Lasciamoci trafiggere il cuore

Domenica delle Palme- Tempo di Quaresima – Anno A

San Paolo ci aiuta a comprendere la Passione del Signore come un mistero di discesa verso di noi, per la nostra salvezza, e di risalita verso il Padre, nella scelta di essere fedele fino in fondo alla sua missione

Letture: Is 50,4-7; Sal 21; Fil 2,6-11; Mt 26,14-27,66

volto_cristo_liturgia14Sono convinto che non serva commentare il racconto della passione del Signore, perché ogni parola umana toglierebbe forza alla parola di Dio. Sappiamo che prima che i vangeli fossero scritti, questo racconto era “il vangelo”: la buona notizia di fronte alla quale gli ascoltatori o si allontanavano increduli e infastiditi, o sentendosi trafiggere il cuore, esclamavano: “Cosa dobbiamo fare, fratelli?”(At 2,37). Perciò mettiamo da parte le nostre riflessioni, e impegniamoci ad ascoltarlo come se fosse la prima volta, facendolo entrare dentro di noi “come l’acqua e la neve”, nella certezza che produrrà i suoi frutti (Is 55,10).

Per un ascolto efficace è utile seguire il criterio interpretativo, suggerito da Paolo: “Cristo Gesù, pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini… Per questo Dio lo esaltò e gli donò il nome che è al di sopra di ogni nome”. Cioè ladiscesa verso l’umanità e la salita verso il Padre.

La “discesa” dalla natura divina alla forma umana si manifesta in tutte le righe del racconto: il tradimento di un amico (nel racconto di Matteo, Giuda ha un rilievo molto più accentuato rispetto agli altri evangelisti); la tristezza per gli amici che non sanno rimanere svegli accanto a lui; l’arresto come fosse un brigante; il tribunale beffa del sinedrio; il rinnegamento di Pietro; la folla che gli preferisce Barabba; la crocifissione in mezzo a due ladroni; il gridare “a gran voce”: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”; il nuovo grido a gran voce” prima di spirare e toccare il fondo della discesa.

La “salita” non avviene soltanto dopo, con la risurrezione che ascolteremo nella veglia pasquale, ma anche durante lo “scendere”, perché ogni gradino dello “svuotamento della divinità” contiene in sé già il momento della salita. Nella Cena emerge la grandezza del suo farsi dono anche a chi non lo capisce e lo tradisce; nell’abbandono dei suoi amici c’è la promessa che tornerà a convocarli di nuovo in Galilea; nel sinedrio smaschera una religione che finge goffamente di adorare Dio mentre ha a cuore soltanto gli interessi di coloro che la professano; davanti a Pilato mette a nudo la pericolosità del potere umano quando non è vissuto come servizio, ma come oppressione, nonché l’illusione di poter contare sulla simpatia delle folle; nello spirare in croce dà la prova suprema della coerenza alla sua scelta di obbedire al Padre, anche nella sensazione drammatica di essere stato abbandonato: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato”.

Così la morte, il punto più profondo della discesa, diventa il punto più alto della salita. Infatti, “il centurione e quelli che con lui facevano la guardia a Gesù” – cioè quelli i Giudei ritenevano incapaci di conoscere Dio – lo riconoscono, mentre la terra che trema, le rocce che si spezzano, il velo del tempio che si squarcia in due, i sepolcri che si aprono annunciano già che il suo sepolcro si spalancherà, e la morte sarà vinta.

Lasciamoci trafiggere il cuore! Per accogliere Gesù dobbiamo seguire il suo percorso di discesa e salita…

»»» vai al testo completo

Preghiera per le vittime di Lampedusa (2 novembre 2013)

Riflessione di mons Francesco Montenegro

Veglia di preghiera per le vittime del mare ad un mese dal naufragio di Lampedusa (3 ottobre 2013). Riflessione di mons. Francesco Montenegro durante la veglia di preghiera del 2 novembre 2013 nella Chiesa San Pio X di Agrigento

Mons Francesco Montenegro, Riflessione del 2 novembre 2013

7. CREDO… che discese agli inferi e il terzo giorno risuscitò

Verso la PASQUA pregando il CREDO con le ICONE

Siamo giunti alla meta del cammino quaresimale, che culmina nel triduo pasquale e nella gioia della Resurrezione; nel silenzio contempliamo Cristo che scende negli inferi e risale vittorioso sulla morte.

 

CREDO… che discese agli inferi e il terzo giorno risuscitò

La Parola si fa silenzio

Dopo la straziante morte di Gesù sulla Croce, il buio e il silenzio avvolgono la terra, come il lenzuolo e le pietre del sepolcro avvolgono il suo corpo. Ma l’azione salvatrice di Cristo non si ferma e oltrepassa le soglie dell’oltretomba. La liturgia, infatti, e le icone orientali, ci invitano a contemplare il mistero della discesa agli inferi, come preludio della sua Resurrezione e di quella di tutti coloro che sono uniti alla sua vittoria. Per i santi Padri la ragione più importante per cui Cristo scende negli inferi è per continuare il dialogo che si era interrotto tra Dio e Adamo nel paradiso terrestre.

È nel silenzio che il Signore Gesù scende negli inferi di ogni uomo per prendere su di sé il peccato e la sofferenza. È nel silenzio che Cristo scende nel profondo più profondo del cuore dell’uomo per depositare il bacio del perdono, il balsamo curativo delle ferite prodotte dal peccato, la forza misteriosa che dalla morte fa passare alla vita.

Dal baratro al Paradiso

L’amore folle di Dio per la sua creatura, caduta nell’inganno del demonio, spinge il Creatore non solo a scendere dal cielo e farsi uomo, ma a proseguire la sua discesa fino ad arrivare agli inferi, al cuore della sua creatura.

Egli scende nel baratro del male per portare misericordia, nel baratro delle tenebre per portare la luce della risurrezione e la vita eterna.

Questa luce risplende gloriosa sul suo volto di Risorto, ma illumina anche tutti coloro che egli fa uscire dalle tenebre. Infrante le porte della morte, Egli spalanca quelle del Paradiso portando al Padre una moltitudine di figli e di figlie della nuova creazione.

A Lui acclamiamo con una preghiera di Mons. Enrico Masseroni (arcivescovo metropolita di Vercelli):

Inno

Tu sei risorto, o Cristo Signore:
non sei fra gli infiniti sepolcri
dell’umanità sconfitta dalla morte;
non sei sepolto nella memoria
di un remoto passato
come i grandi della terra.
 
Tu sei risorto, Signore Gesù:
sei vivente in mezzo a noi,
contemporaneo di ogni uomo;
sei pellegrino che accompagna
ogni creatura smarrita
sulle strade di Emmaus.
 
Tu sei risorto, Signore Gesù:
sei la risposta al nostro desiderio di vita,
sei il crocevia d’ogni
aspirazione alla felicità,
sei la gioia vera oltre le ore buie
dei nostri venerdì di passione.
 
Tu sei risorto, Cristo Signore,
e ci attendi oltre le fatiche
della vita e della storia,
quando sorgerai come sole
nell’aurora dell’ottavo giorno
senza tramonto.

Contempliamo l’Icona dell’ "Anastasis” (risurrezione)

Perché anche Cristo è morto
una volta per sempre
per i peccati, giusto per gli ingiusti,
per ricondurvi a Dio;
messo a morte nel corpo,
ma reso vivo nello spirito.
E nello spirito andò a portare l’annuncio
anche alle anime prigioniere,…

1 Pt 3,18

Sceso e risalito dagli inferi

L’icona da contemplare è quella dell’anastasis, cioè quella della risurrezione di Cristo dai morti. Nella liturgia orientale essa altro non è che la rappresentazione della discesa di Cristo agli inferi. È un’icona cristo-centrica: Gesù è al centro della scena e la domina. La sua figura è maestosa. L’atteggiamento del suo corpo esprime una forza vitale che riesce a strappare dai loro sepolcri Adamo ed Eva. Il suo vestito, completamente tratteggiato con raggi di oro puro, pone in evidenza la differenza sostanziale fra la natura di Cristo e quella degli altri personaggi: egli è il Figlio di Dio, nel quale è racchiusa tutta la pienezza della divinità.

Cristo, con il suo arrivo negli inferi, ne ha divelto le porte, le calpesta e provoca la fuoriuscita dei chiavistelli, delle serrature, delle viti, dei cavicchi, che invadono la grotta degli inferi, dipinta di colore nero simbolo del peccato e della morte. La sua mano destra afferra quella di Adamo, il volto del quale esprime una grande preghiera di ringraziamento rivolta al suo Liberatore. Lo stesso canto di ringraziamento fa Eva, che Gesù afferra con la sua mano sinistra.

Partecipi della sua vittoria sulla morte

La figura di Cristo è al centro di cerchi concentrici di colore azzurro-verde trapuntati da stelle d’oro. Essi indicano l’universo trasfigurato e redento dal Salvatore.

Al centro, in alto, due angeli sostengono la croce, dove la Vittima Pasquale ha dato la sua vita per la salvezza di tutti i personaggi rappresentati nella scena e di tutta l’umanità.

Essi sono, a sinistra dell’icona, il re Davide e il re Salomone. A destra si riconoscono san Giovanni Battista, Noè con l’arca, Mosè con il libro della Legge. Sullo sfondo, a destra e a sinistra, altri giusti dell’Antico Testamento.

Le montagne, simbolo dell’ascesi, completano la scena; esse sono costruite con la prospettiva inversa, così cara al linguaggio iconografico.
Nella prospettiva lineare il punto di fuga sta al centro della scena e tutte le linee convergono verso quel punto. Nella prospettiva inversa, invece, il punto di fuga sta nell’occhio di colui che guarda; pertanto tutte le linee convergono nell’occhio dello spettatore e la rappresentazione iconografica va verso di lui. L’adozione della prospettiva inversa serve per far comprendere che dall’icona promana un messaggio che investe la vita di colui che la contempla.

>>> vai al testo completo

LO SPLENDORE DELLA FEDE

Prima parte
Verso la PASQUA, pregando il CREDO con le ICONE
0. Introduzione
1. Credo… nella bellezza della mia fede
2. Credo… in Dio Padre Onnipotente
3. Credo… nel Creatore del cielo e della terra
4. Credo in …Gesù Cristo suo unico Figlio
5. Credo… che nacque da Maria Vergine
6. Credo… che fu crocifisso, morì e fu sepolto
7. Credo… che discese agli inferi e il terzo giorno risuscitò

i nostri defunti… via aperta all’uomo nel mistero della morte

«In faccia alla morte l’enigma della condizione umana diventa sommo». (CV II)

commemorazione dei nostri defuntiCon queste parole gravi il Concilio Vaticano II
descrive l’ansietà e la povertà dell’uomo
di fronte al mistero della morte.
E noi siamo chiamati ad avvicinarci a questo mistero,
e ad avvicinarci ad esso non come ad una realtà astratta,
ma come a qualcosa che ha creato
strappi dolorosi nella nostra carne,
nella vita di ciascuno di noi.
Ricordiamo infatti i nostri defunti, i nostri cari che ci hanno lasciato.
Per ciascuno di noi sono nomi, persone, volti, parole care
che ritornano alla mente,
che riempiono la memoria dei giorni passati insieme,
dei luoghi animati da presenze care e amate.
Anche i grandi Santi hanno vissuto lo strazio
di queste separazioni:
luceS. Agostino ha descritto con parole ancora vive
la sofferenza da lui provata alla morte della madre.
Ci dice: «Mentre le chiudevo gli occhi, runa tristezza immensa
si addensava nel mio cuore e si trasformava in un fiotto di lacrime.
Ma cos’era dunque – si domanda – che mi doleva dentro gravemente
se non la recente ferita derivata dalla lacerazione improvvisa
della nostra così dolce e cara consuetudine di vita comune?».
Se dunque per i Santi le separazioni dolorose
possono essere così penetranti, tali da spezzare il cuore,
che cosa non sarà per ciascuno di noi
e come non provare pena nel rivivere questi momenti di dolore e di separazione?

moltitudine_salvatiMa i grandi Santi ci mostrano anche
la via aperta all’uomo nel mistero della morte.
È la via della Pasqua di Cristo che con la sua morte
ha distrutto la nostra morte,
con la sua risurrezione ha fatto a noi dono della vita.
E noi ricordiamo i nostri defunti
non soltanto nella mestizia della separazione,
ma li ricordiamo rivivendo il passaggio di Cristo nella morte,
e attraverso la morte, alla vita,
perché in questo stesso Cristo i nostri defunti vivono e vivranno.

I nostri morti sono con noi e vivono con noi
e li possiamo sentire uniti alla nostra preghiera.
Essi ci parlano nella parola di Gesù,
essi sono presenti con noi nella consolazione che il Signore ci dà.
Cardinale Carlo Maria Martini

Carlo M. martini e la malattia: Dialogo con mons. Bruno Forte

«Gli chiesi: come resisti alla malattia?
E lui:
facendo sempre il volere di Dio»

 

La sua lezione, più viva che mai, in famiglia cristiana, 31-8-12

bruno-forte_2855035Il ricordo commosso del vescovo teologo Bruno Forte: "Ci ha insegnato ad amare la morte come passaggio necessario per trovare la luce".

“Lo avevo incontrato proprio ieri sera. Era in uno stato molto debole, ma ha mosso con me le labbra nella preghiera”. Monsignor Bruno Forte, arcivescovo di Chieti-Vasto, teologo, grande amico del cardinale Carlo Maria Martini chiede qualche minuto prima di rispondere, con serenità a qualche domanda. Trattenendo l’emozione ricorda i lunghi discorsi. “Leggeva i miei libri e ne discutevamo. Tra noi c’è sempre stato un rapporto sincero e ci siamo sempre detti anche ciò che non condividevamo. Ma abbiamo sempre avuto una grande sintonia soprattutto nell’amore per la Bibbia”.
Un’amicizia che ha consentito di affrontare anche i temi come la malattia e la morte, “che non è la fine di tutto. Anzi, una persona come Martini ci ha insegnato che “la morte è un passaggio necessario, e che attraverso la fede è possibile trovare la luce”. Il cardinale Martini, conclude monsignor Bruno Forte, “ci ha insegnato ad amare la Bibbia e il Vangelo. E questo è un insegnamento che resta nel cuore delle persone. Le lacrime spontanee di tanta gente semplice nell’apprendere della notizia della sua morte ci dice quanto il suo insegnamento fosse penetrato nel cuore della gente. Anche per questo possiamo dire che oggi Martini è più vivo che mai”.

Annalisa Valle, Famiglia Cristiana 31 agosto 2012

carlo_maria_martini_eucaristiaMartini, l’arcivescovo Bruno Forte: «Ridicolo accusarlo di relativismo etico»
in Corriere della sera, 2 settembre 2012

«Qualche mese fa avevo chiesto a Martini come facesse a vivere tutte le prove e sofferenze fisiche legate alla sua malattia, e lui mi aveva risposto con queste parole testuali: cerco di fare in ogni momento la volontà di Dio».

L’arcivescovo Bruno Forte, grande teologo e amico del cardinale biblista, parla con un tono a metà fra la tristezza e lo sconcerto. «Si sono dette delle assurdità, del tipo che avrebbe voluto si staccasse la spina: ma non è mai stato attaccato a una macchina! Io l’ho visto più volte, in questi tempi, da ultimo giovedì pomeriggio: era sedato, ho detto il Padre nostro e le sue labbra si sono mosse con la mia voce. Un uomo totalmente obbediente a Dio, fedele alla sua volontà, e dunque un uomo che va rispettato anche nella profondità della sua coscienza, senza strumentalizzare il suo andare incontro al Signore».

Già, le strumentalizzazioni: «Ci sono due aspetti da mettere in luce. Primo, oggettivo: la morale cattolica ha sempre ritenuto da evitare l’accanimento terapeutico, e cioè l’uso sproporzionato dei mezzi curativi rispetto al beneficio effettivo.
Secondo, bisogna guardare al credente Martini: un uomo che mai, mai!, avrebbe voluto fare qualcosa che non fosse in piena corrispondenza con la volontà di Dio su di lui. E la vita per il credente, e quindi per il credente Martini, è un dono che viene da Dio e solo Dio può toglierci. L’accanimento terapeutico è una forzatura del disegno di Dio sulla persona, rifiutarlo è legittimo e giusto. E non significa assolutamente rifiutare la vita».

È vero d’altra parte che Martini rifletteva sulla complessità dei casi concreti, dove talvolta le distinzioni si fanno opache… «Sì, ma questo è un principio generale della decisione morale: sta sempre tra l’indicazione oggettiva della legge di Dio e la situazione concreta dell’uomo. Ciò che va evitato sempre è un doppio rischio: da un parte il relativismo morale, che è quanto di più lontano ci sia dalla fede in Dio; e dall’altro una sorta di automatismo, di meccanicismo della morale». E qui il tono del teologo Bruno Forte suona indignato: «C’è chi ha voluto attribuire un relativismo morale a Martini, con un’interpretazione distorta dell’"indifferenza" di sant’Ignazio di Loyola: che invece è l’esatto opposto del relativismo, perché l’indifferenza ignaziana significa proprio essere indifferenti ai nostri gusti per essere obbedienti alla volontà di Dio!».
L’attenzione alla situazione concreta, al caso singolo qui e ora, è qualcosa di profondamente diverso sia dal relativismo che dal «meccanicismo» etico: «La morale è sempre per la persona e il discernimento morale è uno degli impegni più delicati che si possano mettere in atto. Un uomo come Martini ha fatto dell’amore per la parola di Dio la causa della sua vita. E la Parola è luce che guida i nostri passi e ci aiuta nel discernimento: il Dio biblico si presenta come Dio dei viventi, ed è chiaro che per i viventi la vita è un bene preziosissimo anche in condizioni estreme. Ecco, Martini ha vissuto in obbedienza a tutto questo. E non voleva un rapporto con Dio come automatismo, ma nel segno dell’alleanza come la Bibbia ce la presenta, in cui la libertà e la dignità della creatura sono pienamente in gioco».

carlo maria martini testimone del nostro tempo1Martini «testimone della verità che salva», altro che relativista, con buona pace delle «contrapposizioni risibili» con il Papa, sospira Bruno Forte: «Il suo amore per il Papa e la Chiesa non è mai stato in discussione, e nei confronti del successore di Pietro aveva anzi una sorta di venerazione. Del resto, il motto che si era scelto come vescovo era Pro veritate adversa diligere , e cioè per la verità amare anche ciò che può esserci avverso. Bisogna essere pronti a soffrire per la verità, perché la verità ci fa liberi.

Ed è questo il punto di profonda unità tra persone come Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e il cardinale Martini: tutti uomini che hanno giocato e giocano la loro vita per amore della verità».

Gian Guido Vecchi, Corriere della Sera, 2 settembre 2012

Chiara, Enrico e il “SI” alla vita accolta e donata

La coraggiosa storia di Chiara Corbella: “con le lanterne accese ad aspettare lo Sposo”

Il loro progetto di famiglia Chiara lo esprime così a Enrico: «Ora che io vado di là mi occupo di Maria e Davide; tu che resti di qua cura bene Francesco».
È una testimonianza che non s’improvvisa.

Chiara Corbella è una ragazza nata in cielo questa mattina, 13 giugno 2012. Aveva 28 anni ed era sposata con Enrico Petrillo. Una coppia normalissima della generazione Wojtyla, cresciuta in parrocchia e a pane e Gmg.

chiara ed enrico scelta di vita«Farò più rumore da vivo che da morto».
Riecheggia nelle mie orecchie questa celebre frase di padre Pio che accomuna tutti i santi e che inconsapevolmente appartiene pure alla vita straordinaria di Chiara Corbella. Forse non ambiva a tanto lei che da grande sognava solo una bella famiglia, ma la luce che proviene dalla sua vita coraggiosa non può rimanere nascosta e non lo rimarrà.

Si è spenta mercoledì 13 giugno Chiara nella sua città, Roma, all’età di 28 anni. Giovanissima, al punto che verrebbe voglia di chiedere perché, di litigare con Dio. Tuttavia la verità è che questa morte giunge a noi come balsamo perché lei ha dato senso alla sua vita. Moglie a soli 24 anni di Enrico, Chiara quasi subito è rimasta incinta della piccola Maria, una bimba che già dalle prime ecografie mostrava una grave anancefalia. I due giovani sposi rifiutarono l’idea di ricorrere all’aborto terapeutico e scelsero di andare fino in fondo portando alla luce la piccola Maria che per soli trenta minuti ha assaporato la vita prima di morire. «Se avessi abortito – confidò Chiara alcuni mesi dopo – non ricorderei quel giorno come una festa, ma come una giornata da dimenticare».

Testimonianza di Chiara ed Enrico dopo la nascita della prima bambina Maria

Con la voglia ancora di sorridere alla vita Enrico e Chiara ci riprovarono. Un’altra gravidanza, un altro bimbo, stavolta maschietto, il piccolo Davide. Tuttavia, quasi fosse uno scherzo del destino, anche questo figlioletto presentò da subito problemi, stavolta agli arti inferiori e anche malformazioni agli organi. Stessa logica, stessa battaglia. I due andarono avanti e anche stavolta il piccolo si spense dopo poco. Lo sconforto e la sfiducia non piegarono la coppia che non si perse d’animo e continuò a donarsi agli altri in parrocchia, nei ritiri francescani, nei viaggi a Medjugorje.

Nel frattempo giunse la notizia attesa di una nuova gravidanza. Un altro maschio, Francesco. Sembrava non avere problemi e il primo pensiero degli amici, come racconta Maris, una sua amica d’infanzia, era che finalmente Dio stava offrendo la sua ricompensa. E invece ancora una volta Enrico e Chiara nel 2011 sono stati posti davanti ad un’altra croce. La giovane madre infatti al quinto mese ha scoperto di avere un carcinoma alla lingua. Forte come una roccia decide di non sottoporsi alla chemio per non danneggiare la vita di quel piccolo che porta in grembo. Francesco viene alla luce, ma Chiara dopo interventi e cicli terapici ieri lo ha affidato alle braccia del suo grande amore Enrico. Prima di andare via ha scritto un messaggio al suo parroco: «Siamo con le lanterne accese ad aspettare lo Sposo».

Resto attonito davanti a questa ragazza mia coetanea di cui ho conosciuto la storia poche ore dopo la sua partenza. Non mi sconvolge tanto la serie di sventure piovutele addosso nel giro di quattro anni, ma la forza, la determinazione di affrontare le sfide della vita e la fede in Dio, unico faro dell’esistenza di Chiara che per tranquillizzare la madre diceva sempre: «Mamma, Lui non mi ha mai abbandonato».
I funerali si sono svolti oggi, alle 10.30 presso la parrocchia Santa Francesca Romana, ma non sono un addio. Di te, Chiara, sentiremo parlare a lungo

Giuseppe Cutrona, daportasantanna.it, 15 giugno 2012

http://www.gloria.tv/media/301405/embed/true/controls/false

Il funerale di Chiara Corbella., in Gloria.it, 16 giugno 2012

Osanna! Benedetto sii tu Signore!

domenica_delle_palmeEcco che si aprono per il Re
le porte della città.
Osanna! Benedetto sii tu Signore!
   Perché chiuderete su di me
la pietra del sepolcro, nel giardino?

Dio salvatore, dimentica il nostro peccato,
ma ricordati del tuo amore
quando verrai nel tuo regno
!

Vengo issato su un asinello,
come segno della mia gloria:
Osanna! Benedetto sii tu Signore!
   Perché mi farete uscire
nelle file dei malfattori, e dei maledetti?

Le vostre strade
si coprono di mantelli gettati
sul mio passaggio:
Osanna! Benedetto sii tu Signore!
Perché sporcherete il mio corpo
di porpora e di sputi, il mio corpo offerto?

Le vostre mani mi tendono le palme
per l’ora del trionfo:
Osanna! Benedetto sii tu Signore!
Perché ferirete la mia fronte con rovi e canne,
prendendovi gioco di me?

(D. Rimaud, Gli alberi nel mare)