Posts Tagged ‘gioia

27
Nov
13

La gioia del Vangelo

La Chiesa che papa Francesco sogna e propone

Nell’ Esortazione apostolica Evangelii Gaudium, papa Francesco si rivolge ai fedeli cristiani, per invitarli a una nuova tappa dell’impegno di evangelizzazione, contrassegnata dalla gioia dell’annuncio e dall’amore verso tutti

La gioia del Vangelo riempie il cuore e la vita intera di coloro che si incontrano con Gesù.

Coloro che si lasciano salvare da Lui sono liberati dal peccato, dalla tristezza, dal vuoto interiore, dall’isolamento. Con Gesù Cristo sempre nasce e rinasce la gioia. (EG1)

Nella sua prima Esortazione apostolica, papa Francesco consegna alla Chiesa e al mondo il profilo della Chiesa che egli non solo sogna per il prossimo futuro, ma sta già disegnando con il suo stile e con il suoi gesti, prima ancora delle sue parole.

L’Evangelii Gaudium è un documento straordinario, ma più che un testo scritto, si propone come un “colloquio”, un dialogo aperto a tutti, credenti e non credenti, o fedeli di altre religioni, dove espone in modo semplice e profondo un vero concentrato della sua visione sulle riforme necessarie, sia per la comunità ecclesiale nel suo insieme che per gli operatori di pastorale nello specifico, e sulla condizione dell’umanità nel contesto economica e culturale del mondo contemporaneo.

 

Una Chiesa che sa “uscire” da sé per andare verso tutti

La riflessione di papa Bergoglio raccoglie le proposte emerse nel Sinodo sulla Nuova Evangelizzazione, ma spazia anche su molti documenti scaturiti dagli incontri delle Conferenze episcopali dei vari continenti, cui attribuisce una notevole importanza, e richiama esplicitamente l’eredità del Concilio Vaticano II. Il suo intento è quello di: “proporre alcune linee che possano incoraggiare e orientare in tutta la Chiesa una nuova tappa evangelizzatrice, piena di fervore e dinamismo”.

In questo quadro, e in base alla dottrina della Costituzione dogmatica Lumen Gentium, egli si sofferma su alcuni questioni di capitale importanza per l’efficacia della nuova evangelizzazione:

  • La riforma della Chiesa, che definisce “in uscita missionaria”.
  • Le tentazioni tipiche degli operatori pastorali.
  • La Chiesa intesa come la totalità del Popolo di Dio che è chiamato ad evangelizzare.
  • L’omelia e la sua preparazione.
  • L’inclusione sociale dei poveri.
  • La pace e il dialogo sociale.
  • Le motivazioni spirituali per l’impegno missionario.

La “mappa” della nuova evangelizzazione

Il testo si compone di una introduzione, che approfondisce il tema della gioia nelle Scritture e nell’annuncio missionario, e di cinque capitoli, dove:

  • affronta le principali problematiche interne ed esterne alla comunità dei fedeli, che ostacolano la testimonianza gioiosa del Cristo Risorto,
  • scava le cause remote, insite nelle sottili e pervasive tentazioni che devitalizzano le relazioni e inaridiscono il cuore
  • indica i rimedi e le prospettive di cammino verso quella fraternità mistica, gioiosa, solidale, che si fa segno eloquente della misericordia, tema evangelico centrale da comunicare al mondo e virtù principale, che assomma tutte la altre, senza la quale non è possibile la nuova evangelizzazione
  • richiama al primato della vita della grazia nello Spirito e alle motivazioni profonde che devono animare gli annunciatori del Vangelo di frinte alle questioni sociali del nostro tempo

Questa è la struttura:

Introduzione
Capitolo I. La trasformazione missionaria della Chiesa
Capitolo II. Nella crisi dell’impegno comunitario
Capitolo III. L’annuncio del Vangelo
Capitolo IV. La dimensione sociale
Capitolo V. Evangelizzatori con Spirito
Capitolo VI. Maria, la madre dell’evangelizzazione

Una Chiesa che sa dire “no”!

Nel sogno di papa Francesco, la Chiesa che si lascia trasformare dalla gioia del Vangelo è un popolo in cammino, che si impegna ad uscire sulle strade e le periferie del mondo di oggi, denunciando innanzitutto la mentalità e le strutture sociali che opprimono le persone, in particolare i più deboli. Per questo dice:

♦ No a un’economia dell’esclusione [53-54]

No alla nuova idolatria del denaro [55-56]

No a un denaro che governa invece di servire [57-58]

No all’inequità che genera violenza [59-60]

In secondo luogo è una comunità “materna”, una casa aperta e ospitale, capace di rispondere:

alla sfida di una spiritualità missionaria (78-80)

Si alle relazioni nuove generate da Gesù Cristo (87-92)

Non lasciamoci derubare

Per questo è indispensabile superare le tentazioni del ripiegamento, della demotivazione, dell’indifferenza e aprirsi alla novità dello Spirito, eliminando gli ostacoli a una testimonianza autentica della carità. Come nelle lettere alle Chiese, indirizzate da Cristo ai credenti nel libro dell’Apocalisse, anche papa Bergoglio rivolge un forte monito agli operatori di pastorale, affinché si scuotano da situazioni di compromesso o dimbiguità e non si lascino “derubare” dei tesori veri, quelli del Regno…

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07
Nov
13

Non un’altra vita, ma questa che diventa altra (Lc 20,27-28)

32 Domenica – Tempo Ordinario – Anno C

Se vogliamo coltivare fin d‘ora le caratteristiche di serenità e di gioia che troveranno pienezza nella vita “altra”, la vita eterna, dobbiamo ricordare che ci sarà un giudizio, e che dipenderà dal fatto che avremo vissuto con giudizio

Letture: 2Mac 7, 1-2.9-14; Sal 16; 2Ts 1,16-3,5; Lc 20,27-28

“Quelli che sono giudicati degni della vita futura e della risurrezione dai morti, non prendono né moglie né marito”. La risposta di Gesù alla beffarda storiella dei sadducei apre uno piccolo spiraglio sul come della vita eterna, un interrogativo che non scompare mai dalla nostra giusta curiosità.

L’affermazione può preoccuparci, perché il pensiero che, una volta entrati nella vita eterna, tutti i rapporti vissuti in questa vita siano azzerati, e i nostri genitori, i nostri figli, i nostri compagni di viaggio siano completamente allontanati da noi, sarebbe angosciante e anche crudele.

La morte, infatti, distruggerebbe ogni legame con i nostri cari, e sarebbe come se non avessimo mai vissuto.

In realtà, Gesù non intende questo, ma che i risorti non prendono né moglie né marito, perché, se sono stati sposati rimangono sposati; così come se sono stati genitori, rimangono genitori; se sono stati compagni di viaggio e amici, rimangono compagni di viaggio e amici. Se è così, coloro che hanno vissuto con noi, continuano a vivere con noi. I vincoli di affetto, di condivisione, di collaborazione, di amicizia continuano, anche se in un’altra dimensione.

Non può che essere così, perché la vita eterna non è questa vita che diventa “un’altra”, ma questa vita che diventa “altra”.

La differenza è fondamentale. Infatti, se la vita eterna fosse un ricominciare da capo, potremmo soltanto aspettarla, compiendo le prestazioni richieste per entrarci, e sperando di essere fortunati. Se invece la vita eterna è questa nostra vita che diventa eterna, allora essa è il risultato di un cammino che ci impegna ogni giorno a operare affinché possa divenire “altra”.

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16
Set
13

La gioia di Dio è perdonare! di Papa Francesco

Le tre parabole della misericordia, Lc 15,1-32

Solo l’amore riempie i vuoti, le voragini negative che il male apre nel cuore e nella storia.
Solo l’amore può fare questo, e questa è la gioia di Dio! Gesù è tutto misericordia.

prodigal-798893Il capitolo 15 del Vangelo di Luca, contiene le tre parabole della misericordia: quella della pecora smarrita, quella della moneta perduta, e poi la più lunga di tutte le parabole, tipica di san Luca, quella del padre e dei due figli, il figlio “prodigo” e il figlio, che si crede “giusto”, che si crede santo. Tutte e tre queste parabole parlano della gioia di Dio.

Dio è gioioso. Interessante questo: Dio è gioioso! E qual è la gioia di Dio?
La gioia di Dio è perdonare, la gioia di Dio è perdonare!
E’ la gioia di un pastore che ritrova la sua pecorella;
la gioia di una donna che ritrova la sua moneta;
è la gioia di un padre che riaccoglie a casa il figlio che si era perduto, era come morto ed è tornato in vita, è tornato a casa.
Qui c’è tutto il Vangelo!
Qui! Qui c’è tutto il Vangelo, c’è tutto il Cristianesimo!
Ma guardate che non è sentimento, non è “buonismo”!
Al contrario, la misericordia è la vera forza che può salvare l’uomo e il mondo dal “cancro” che è il peccato, il male morale, il male spirituale.
Solo l’amore riempie i vuoti,
le voragini negative che il male apre nel cuore e nella storia.
Solo l’amore può fare questo, e questa è la gioia di Dio!

Gesù è tutto misericordia,
Gesù è tutto amore: è Dio fatto uomo.
Ognuno di noi, ognuno di noi, è quella pecora smarrita, quella moneta perduta; ognuno di noi è quel figlio che ha sciupato la propria libertà seguendo idoli falsi, miraggi di felicità, e ha perso tutto.
Ma Dio non ci dimentica, il Padre non ci abbandona mai.
E’ un padre paziente, ci aspetta sempre! 
Rispetta la nostra libertà, ma rimane sempre fedele.
E quando ritorniamo a Lui, ci accoglie come figli, nella sua casa, perché non smette mai, neppure per un momento, di aspettarci, con amore.
E il suo cuore è in festa per ogni figlio che ritorna.
E’ in festa perché è gioia. Dio ha questa gioia, quando uno di noi peccatore va da Lui e chiede il suo perdono.

Il pericolo qual è?
E’ che noi presumiamo di essere giusti, e giudichiamo gli altri. Giudichiamo anche Dio, perché pensiamo che dovrebbe castigare i peccatori, condannarli a morte, invece di perdonare. Allora sì che rischiamo di rimanere fuori dalla casa del Padre! Come quel fratello maggiore della parabola, che invece di essere contento perché suo fratello è tornato, si arrabbia con il padre che lo ha accolto e fa festa.
Se nel nostro cuore non c’è la misericordia, la gioia del perdono, non siamo in comunione con Dio, anche se osserviamo tutti i precetti, perché è l’amore che salva, non la sola pratica dei precetti.
E’ l’amore per Dio e per il prossimo che dà compimento a tutti i comandamenti.
E questo è l’amore di Dio, la sua gioia: perdonare.
Ci aspetta sempre! Forse qualcuno nel suo cuore ha qualcosa di pesante:
“Ma, ho fatto questo, ho fatto quello …”.
Lui ti aspetta! Lui è padre: sempre ci aspetta!

Se noi viviamo secondo la legge “occhio per occhio, dente per dente”, mai usciamo dalla spirale del male. Il Maligno è furbo, e ci illude che con la nostra giustizia umana possiamo salvarci e salvare il mondo.
In realtà, solo la giustizia di Dio ci può salvare!
E la giustizia di Dio si è rivelata nella Croce: la Croce è il giudizio di Dio su tutti noi e su questo mondo.

Ma come ci giudica Dio?
Dando la vita per noi! Ecco l’atto supremo di giustizia che ha sconfitto una volta per tutte il Principe di questo mondo; e questo atto supremo di giustizia è proprio anche l’atto supremo di misericordia.
Gesù ci chiama tutti a seguire questa strada:
«Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso» (Lc 6,36).
Io vi chiedo una cosa, adesso. In silenzio, tutti, pensiamo… ognuno pensi ad una persona con la quale non stiamo bene, con la quale ci siamo arrabbiati, alla quale non vogliamo bene.
Pensiamo a quella persona e in silenzio, in questo momento, preghiamo per questa persona e diventiamo misericordiosi con questa persona. [silenzio di preghiera].

Invochiamo ora l’intercessione di Maria, Madre della Misericordia.

Papa Francesco, da  Angelus del 15 settembre 2013

23
Mag
13

Conosci la Bibbia? Entra nel significato di: parole, gesti, nomi…!

Chiavi di accesso

La rubrica Conoscere la Bibbia ti offre la possibilità di approfondire temi ed elementi di questo testo fondamentale, proponendo non solo informazioni a carattere generale, ma anche “chiavi” di accesso e  di lettura. Se ti chiedi, per esempio: Che cosa significa la parola Bibbia? Puoi clikkare sulla sezione Il Nome e scoprire che:

“Il significato della parola Bibbia proviene dalla parola greca biblos, la corteccia interna del papiro; sembra anche che il vocabolo biblos derivi da Biblos, città fenicia vicina all’attuale Beirut (Libano), dove si produceva il papiro. Biblios è la pianta di papiro su cui si scriveva. Da qui l’altro termine: Biblion che significa libro, o meglio, libriccino. Nella chiesa greca, dall’epoca di Giovanni Crisostomo (407), per indicare la Bibbia si cominciò a usare l’espressione “ta Biblìa”, “i libri” al plurale. Dalla lingua greca il termine passò immutato alla lingua latina con il solo cambio d’accento e nel Medioevo il termine assunse un significato singolare: “Bibbia”. La Bibbia è una collezione di libri, divisa in due blocchi: Antico e Nuovo Testamento. In tutto comprende 73 volumi, 46 dell’Antico Testamento e 27 del Nuovo Testamento…”

Se vuoi conoscere in sintesi il contenuto dei singoli testi, puoi esplorare I Libri della Bibbia, se invece ti interessano aspetti come i personaggi, le feste, i simboli biblici, puoi andare alle rispettive sezioni e trovare materiali di interesse su questi temi.

Ricorda però che la Bibbia non è un libro come gli altri, è un testo assolutamente speciale, in quanto:

– parte dalla vita e dalla storia concreta di un popolo, memore nella fede delle opere di Dio, narrate con parole umane;

– viaggia nel tempo e nel mondo in forma di testo scritto, letto, proclamato, e giunge a noi come parola di Dio che si rivela in Cristo Gesù, ci chiama e salva;

-interpella la nostra adesione e ci riempie di gioia, affinchè anche noi diventiamo testimoni e annunciatori del mistero di grazia che trasmette.

Prima c’è la vita, dopo il Libro

I libri della Bibbia per gli Ebrei e per i Cristiani sono considerati i LIBRI in assoluto, i LIBRI per eccellenza. L’Ebraismo (per l’Antico Testamento), e il Cristianesimo (per il Nuovo Testamento) considerano la Bibbia il testo fondamentale della loro fede. Pur possedendo questo testo sacro, non si definiscono, però, religioni del Libro, ma della Parola. Alle origini della loro fede non c’è il libro sacro, ma Dio che parla attendendo la risposta. La Bibbia, in quanto raccolta di libri, non è al principio della vita di fede del popolo; al principio c’è la storia di Dio con il suo popolo. La Bibbia è la storia di un popolo credente che, spiegata e interpretata alla luce della fede, si fa memoria scritta, Scrittura.

I libri biblici dunque sono la “memoria di fede” d’Israele come popolo di Dio e della prima chiesa. Noi crediamo che alla formazione della Bibbia abbiano collaborato Dio e l’uomo; è ispirata da Dio ed è anche frutto della fatica umana, in quanto lettura paziente che persone credenti hanno fatto della storia alla luce della fede.

La Bibbia è la parola di Dio

L’Antico Testamento afferma di contenere la parola di Dio scritta. Questa Parola non può essere distrutta (Ger 36) e si deve mangiare (Ez 2,3-11). I credenti dell’Antico Testamento sanno di possedere una Parola che viene proclamata, scritta e letta. Attraverso la lettura della Legge, Israele verifica la sua fede, l’approfondisce, l’attualizza nel presente. Nel Giudaismo, cioè dopo il ritorno dall’esilio babilonese, (cfr. Ne 8,1-15; 9,33-36) Israele si raduna attorno alla Parola scritta e proclamata. I profeti dicono con certezza: «Così parla il Signore», oppure: «Mi venne la Parola del Signore». Nei libri sapienziali la riflessione sulla vita è in stretto rapporto con il Dio della storia e della salvezza. La sapienza da arte del buon vivere si identifica alla Torah (Sir 24,22; Bar 4,1), alla parola dei profeti (Sap 9,17), alla parola di Dio.

Il Nuovo Testamento, con l’espressione: «Così è scritto», «È stato scritto» afferma che le Scritture antiche sono parola di Dio. Gli scritti del Nuovo Testamento non solo non annullano quelli dell’Antico Testamento, ma le completano, partecipando della stessa autorità. Nei Vangeli Gesù dice: «È stato detto, ma io vi dico». Tra la parola di Dio e Gesù vi è identità. Gesù stesso rivolgendosi alla gente che lo segue dice: «La mia dottrina non è mia, ma di Colui che mi ha mandato » (Gv 7,16). In un’altra occasione Pietro dirà: «Signore da chi andremo? Tu solo hai parole di vita eterna; noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio!» (Gv 6,67). Gli scritti degli apostoli testimoniano la convinzione che anche la predicazione apostolica è parola di Dio. Questa Parola, grazie, alla loro predicazione, cresce e si diffonde”.

da: Conoscere la Bibbia. La parola di Dio, Schede bibliche di Filippa Castronovo, in Fatti di Dio, percorso di fede con i ragazzi, Paoline Editoriale Audiovisivi 2013

La PAROLA è GIOIA

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09
Mag
13

Nel Tempio per la strada (Lc 24, 46-53)

Ascensione del Signore – Tempo di Pasqua – Anno C

La solennità dell’Ascensione ci invita a recuperare il dinamismo della Chiesa delle origini: stare sempre nel Tempio e andare per le strade.

Letture: Atti 1, 1-11; Sal 46; Eb 9,24-28; 10,19-23; Lc 24, 46-53

Una nube (segno della presenza di Dio) sottrae agli occhi dei discepoli Gesù, che ha appena promesso loro la forza dello Spirito Santo per essere suoi “testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samarìa e fino ai confini della terra”. Rimasti in adorazione, vengono stimolati da due uomini in bianche vesti a smettere di guardare in cielo. Allora tornano “Gerusalemme con grande gioia; e stavano sempre nel tempio lodando Dio”.

La grande gioia con cui i discepoli tornano a Gerusalemme indica che avevano capito, per lo meno intuito che il distacco di Gesù non era un abbandono, ma la condizione per rimanere accanto a loro. Infatti, se non fosse salito il cielo, Gesù non avrebbe potuto accompagnarli sulle strade del mondo per predicare a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, perché, impigliato nel tempo e nello spazio, sarebbe stato soltanto un bel ricordo. Adesso, invece, Gesù potrà essere vicino ai suoi “tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28,20).

Tornati a Gerusalemme, i discepoli “stavano sempre nel tempio lodando Dio” per attendere di essere “battezzati in Spirito Santo” e di essere rivestiti “di potenza dall’alto”, come accadrà nel giorno di Pentecoste. Subito dopo, essi sciamarono sulle strade del mondo per essere testimoni “a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samarìa e fino ai confini della terra”, per preparare il suo ritorno.

Noi cristiani di oggi dobbiamo urgentemente rientrare in questo dinamismo: stare sempre nel tempio, e andare per le strade.
Stare nel tempio,
per essere rivestiti di potenza dall’alto, per rifornirci del dono dello Spirito senza il quale non possiamo mantenere, “senza vacillare la professione della nostra speranza”. Sarebbe bello rimanere sempre nel tempio, con gli occhi fissi verso il cielo in adorazione di Gesù che si stacca dalla terra, lontani dalle contraddizioni, dalle pesantezze e anche dalle brutture della nostra vita quotidiana. Sarebbe bello, ma sbagliato, come purtroppo dimostra la situazione del nostro essere cristiani oggi, caratterizzata dalla consapevolezza molto debole e quasi inesistente di dovere andare per predicare a tutti i popoli le conversione e il perdono dei peccati.

Sempre pronti a uscire per le strade del mondo, per rimediare a questa situazione, che ormai da decenni papi, vescovi, documenti a non finire ci esortano a superare, tornando all’evangelizzazione, alla missionarietà, cioè a portare la Parola a incontrare “i popoli”sulle strade degli uomini.

In questi giorni papa Francesco sta rinnovando alla sua maniera l’invito, esortando auscire nelle periferie dove c’è sofferenza, sangue versato, c’è cecità che desidera vedere, ci sono prigionieri di tanti cattivi padroni”.  Però anche questo invito rischia di essere assorbito da una mentalità ormai secolare, secondo la quale sono i vescovi, aiutati dai preti e dai religiosi, a dover uscire e andare a predicare. Non i cristiani laici. Per questi non c’è altro impegno che andare nel tempio nei giorni dovuti per pregare e ascoltare, al fine di mantenere la fede.  
La fiammata di Spirito Santo del Concilio che aveva fatto riscoprire alla Chiesa il suo essere popolo di Dio, dove tutti sono impegnati a evangelizzare, è andata via via esaurendosi. E’ necessario riaccenderla, altrimenti la parola di Dio continuerà a rimanere chiusa dentro il tempio, diventando ripetitiva e abitudinaria, e non a circolare nelle “periferie” dove è necessaria per rispondere alle domande della vita.

L’evangelista Luca precisa che prima di salire al cielo, Gesù non parla soltanto agli apostoli ma anche “ai discepoli”, a tutti coloro che decidono di seguirlo. Quindi a ognuno di noi.
La conversione è urgente, perché è sempre più evidente la mancanza di discepoli che vivono la fede “lieti e fieri di credere”…

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11
Feb
13

Benedetto XVI: Servo dei Servi di Dio

“Anche in futuro, vorrò servire di tutto cuore, con una vita dedicata alla preghiera, la Santa Chiesa di Dio”

Un omaggio a papa Benedetto XVI, che lascia il pontificato dopo sette anni di sofferto ministero, vissuto all’insegna del Buon Pastore, come si era proposto nell’omelia del suo insediamento.

Un ministero accolto nella fede

All’avvio del suo pontificato, nell’omelia per l’inizio del suo ministero, papa Benedetto XVI esprimeva con molta semplicità la trepidazione di fronte all’impegno cui era stato chiamato e la fiducia nel sostegno della comunità ecclesiale, in terra e in cielo:

Ed ora, in questo momento, io debole servitore di Dio devo assumere questo compito inaudito, che realmente supera ogni capacità umana. Come posso fare questo? Come sarò in grado di farlo? Voi tutti, cari amici, avete appena invocato l’intera schiera dei santi, rappresentata da alcuni dei grandi nomi della storia di Dio con gli uomini. In tal modo, anche in me si ravviva questa consapevolezza: non sono solo. Non devo portare da solo ciò che in realtà non potrei mai portare da solo. La schiera dei santi di Dio mi protegge, mi sostiene e mi porta. E la vostra preghiera, cari amici, la vostra indulgenza, il vostro amore, la vostra fede e la vostra speranza mi accompagnano.

Un “programma” sostenuto dalla speranza

Dopo sette anni e dieci mesi da quelle parole, la nostra preghiera e la nostra gratitudine accompagnano oggi la sofferta conclusione del suo pontificato, segnato da molte vicende dolorose per tutta la Chiesa, affrontate con coraggio e di mitezza, nello stile che si era riproposto subito dopo l’elezione. In quella celebrazione del 24 aprile 2005, infatti, papa Benedetto non volle presentare un programma di pontificato, ma scelse di commentare i due simboli del ministero petrino che gli erano appena stati consegnati: il pallio, stola di lana trapuntata con alcune croci, segno di Cristo Buon Pastore e agnello immolato per noi, e l’anello del pescatore, collegato alla chiamata di Simon Pietro a divenire pescatore di uomini.

Una missione all’insegna della carità

In entrambi i simboli, ma in particolare nel pallio, sottolineava che la missione affidatagli era una missione d’amore, un’espressione della cura di Dio per il suo popolo ed era così che intendeva viverla:

Il Pallio, … antichissimo segno, che i Vescovi di Roma portano fin dal IV secolo, può essere considerato come un’immagine del giogo di Cristo, che il Vescovo di questa città, il Servo dei Servi di Dio, prende sulle sue spalle. Il giogo di Dio è la volontà di Dio, che noi accogliamo. E questa volontà non è per noi un peso esteriore, che ci opprime e ci toglie la libertà. Conoscere ciò che Dio vuole, conoscere qual è la via della vita – questa era la gioia di Israele, era il suo grande privilegio. Questa è anche la nostra gioia: la volontà di Dio non ci aliena, ci purifica – magari in modo anche doloroso – e così ci conduce a noi stessi. In tal modo, non serviamo soltanto Lui ma la salvezza di tutto il mondo, di tutta la storia…

>>> leggi il testo completo


Testo del papa che annuncia la rinuncia al ministero petrino 

(tradotto in lingua italiana)

Carissimi Fratelli,

vi ho convocati a questo Concistoro non solo per le tre canonizzazioni, ma anche per comunicarvi una decisione di grande importanza per la vita della Chiesa. Dopo aver ripetutamente esaminato la mia coscienza davanti a Dio, sono pervenuto alla certezza che le mie forze, per l’età avanzata, non sono più adatte per esercitare in modo adeguato il ministero petrino.

Sono ben consapevole che questo ministero, per la sua essenza spirituale, deve essere compiuto non solo con le opere e con le parole, ma non meno soffrendo e pregando. Tuttavia, nel mondo di oggi, soggetto a rapidi mutamenti e agitato da questioni di grande rilevanza per la vita della fede, per governare la barca di san Pietro e annunciare il Vangelo, è necessario anche il vigore sia del corpo, sia dell’animo, vigore che, negli ultimi mesi, in me è diminuito in modo tale da dover riconoscere la mia incapacità di amministrare bene il ministero a me affidato.
Per questo, ben consapevole della gravità di questo atto, con piena libertà, dichiaro di rinunciare al ministero di Vescovo di Roma, Successore di San Pietro, a me affidato per mano dei Cardinali il 19 aprile 2005, in modo che, dal 28 febbraio 2013, alle ore 20,00, la sede di Roma, la sede di San Pietro, sarà vacante e dovrà essere convocato, da coloro a cui compete, il Conclave per l’elezione del nuovo Sommo Pontefice.

Carissimi Fratelli, vi ringrazio di vero cuore per tutto l’amore e il lavoro con cui avete portato con me il peso del mio ministero, e chiedo perdono per tutti i miei difetti. Ora, affidiamo la Santa Chiesa alla cura del suo Sommo Pastore, Nostro Signore Gesù Cristo, e imploriamo la sua santa Madre Maria, affinché assista con la sua bontà materna i Padri Cardinali nell’eleggere il nuovo Sommo Pontefice. Per quanto mi riguarda, anche in futuro, vorrò servire di tutto cuore, con una vita dedicata alla preghiera, la Santa Chiesa di Dio.

Dal Vaticano, 10 febbraio 2013 (reso pubblico il giorno 11 febbraio 2013)

02
Feb
13

dono della vita e… cultura della morte

GIORNATA NAZIONALE per la VITA

100907-bambini-sos-omarLa vita è anzitutto dono
e dono che supera, come valore,
ogni altro bene,
poiché è partecipazione alla stessa fecondità
della vita divina che coincide
con l’essere infinito Amore.
Poiché ha la sua sorgente in Dio,
è anche mistero e — come tale —
supera ogni nostra umana possibilità
o pretesa di comprenderla, di spiegarla,
di gestirla arbitrariamente.
È sacra, perciò le si deve assoluto rispetto a ogni livello.
L’infanzia di Gesù fu subito minacciata
dalla folle megalomania di Erode.
Il Figlio di Dio nato tra gli uomini conobbe quindi l’esilio,
l’estraneità, l’insicurezza, l’umiliazione.
Tuttavia, accanto a Maria e a Giuseppe,
egli poteva sentirsi protetto e,
proprio perché circondato dalle loro amorevoli cure,
poté crescere in età, sapienza e grazia (cfr. Le 2,40.52).

Nel nostro tempo e nella nostra società
si moltiplicano gli avvenimenti e le situazioni
che potrebbero ancora definirsi «strage degli innocenti»
e spesso ai piccoli manca la più elementare tutela,
quella dei genitori.
Dilaga, infatti, un perverso costume
di mascherata violenza
che colpisce al cuore la famiglia e ne snatura il volto.
Quando viene meno la giusta concezione della vita
e se ne fa scempio in vario modo,
si perde anche la capacità di vivere una vera vita.
Allora si crea una «cultura di morte»
e si respira in essa
cadendo sempre più in una specie di letargo.
Ognuno trascina avanti la sua vita-morte,
chiuso nella prigione del proprio egoismo,
senza sussulti né lacrime,
ma anche senza sorriso né canti di gioia.
Senza infanzia.
Nulla di più squallido e triste.
Che cosa manca, dunque, alla famiglia,
a tante famiglie del nostro tempo?

Anna Maria Cànopi




Festa dell’accoglienza: il granello di senape

Inizio anno catechistico-pastorale

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