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13
Mag
13

Pentecoste: vento, fioco, respiro, parola, luce, danza…

Proposta di celebrazione della Pentecoste incentrata sui simboli del fuoco e del vento, con cui la Scrittura ci parla dello Spirito Santo e del suo modo di agire nella nostra vita.

Proponiamo una preghiera comunitaria, ispirata al testo Il respiro della terra”, (Paoline), che presenta alcune celebrazioni scaturite da un ciclo di incontri della Fraternità della Trasfigurazione nella Basilica di Sant’ Andrea a Vercelli, come invito a “pregare con il creato”. Lo Spirito viene contemplato e invocato nei simboli del vento e del fuoco che caratterizzano la liturgia della Pentecoste.

Preghiamo con il creato
Prima Parte: il vento e il fuoco

Canto: Antifona di Taizé: Veni Sancte Spiritus
inframmezzata dalla lettura dei versi in italiano della Sequenza allo Spirito Santo

Veni Sancte Spiritus, Tui amoris ignem accende.
Veni Sancte Spiritus, Veni Sancte Spiritus

In ascolto della Parola

Si susseguono tre lettori con un breve spazio di silenzio tra una lettura e l’altra

Dal libro dell’Esodo (Es 13,1-4)

Mentre Mosè stava pascolando il gregge di Ietro, suo suocero, sacerdote di Madian, condusse il bestiame oltre il deserto e arrivò al monte di Dio, l’Oreb. L’angelo del Signore gli apparve in una fiamma di fuoco dal mezzo di un roveto. Egli guardò ed ecco: il roveto ardeva per il fuoco, ma quel roveto non si consumava. Mosè pensò: "Voglio avvicinarmi a osservare questo grande spettacolo: perché il roveto non brucia?". Il Signore vide che si era avvicinato per guardare; Dio gridò a lui dal roveto: "Mosè, Mosè!". Rispose: "Eccomi!".

Dal primo libro dei Re (1 Re 19,9-14a)

Là entrò in una caverna per passarvi la notte, quand’ecco gli fu rivolta la parola del Signore in questi termini: "Che cosa fai qui, Elia?". Egli rispose: "Sono pieno di zelo per il Signore, Dio degli eserciti, poiché gli Israeliti hanno abbandonato la tua alleanza, hanno demolito i tuoi altari, hanno ucciso di spada i tuoi profeti. Sono rimasto solo ed essi cercano di togliermi la vita". Gli disse: "Esci e férmati sul monte alla presenza del Signore". Ed ecco che il Signore passò. Ci fu un vento impetuoso e gagliardo da spaccare i monti e spezzare le rocce davanti al Signore, ma il Signore non era nel vento. Dopo il vento, un terremoto, ma il Signore non era nel terremoto. Dopo il terremoto, un fuoco, ma il Signore non era nel fuoco. Dopo il fuoco, il sussurro di una brezza leggera. Come l’udì, Elia si coprì il volto con il mantello, uscì e si fermò all’ingresso della caverna.

Dal libro del Profeta Geremia (Ger 20,9)

Mi dicevo: "Non penserò più a lui,
non parlerò più nel suo nome!".
Ma nel mio cuore c’era come un fuoco ardente,
trattenuto nelle mie ossa;
mi sforzavo di contenerlo,
ma non potevo.

Breve spazio di silenzio

Meditazione
La nostra esperienza del vento richiama l’idea del movimento, del dinamismo, della forza. Il vento soffia, sposta, solleva, scompiglia i capelli, fa cadere le foglie dagli alberi. Esso non è, però, soltanto un simbolo di energia, ma evoca in noi altri tipi di sensazioni: il vento è ristoro nella calura, accarezza le fronde, fa cantare il mare. Anche la Scrittura conosce questa duplice dimensione del vento come segno della presenza di Dio, ma anche della sua azione potente a favore degli uomini.

Israele, in fuga dall’Egitto, sperimenta l’aiuto di JHWH che, durante la notte, risospinge il mare con un forte vento d’Oriente e lo rende asciutto, permettendo così al popolo di fuggire (cfr. Es 14,21-22). Ed è sempre il vento che rivela la presenza del Dio trascendente, una presenza ora forte e dirompente, altre volte silenziosa e impercettibile.

Dio è il totalmente altro e il vento dice bene la sua inafferrabilità, l’impossibilità di poterlo incasellare nei nostri ristretti schemi mentali. Così dirà Gesù a Nicodemo: « Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai da dove viene né dove va » (Gv 3,8).
Il nostro Dio è Padre, ma è anche Dio e dunque inaccessibile; per questo può manifestarsi con la forza di un « vento bruciante » (Sal 11,6) o con il « sussurro di una brezza leggera » (1Re 19,12), come a Elia sull’Oreb.

Proprio perché inafferrabile, irraggiungibile, Dio non può che manifestare la sua presenza nei modi più diversi. Tutti gli elementi naturali contengono, infatti, una traccia del suo mistero, benché nessuno di essi possa rivelarlo in pienezza.

Così, accanto al vento, anche il fuoco è stato per Dio un modo per rendersi accessibile e rivelare qualcosa di se stesso. Mentre sta pascolando il gregge del suocero, Mosè vede una fiamma di fuoco dal mezzo di un roveto, che arde ma non si consuma (cfr. Es 3,1-4). È il segno della presenza di un Dio che è calore, un Dio personale che lo invita, proprio per mezzo del fuoco, a entrare in relazione con lui e gli propone di coinvolgersi in «un’avventura» umanamente impensabile: far uscire il popolo dall’Egitto per liberarlo dalla schiavitù. Il Dio di Israele è dunque un Dio ardente, un Dio che ama così intensamente da lasciar accendere il fuoco della sua ira quando il popolo si allontana da lui (cfr. Ger 4,4), un Dio che seduce presentandosi al cuore del profeta come un fuoco rovente e incontenibile (cfr. Ger 20,9), un Dio che raffina col fuoco il cuore e la mente di colui che ama (cfr. Sal 25), per conformare al suo amore pensieri e desideri.

Breve spazio di silenzio

Contempliamo lo Spirito Creatore
Seconda parte: il respiro e il linguaggio

Canto: Vieni Spirito di Dio, di F. Buttazzo – D. Scarpa, Paoline Audiovisivi

Guida: Il fuoco e il vento sono anche i simboli che la Scrittura utilizza per parlarci non solo di Dio in senso ampio, ma più precisamente dello Spirito Santo. Così gli Atti degli Apostoli (At 2,1-3) ci descrivono il giorno di Pentecoste caratterizzato dalla presenza di un vento che si abbatte impetuoso sui fratelli radunati insieme, mentre delle lingue, come di fuoco, si dividono e si posano su ciascuno di loro.

In ascolto della Parola

Si susseguono tre lettori con un breve spazio di silenzio tra una lettura e l’altra

Dagli atti degli Apostoli (At 2,1-4)

Mentre stava compiendosi il giorno della Pentecoste, si trovavano tutti insieme nello stesso luogo. Venne all’improvviso dal cielo un fragore, quasi un vento che si abbatte impetuoso, e riempì tutta la casa dove stavano. Apparvero loro lingue come di fuoco, che si dividevano, e si posarono su ciascuno di loro, e tutti furono colmati di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, nel modo in cui lo Spirito dava loro il potere di esprimersi.

Dalla Lettera di San Paolo Apostolo ai Romani (Rom 8, 14-16)

Tutti quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio, questi sono figli di Dio. E voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto lo Spirito che rende figli adottivi, per mezzo del quale gridiamo: "Abbà! Padre!". Lo Spirito stesso, insieme al nostro spirito, attesta che siamo figli di Dio.

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 24,30-33)
Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma egli sparì dalla loro vista. Ed essi dissero l’un l’altro: "Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?". Partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro.

Breve spazio di silenzio

Meditazione

Lo Spirito Santo è certo la più inafferrabile delle Persone della Santissima Trinità, talmente inafferrabile da non avere nemmeno un nome capace di definirlo; nello stesso tempo è forza, energia, alito di vita. È colui che anima la creazione fin dalle origini, aleggiando sulle acque di una terra informe e deserta (Gen 1,2), e trasforma la creatura in una persona, fatta a immagine e somiglianza di Dio (cfr. Gen 1,26)…

 

Celebriamo la vita nuova in noi
Terza parte: la luce e la danza

Guida: Lo Spirito è vento e fuoco, gioia e bellezza e così vogliamo celebrarlo in questa sera. Per questo motivo ora ci recheremo in processione sul sagrato della chiesa, accompagnando il nostro camminare con il canto. Ognuno di noi porterà la candela, che gli è stata consegnata all’ingresso. Il cero è il simbolo di Gesù, ma la sua fiamma ci richiama l’ardore dello Spirito. Ci disponiamo ora in fila lungo la navata centrale e seguiamo il cero pasquale che uscirà per primo davanti a tutti. Arrivati sul sagrato, ci disporremo in cerchio, cercando di mantenere un clima di preghiera.

CANTO: Vieni Spirito di Dio di F. Buttazzo – D. Scarpa nel cd Vieni soffio di Dio, Paoline Audiovisivi

Processione

Guida: La nostra ritualità un po’ rigida non ci ha insegnato a lodare Dio con il corpo. La Scrittura è tuttavia ricca di episodi e di inviti, dove il linguaggio del corpo, soprattutto la danza, esprime la tensione dell’uomo verso Dio e il grido della sua lode….

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25
Gen
13

Credere in Gesù significa seguirlo

3a Domenica – Tempo ordinario anno C

Nella sinagoga del suo villaggio natale, Nazaret, Gesù ha il coraggio di rivelarsi come l’inviato di Dio, pieno di Spirito Santo. E noi, suoi discepoli, come ci presentiamo nei nostri ambienti quotidiani?

Letture: Ne 8,2-4.5-6.8-10; Sal 18; 1Cor 12,12-30;
Lc 1,1-4; 4,14-21

20130125-215734.jpgL’evangelista Luca si premura di attestare di aver fatto ricerche accurate su ogni circostanza, fin dagli inizi, e di avere scritto un resoconto ordinato. Questa precisazione, più di tante argomentazioni complicate, ci ricorda una verità che persino molti praticanti non tengono nel debito conto: il vangelo non è un libro di filosofia e nemmeno di teologia, ma una storia; e Gesù non è un pensatore o un predicatore inventato per diffondere un messaggio, ma un personaggio storico. Questa affermazione non è un optional, ma una verità di fede tanto importante da meritare a Ponzio Pilato, come prova di storicità, l’onore di essere inserito nel Credo, la professione di fede dei cristiani.

La storicità di Gesù è fondamentale perché stabilisce che credere in lui non significa accettare le sue idee religiose e morali, ma diventare suoi discepoli, cioè vivere come lui è vissuto. Come uomo concreto e vero Gesù ha incontrato situazioni, persone, autorità, istituzioni; si è relazionato con loro; le ha affrontate; ha polemizzato; è intervenuto con coraggio, lealtà, sincerità, generosità… Chi crede in lui deve seguirlo anche nella sua umanità. Purtroppo questa convinzione non è molto presente nel popolo cristiano, a volte nemmeno in quello più fervoroso, perché troppo spesso e per troppo tempo l’imitazione di Gesù è stata intesa in senso non esistenziale, ma devozionale. Da qui lo scandalo di cristiani molto pii e devoti, ma scadenti in umanità, perché poco onesti, poco coraggiosi, poco leali, poco generosi.

Veniamo a Gesù che si presenta a Nazaret, ben consapevole che “nessun profeta è bene accetto nella sua patria”. Chiunque altro al posto suo non avrebbe scelto la sinagoga di Nazaret per proclamare: “Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato”. Pensiamoci! Gesù è vissuto a Nazaret per trent’anni come tutti i suoi compaesani, in una vita quotidiana semplice, operosa, buona. Poi, un bel giorno, preceduto dalla fama diffusa in tutta la regione si presenta ai suoi compaesani come colui che incarna le parole di Isaia: “Lo Spirito del Signore è sopra di me…”. Il minimo che si poteva aspettare non poteva che essere un bel: “Ma vallo a dire a chi non ti conosce! A noi non ci incanti”. E infatti…

Vivere in Cristo e con Cristo, significa per i suoi discepoli comportarsi come Gesù, andare a Nazaret, cioè lì dove viviamo concretamente, dove i familiari, gli amici, i colleghi conoscono tutto di noi, e lì (non dentro la chiesa o la sacrestia) trovare il coraggio di proclamare: “Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi e proclamare l’anno di grazia del Signore”. Sì, perché anche se il paragone con Gesù ci spaventa, battezzati in lui, condividiamo la sua missione.

Oggi più che mai, in una società fortemente scristianizzata, frastornata tra proposte di ogni tipo, a noi cristiani serve il coraggio di Nazaret, cioè testimoniare che nella quotidianità si può vivere ed è bello vivere come Gesù, con Gesù. Certamente con il “pianto” del popolo di Neemia, per la consapevolezza che la nostra vita non sarà mai adeguata alla Parola che ci è data, ma anche con la “gioia” per la forza che la stessa Parola ci dà per scriverla nella nostra vita, cioè a Nazaret, in mezzo a quelli che ci conoscono deboli, fragili, normali come loro.
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27
Dic
12

Non lasciamoci spegnere la festa (Lc 2,41-52)

Domenica Santa Famiglia – Anno C

La liturgia della prima domenica dopo Natale ci propone la festa della Santa Famiglia, con l’invito a misurarci sul “modello Nazaret”. E’ una misura alta e bella, degna di un Dio, cui nulla è impossibile.

Letture: 1Sam 1,20-22.24-28; Sal 83; 1Gv 3,1-2.21; Lc 2,41-52

La celebrazione della Festa della Santa Famiglia di Gesù, Giuseppe, e Maria, o Santa Famiglia di Nazaret, collocata tra Natale e fine dell’anno, non ha avuto e non ha vita facile per diversi motivi.

Intanto, in questo periodo di feste religiose ravvicinate, di ferie invernali (forse un po’ in calo causa crisi, ma chissà?), di visite ai parenti e iniziative a raffica di associazioni e gruppi, non è agevole radunare la gente in chiesa.

Il motivo più profondo, periodo natalizio a parte, è, però, che non è facile di questi tempi pensare alla famiglia di Nazaret, e alle famiglie “modello Nazaret”, cioè alla famiglia cristiana, con cuore gioioso.

E’ molto più facile, al contrario, di fronte al panorama che la famiglia offre, non solo e non tanto per gli attacchi dei politici e dei partigiani dei matrimoni gay, ma per quello che la realtà quotidiana dimostra (convivenze, separazioni, divorzi, con accompagnamento di rancori, vendette, bambini contesi e offesi…,e chi più ne ha più ne metta), abbandonarsi alla tristezza, al lamento e alla recriminazione.

Guai, però, lasciarsi vincere, o soltanto condizionare da questi sentimenti, umanamente comprensibili, ma poco consoni a chi è chiamato non a lamentarsi di come va il mondo, ma impegnarsi affinché il “mondo” torni verso il Padre. Per troppo tempo noi cristiani ci siamo cullati sul fatto che, grazie all’appoggio delle leggi statali, la famiglia tirava via, almeno apparentemente, secondo il “modello Nazaret”. Ahimé! Era soltanto apparenza. Appena le paratie della legge civile sono cadute, la realtà è apparsa in tutta la sua durezza. C’era troppa facciata e poco sostanza. Questa situazione ci richiama al compito di non supporre il Vangelo, ma di annunciarne con coraggio e intelligenza il messaggio, in modo che il Signore susciti uomini e donne pronti a rispondere alla vocazione familiare, cioè a testimoniare con la loro vita coniugale l’amore di Dio unico, fedele, per sempre, fecondo.

Non facciamoci, perciò, spegnere la festa. Niente paura, lamentele e recriminazioni, quindi, ma riflessione e conversione. Perché, se “il mondo non ci conosce” è “perché non ha conosciuto lui”. E toccava e tocca noi farglielo conoscere. Anche a proposito del suo progetto sulla famiglia: il “modello Nazaret”. Troppo spesso, invece, al posto di un annuncio forte e preciso sulla vocazione alla famiglia, abbiamo fatto tanta poesia e tanta retorica, identificandola con quella dei presepi: “Che bella! Che pace! Che serenità”.

Qual è, infatti, la famiglia di Nazaret al di là delle rappresentazioni poetiche?

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25
Dic
12

Natale è la festa dello stupore, dell’incontro, della scoperta…

di don Franco Montenegro, Arcivescovo di Agrigento

Condivido con gli amici de “La Bella Notizia” gli Auguri di Buon Natale di  mons. Francesco Montenegro alla diocesi di Agrigento

Torna il Natale! Si ripete il rito degli auguri. Può sembrare semplice oltre che gradevole scambiare gli auguri natalizi. Ma non è così.

Il significato del Natale è talmente straordinario e coinvolgente che non è facile ridurlo in formule di rito. Natale è la festa dello stupore, dell’incontro, della scoperta, dell’amore, del silenzio e della contemplazione. È la festa del cielo e anche della terra. È la festa di Dio e anche dell’uomo. Da Betlemme, Dio e l’uomo, diventano protagonisti di una storia che, partita da lontano, si proietta e costruisce già da ora un futuro carico di aspettative positive in cui, come dice la Sacra Scrittura, “scaturiranno acque nel deserto, scorreranno torrenti nella steppa. La terra bruciata diventerà una palude, il suolo riarso si muterà in sorgenti di acque … Felicità perenne splenderà sul loro capo, gioia e felicità li seguiranno e fuggiranno tristezza e pianto”.

L’arco di guerra, l’arcobaleno, appeso da Dio lassù in segno di pace è il ponte che unisce cielo e terra. Ora è il tempo dell’incontro tra Dio che si fa uomo e l’uomo che diventa come Dio. Da Betlemme le cose ormai non sono più quelle di prima. Non è più possibile una vita fatta di grigiore e mediocrità, non si può più vivere come capita, né fare diventare la preoccupazione dominante le mode correnti. C’è altro che conta di più. Un mondo nuovo è ora possibile, finalmente “…pascoleranno insieme il leone e il capretto, e il bambino metterà la sua mano nella bocca del serpente velenoso” (Is 11,6). Questa nuova storia dipende anche da noi, però. Dio ce l’affida, perché si fida ancora degli uomini. Nonostante la crudeltà, la meschinità, la menzogna e i tanti mali che distinguono l’agire di molti uomini. Egli si fida talmente da farsi uno di noi. Questo significa che sta a noi rendere sempre attuale la venuta di Gesù, eliminare le barriere delle differenze, prosciugare le paludi dell’egoismo, ripulire le strade dalla violenza. Torniamo perciò a fidarci di Dio. Giriamoci dalla Sua parte. Accogliamo il compito che ci affida.

Non escludiamoLo dalla nostra vita. Quando Lui non c’è, il brutto prende il sopravvento.

Ecco perché augurare Buon Natale non è una semplice formalità. È molto di più. È avvertire pressante l’impegno di camminare con Lui coinvolgendo altri in questa meravigliosa avventura d’amore. È riempire il nostro cuore di speranza e aiutare gli altri a trovare la strada di Betlemme.

È acquisire uno sguardo nuovo, quello di Dio; sguardo che sa scrutare lontano e che sascorgere, nelle pieghe della storia, la Presenza di Colui che “se mostro di rifiutarlo, mi viene incontro ovunque; più vado lontano, più Egli mi si fa vicino … Viene a stare con me, si ostina a stare con me … Lui viene anche se non vuoi …” (Mazzolari).

Auguri. A tutti un cuore nuovo e uno sguardo nuovo!

Buon Natale !!!!

+ don Franco, Vescovo

21
Dic
12

Un Natale di gioiosa sobrietà (Eb 1,1-6; Gv 1,1-18)

Natale del Signore – Anno C

La capanna di Betlemme é una scuola di vita, dove il Dio-con-noi, che ha scelto di nascere nell’estrema povertà, ci fa scoprire le sorgenti della gioia e il segreto della vera ricchezza.

Letture: Is 52,7-10; Sal 97; Eb 1,1-6; Gv 1,1-18

Il Natale torna sempre, ma guai pensare che è sempre lo stesso. Sia perché nella vita niente è mai lo stesso anche se ritorna sempre, sia perché il Natale non è solo una festa, ma è il Signore che parla attraverso la festa. E la parola del Signore è sempre nuova. Questo Natale, perciò, è unico. Non lo abbiamo mai vissuto e non lo vivremo più.

Per viverlo e non farlo semplicemente passare, dobbiamo farlo entrare nella vita concreta, nella nostra storia attuale, che attraversa un momento di pesante crisi economica, con la fatica di arrivare alla fine del mese, o per lo meno con l’impossibilità di permetterci ciò che in anni precedenti era a nostra disposizione, e con la preoccupante insicurezza che si possa perdere il lavoro, oppure che non si riesca a trovarlo. Questa è la realtà. Sappiamo, comunque, che non rinunceremo alla festa (alle feste!), e facciamo bene, perché la festa è una componente essenziale della nostra vita. Siamo fatti per la festa “senza tramonto”. Non dimentichiamolo.

E’ su questa situazione di crisi e sulla necessità di non rinunciare alla festa che “questo” Natale può diventare per noi parola di Dio, un messaggio che ci stimola a meditare sul nostro stile di vita e, nel caso, a raddrizzarlo o cambiarlo. Infatti, di fronte a questa situazione di crisi? Abbiamo due scelte.

La prima, la più istintiva e la più facile consiste nel chiudere gli occhi, far finta che la crisi non ci sia e non farci mancare niente, raschiando il fondo del barile, rimandando a “dopo” spese necessarie. Questa scelta produrrà soltanto momenti di gioia spensierata, perché dentro rimarrà una buona dose di amaro, nella consapevolezza che, passate le feste, i nodi verranno al pettine e si dovrà trovare il modo di recuperare quello che abbiamo sperperato per necessità pressanti che torneranno a bussare.

La seconda è affidare al Natale la verifica del nostro stile di vita, le nostre le nostre idee sull’abbondanza e sulla sobrietà, sul necessario e sul superfluo, sulla moderazione e sullo spreco. “Nella prosperità l’uomo non comprende, è simile alla bestie che muoiono”, dichiara il salmista (Sal 49,21). L’affermazione è drastica e tranciante, ma fotografa con nitidezza questi ultimi decenni in cui il consumo scriteriato ha preso il sopravvento su ogni altra considerazione.

Può il Natale aiutarci a compiere questa revisione?

>>> vai al testo completo

07
Dic
12

A Natale regaliamoci tempo e affetto

 

Approfittando della crisi, piuttosto che rimettere nell’offerta di un oggetto le nostre attenzioni, alle persone che amiamo potremmo donare attenzione, aiuto, conforto: fa bene al cuore e non costa nulla.

montagna_famigliaSi avvicina il Natale e come consuetudine si parla di acquisti e di corsa ai regali, seppure gli slogan di strenne e presenti costosi somiglino sempre di più ad echi lontani e paradossali, date le ristrettezze economiche di buona parte delle famiglie. Quello che sembra spaventare maggiormente è l’eventuale tristezza dei bambini che in un periodo di festa potrebbero dolersi di non ricevere ciò che desiderano in dono. I mezzi di comunicazione, inoltre, ci spaventano continuamente, trasmettendo il messaggio che il Natale al tempo della crisi, senza ricchezza, opulenza e prosperità, sarà difficile e austero.

Ma non stiamo dimenticando che la festa del Natale non è propriamente un momento di sfarzo e si festeggia in ricordo e venerazione di un momento solenne avvenuto in una mangiatoia? Il periodo dell’anno in cui si ricorda la nascita di un bambino che, nonostante la sua regalità divina, nasce in uno dei luoghi più umili di un villaggio di pastori, probabilmente non ha alcuna attinenza con ricchezza e scintillii di metalli preziosi. E festeggiarlo in modo più sobrio non ne ridurrebbe l’importanza e la forza.

Riconsiderando, infatti, il significato della ricorrenza del Natale, si giunge alla conclusione che l’importanza della festa non è data dalla quantità di cibo presente o dal numero di regali ricevuti; una festa è tale quando esula dalla consuetudine, quando è possibile stare insieme, trascorrerla con i propri cari, circondati dall’amore della propria famiglia. Indubbiamente il prossimo sarà di un Natale inconsueto, che ci offre l’opportunità di pensare al dono come ad un’offerta spontanea e volontaria di sé piuttosto che allo scambio di oggetti.

Pensiamo a quanta serenità e felicità sia possibile diffondere passando più tempo con le nostre famiglie e i nostri cari, invece di sperperare ore preziose in fila per confezioni regalo. Potremmo pensare ad un periodo di festa in cui, piuttosto che dissipare energie preziose a caccia di regali, potremmo utilizzare le nostre risorse per donare il nostro tempo. Piuttosto che rimettere nell’offerta di un oggetto le nostre attenzioni e il bene che portiamo dentro per i nostri cari, si potrebbe donare loro direttamente la nostra attenzione, il nostro aiuto, il nostro conforto. Se regalare qualcosa significa mettere a disposizione dell’altro qualcosa che è mio, perché dovrebbe essere meno prezioso esplicitare il proprio affetto, donare il proprio ingegno e offrire la propria disponibilità?

emil20nolde20-20christ20and20the20childrenSpesso proprio in riferimento ai bambini si assiste a dibattiti sui giochi educativi e sulla loro qualità; tuttavia giocare da soli non favorisce lo sviluppo della mente, nonostante il gioco di ultima generazione. I più piccoli, infatti, imparano con maggiore facilità nel rapporto e nello scambio con l’altro. L’uomo è un individuo sociale e ha bisogno degli altri per sopravvivere, sviluppare le proprie competenze e verificare i propri traguardi. Quale miglior momento di una festa, della festa della natività, per celebrare i propri figli, la propria famiglia e l’amore caritatevole che proviamo verso gli altri?

Spesso nei nostri articoli viene ribadito quanto sia potente l’abbraccio ed il sostengo dei propri cari; in alcuni casi il miglior presente potrebbe essere costituito dall’offerta del proprio tempo, mettendo a disposizione il proprio talento per iniziative benefiche, per non lasciare soli gli anziani e coloro che soffrono. Il Natale che ci apprestiamo a vivere probabilmente sarà più difficile e avrà bisogno di più iniziativa, di ingegno e di tanto amore e partecipazione perché sia un momento di grande gioia e di festa, ma questo non ci spaventa, ci unisce e ci libera. Per fortuna arriva Natale! Auguri.
di Angela Dassisti romasette.it, 5 dicembre 2012

23
Giu
12

Giovanni, il precursore (Lc 1, 5-17. Lc 1,57-66.80)

Giovanni Battista battezza GesuLa natività di Giovanni Battista
richiama immediatamente quella di Gesù;
la nascita miracolosa del precursore,
generato da un padre anziano e da una madre sterile,
non aveva infatti altro scopo
che quello di preparare la venuta imminente
del salvatore.
L’amico doveva nascere prima dello sposo,
il servo prima del suo signore,
la voce prima del Verbo,
la fiaccola prima del sole,
il messaggero prima del giudice,
il riscattato prima del redentore.

Giovanni stesso l’ha detto:
«Dopo di me viene un uomo
che mi è passato avanti,
perché era prima di me.
Io non lo conoscevo;
ma sono venuto a battezzare con acqua
perché egli fosse fatto conoscere a Israele»
(Gv 1,30-31).

Giovanni è stato precursore del Cristo
con la sua nascita, la sua predicazione,
il suo battesimo e la sua morte.
Ha iniziato questa missione
ancora nel grembo di sua madre.
Il padre, Zaccaria, era diventato muto
a causa della propria incredulità,
ed egli, prima ancora di poter parlare,
gli ha restituito miracolosamente la parola
facendogli pronunciare il suo nome.
Non poteva ancora far giungere
la sua voce alle orecchie degli uomini
e già, sussultando nel seno di sua madre Elisabetta,
l’avvertiva della presenza del re del cielo,
nascosto nel seno della Vergine.

Il che fece dire ad Elisabetta:
«Appena la voce del tuo saluto
è giunta ai miei orecchi,
il bambino ha esultato di gioia nel mio grembo».
s. Pier Damiani, Omelia 24




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Festa dell’accoglienza: il granello di senape

Inizio anno catechistico-pastorale

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