molti debiti in scadenza. Anche nel nostro piccolo vediamo che la crisi economica crea un problema in più alle famiglie, spesso sono problemi letali. Ma torno al discorso precedente. Nella misura in cui una persona trova una sua serenità, anche altrove, certamente i problemi rimangono, ma sono meno pesanti e meno distruttivi. In Diocesi vediamo anche che la comunità può dare un piccolo aiuto di vicinanza umana ed economica come si è concretizzato proprio con il Fondo Famiglia Lavoro»

D. Per voi è importante il fatto che una coppia abbia sviluppato una reciproca solidarietà al fine di affrontare insieme i problemi economici?
(Francesca) «E’ ovvio che in famiglia portiamo un po’ tutto noi stessi, i nostri problemi e frustrazioni. Quando il problema è grosso, come la mancanza di lavoro, in famiglia arriva l’inevitabile contraccolpo. Ma se la famiglia è un po’ allenata ad una forma di solidarietà o proiettata in alto – tu vali non solo perché lavori, ma perché sei mio marito, mia moglie, sei mio padre e mia madre – questo modo di pensare e vivere l’identità aiuta a non soccombere! Ricordo volentieri un’esperienza dove il padre ha perso il lavoro, ma la famiglia ha reagito con solidarietà. Il figlio ha lavorato per un certo periodo diventando l’unico veicolo di un’entrata economica per tutta la famiglia. Questo esempio non è certamente disperato ma ha permesso al padre di vivere un certo equilibrio esistenziale senza perdere la propria stima» ( Alfonso ) «E’ vero che la crisi economica può trasformarsi in crisi per le famiglie, ma la crisi mette in evidenza aspetti di debolezza che erano presenti in precedenza. Dico questo senza giudicare nessuno. Vediamo che se queste fragilità sono presenti già nei momenti di “vacche grasse” esplodono poi nei momenti acuti di “vacche magre”»

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La gioia e la festa in famiglia. Speciale Family 2012

“Domenica giorno del Signore”

4.4. Verso il VII INCONTRO INTERNAZIONALE DELLE FAMIGLIE

 

In una società che tende ad abolire la distinzione tra il tempo del lavoro e quello della festa, la famiglia desidera riscoprire la domenica come il “primo” giorno della settimana, e la festa come occasione per fermarsi e non lasciarsi catturare dalle cose e dagli impegni.

VII Incontro Mondiale delle Famiglie

 

 

Famiglie
Il contesto attuale
Spesso della nostra fede passa soprattutto l’aspetto del dovere e della croce, della rinuncia e della tristezza; non traspare invece la gioia del Signore risorto che fa nuove tutte le cose. La festa cristiana è al servizio della gioia. Festa è incontrarsi, stare insieme, raccontarsi…
La famiglia, la domenica, è invitata a unirsi alla Chiesa madre che celebra l’Eucaristia. L’ospitalità, la visita a un congiunto, l’aiuto ai malati, il ritrovo con altre famiglie aiutano a prolungare il momento celebrativo in esperienze di gioia, di pace e di solidarietà per tutta la giornata.
Parola di DioLa parola di Dio
Siate sempre lieti nel Signore, ve lo ripeto: siate lieti. La vostra amabilità sia nota a tutti. Il Signore è vicino! Non angustiatevi per nulla, ma in ogni circostanza fate presenti a Dio le vostre richieste con preghiere, suppliche e ringraziamenti. E la pace di Dio, che supera ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori e le vostre menti in Cristo Gesù. (Fil 4,4-7)
Riflessione
Scriveva il vescovo Tonino Bello: 
Festa. Trionfo della vita. Primato della gioia. Abbandono della tristezza delle cure quotidiane. Proclamazione della superiorità dell’uomo sulle cose. Luogo eminente di relazioni intense, profonde. Nostalgia di futuro. Godimento anticipato della liberazione definitiva dalla servitù dei bisogni. Esaltazione della gratuità sul calcolo e dell’oblatività sull’interesse. Rivalutazione del silenzio o, se no, del canto. Momento privilegiato per mettersi in ascolto della tenerezza di Dio, per poterla tradurre in tenerezza per le cose.
Rispetto per la natura. Riscoperta del gioco quale dimensione fondamentale della vita. Delegittimazione dello spreco. Fruizione di beni immateriali, che non lasciano scorie, quali la poesia e l’arte… ».
Senza tutto questo, siamo certamente tutti più vuoti e incapaci di vivere sereni…
Suggerimenti
Valorizzare tutte le occasioni, già esistenti e da prevedere, per gioire di trovarsi con i fratelli e le sorelle di fede; per partecipare con cordialità e passione alle iniziative della propria comunità; per privilegiare il positivo piuttosto che le critiche distruttive o le lamentele relative alla vita della comunità; per dare tempo all’amicizia e all’ospitalità; per invitare altri giovani e adulti e far loro trovare un contesto accogliente; per incontrare altri gruppi di spiritualità familiare.

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La trappola dei diritti

 

8. Verso il VII INCONTRO INTERNAZIONALE DELLE FAMIGLIE

di  Paolo Pugni

 

diritti1Sono stato così incuriosito dal blog “La trappola dei diritti” (The Entitlement Trap), scoperto su Twitter, che ho deciso di vederlo più da vicino. In realtà è una tal miniera di suggerimenti e provocazioni che merita un vostro click.

Viviamo in una epoca che è costruita attorno a diritti, il che è buono, e nobile. Cerchiamo lo sviluppo e l’ampliamento dei diritti umani. Ma qualche volta ci lasciamo prendere la mano e siamo così sopraffatti e innamorati della nostra ricerca dei diritti che finiamo per dimenticarci che abbiamo anche dei doveri.

Sono rimasto sorpreso e confuso da una recente notizia letta su un giornale locale: una maestra che stava protestando contro la decisione presa dal direttore, della scuola dove insegnava, che stabiliva di sostituire il pranzo con appena un succo e un po’ di frutta per quei bambini i cui genitori non avevano pagato la dovuta retta per la mensa.

Questa donna affermava che questa decisione era contro i diritti dei bambini e discriminante nei loro confronti.

Non posso né suggerire una soluzione né decidere se quella del direttore fosse la migliore o la peggiore scelta, ma sono veramente infastidito dalla dichiarazione dell’insegnante. Mi sembra che si sia focalizzata troppo sui diritti dimenticandosi completamente dei doveri.

Quali sono le conseguenze di questo atteggiamento che stiamo insegnando ai nostri figli? Stiamo facendo loro un favore o stiamo fuorviandoli?

La nostra opinione è che questa è una diretta conseguenza dell’affermazione pretestuosa dei diritti personali, una pretesa che facilmente ci porterà (o forse ci ha già portati) verso l’egoismo totale.

Cosa possiamo fare per insegnare ai nostri figli che possono e qualche volta devono lottare per i propri diritti, ma che devono anche capire e rispettare i loro doveri e prima di tutto portarli a termine?

di Paolo Pugni, blog: Famiglie Felici, 22 maggio 2011

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