GESÙ rimane in CHI lo AMA – VI Domenica di Pasqua

Itinerario figurativo – Ciclo di Quaresima-Pasqua Anno A

 

In procinto di lasciare i suoi, Gesù annuncia il dono dello Spirito, che li accompagnerà nel cammino di fede e di unione sempre più profonda con il Padre e con il Figlio, nella verità e nell’amore

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La guida spiega i vari momenti della preghiera seguendo le indicazioni dell’introduzione.Si esegue un canto iniziale intonato al clima proprio della Pasqua, poi si proiettano le slides o si consegna l’immagine.

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TU, AMORE, mia vita…
Amore, che mi formasti
a immagine dell’Iddio che non ha volto,
Amore che sì teneramente
mi ricomponesti dopo la rovina,
Amore ecco mi arrendo:
sarò il tuo splendore eterno. (continua)


Ascolta

Se uno mi ama, osserva la mia parola, dice il Signore,
e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui

Dal Vangelo secondo Giovanni (14,15-21)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Se mi amate,osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito della verità, che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete perché egli rimane presso di voi e sarà in voi.

Da: L’acqua che io vi darò, di Luigi Pozzoli

Noi diamo importanza alla casa come edificio, e la vogliamo bella e accogliente. Ma se la persona che fisicamente vive con te in quella casa è come se fosse “fuori” con i suoi pensieri, il suo affetto, le sue speranze, che casa è mai quella che tu abiti?… (continua)


Immagina

Si riproietta il power point o si riprende l’immagine iniziale. La guida invita a considerare alcuni dettagli, cui l’autrice ha collegato un particolare significato simbolico:

Qui abbiamo un’immagine che si riferisce a uno degli ultime discorsi di Gesù, prima della sua morte, ma che la Chiesa ci fa leggere nella luce del contesto post- pasquale, quindi dopo la sua risurrezione e prima dell’Ascensione.

Il gesto benedicente
Il personaggio di destra
Il personaggio di sinistra
La scatolina
La porta
La lampada e il quadretto
(continua)

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Come impegno conclusivo, a partire da quanto pregato, ognuno ricava un messaggio con cui preparare un biglietto di augurio… (continua)

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GESÙ incontra e TOMMASO nel CENACOLO (Gv 20,19-30)

2a Domenica di Pasqua

Tommaso, lo scettico, è il discepolo che può toccare il corpo del Crocifisso-Risorto, colui che dona il perdono e la pace, perché la misericordia del Padre sia manifestata a tutto il mondo

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La guida spiega i vari momenti della preghiera seguendo le indicazioni dell’introduzione.Si esegue un canto iniziale intonato al clima dell’attesa proprio della Pasqua, poi si proiettano le slides o si consegna l’immagine.

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TU, SUSCITI in NOI la FEDE

Signore Gesù,
tante volte anche noi, come Tommaso,
per credere, vogliamo vedere e toccare,
vogliamo capire e constatare;
non ci basta accogliere dagli altri
la sconvolgente buona notizia
che tu sei veramente risorto… (continua)

Ascolta

Perché mi hai veduto, Tommaso, tu hai creduto;

beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!

Dal Vangelo secondo Giovanni (20,19-30)

La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi».

Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati»… (continua)

Da: Le ragioni della speranza. Commento ai Vangeli domenicali, Anno A, Paoline, di Ermes Ronchi e Marina Marcolini

Gesù si propone a Tommaso con pochi verbi, i più semplici e concreti: guarda, metti, tocca! E nella mano di Tommaso, che trema mentre si avvicina ai segni dell’amore, ci sono tutte le nostre mani. A Tommaso basta questo gesto… (continua)

Immagina

Si riproietta il power point o si riprende l’immagine iniziale. La guida invita a considerare alcuni dettagli, cui l’autrice ha collegato un particolare significato simbolico:

Una delle cose che mi ha colpito maggiormente, leggendo questo vangelo, è il fatto che Gesù ha detto: “Ricevete lo Spirito Santo”.  I discepoli, dopo la sua morte, avevano tanta paura, si erano rinchiusi dentro una stanza, in un tipo di buio imposto da loro stessi, per proteggersi dall’esterno.
Gesù li aveva incaricati di portare il suo messaggio a tutti, ma loro si erano rinchiusi dentro per la paura.

Il dono dello Spirito
La finestra aperta
Le tende
Gesù  e Tommaso
La lampada e la brocca

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Come impegno conclusivo, a partire da quanto pregato, il gruppo può organizzare una ricerca sul tema della misericordia, in particolare nel magistero di papa Giovanni Paolo II e in quello di papa Francesco… (continua)

 

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Lasciamoci trafiggere il cuore

Domenica delle Palme- Tempo di Quaresima – Anno A

San Paolo ci aiuta a comprendere la Passione del Signore come un mistero di discesa verso di noi, per la nostra salvezza, e di risalita verso il Padre, nella scelta di essere fedele fino in fondo alla sua missione

Letture: Is 50,4-7; Sal 21; Fil 2,6-11; Mt 26,14-27,66

volto_cristo_liturgia14Sono convinto che non serva commentare il racconto della passione del Signore, perché ogni parola umana toglierebbe forza alla parola di Dio. Sappiamo che prima che i vangeli fossero scritti, questo racconto era “il vangelo”: la buona notizia di fronte alla quale gli ascoltatori o si allontanavano increduli e infastiditi, o sentendosi trafiggere il cuore, esclamavano: “Cosa dobbiamo fare, fratelli?”(At 2,37). Perciò mettiamo da parte le nostre riflessioni, e impegniamoci ad ascoltarlo come se fosse la prima volta, facendolo entrare dentro di noi “come l’acqua e la neve”, nella certezza che produrrà i suoi frutti (Is 55,10).

Per un ascolto efficace è utile seguire il criterio interpretativo, suggerito da Paolo: “Cristo Gesù, pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini… Per questo Dio lo esaltò e gli donò il nome che è al di sopra di ogni nome”. Cioè ladiscesa verso l’umanità e la salita verso il Padre.

La “discesa” dalla natura divina alla forma umana si manifesta in tutte le righe del racconto: il tradimento di un amico (nel racconto di Matteo, Giuda ha un rilievo molto più accentuato rispetto agli altri evangelisti); la tristezza per gli amici che non sanno rimanere svegli accanto a lui; l’arresto come fosse un brigante; il tribunale beffa del sinedrio; il rinnegamento di Pietro; la folla che gli preferisce Barabba; la crocifissione in mezzo a due ladroni; il gridare “a gran voce”: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”; il nuovo grido a gran voce” prima di spirare e toccare il fondo della discesa.

La “salita” non avviene soltanto dopo, con la risurrezione che ascolteremo nella veglia pasquale, ma anche durante lo “scendere”, perché ogni gradino dello “svuotamento della divinità” contiene in sé già il momento della salita. Nella Cena emerge la grandezza del suo farsi dono anche a chi non lo capisce e lo tradisce; nell’abbandono dei suoi amici c’è la promessa che tornerà a convocarli di nuovo in Galilea; nel sinedrio smaschera una religione che finge goffamente di adorare Dio mentre ha a cuore soltanto gli interessi di coloro che la professano; davanti a Pilato mette a nudo la pericolosità del potere umano quando non è vissuto come servizio, ma come oppressione, nonché l’illusione di poter contare sulla simpatia delle folle; nello spirare in croce dà la prova suprema della coerenza alla sua scelta di obbedire al Padre, anche nella sensazione drammatica di essere stato abbandonato: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato”.

Così la morte, il punto più profondo della discesa, diventa il punto più alto della salita. Infatti, “il centurione e quelli che con lui facevano la guardia a Gesù” – cioè quelli i Giudei ritenevano incapaci di conoscere Dio – lo riconoscono, mentre la terra che trema, le rocce che si spezzano, il velo del tempio che si squarcia in due, i sepolcri che si aprono annunciano già che il suo sepolcro si spalancherà, e la morte sarà vinta.

Lasciamoci trafiggere il cuore! Per accogliere Gesù dobbiamo seguire il suo percorso di discesa e salita…

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ma è Dio che ha creato la morte? Gesù e Lazzaro (GV 11,1-45)

5a Domenica – Tempo di Quaresima – Anno A

Il pianto di Gesù davanti alla tomba dell’amico Lazzaro è la prova che Dio ama la nostra vita e ci ha creati per un’esistenza eterna; le sue lacrime continuano ancora oggi a richiamare tutti noi a uscire dai nostri sepolcri

Letture: Ez 37,12-14; Sal 129; Rom 8,1-11; GV 11,1-45

Lazzaro e Gesù di M. Rupnik Condotto da Maria al sepolcro del fratello Lazzaro, “Gesù scoppiò in pianto”.  I Giudei presenti alla scena interpretano questo pianto dirotto (“scoppiare in pianto” non suggerisce certo qualche lacrimuccia discreta…) come un segno di amicizia per il defunto: “Dissero allora i Giudei: «Guarda come lo amava!”. Anche noi siamo portati a interpretarlo così. Ed è giusto, perché, come il Gesù affaticato e assetato dell’incontro con la samaritana, ci permette di entrare nella pienezza dell’umanità di Gesù.

Ma interpretarlo così sarebbe riduttivo. Davanti al sepolcro dell’amico, Gesù, come tutti noi piange perché sente la profonda ingiustizia della morte che contrasta con la nostra incancellabile esigenza di vivere per sempre. Il pianto di Gesù è la manifestazione della volontà di Dio. E la dimostrazione visiva che “Dio non ha creato la morte” (Sap 1,13). E’ il “vangelo” che Gesù è venuto ad annunciare per liberarci dal dubbio angosciosa che sia Dio a mandarcela. Dubbio che, se accolto, ci allontana da creatore. Ce lo fa rifiutare o comunque ci rende difficile instaurare un rapporto filiale e amorevole con lui. Pensiamo alle madri che perdono i figli; agli sposi che perdono il coniuge; ai figli che perdono in genitori ancora nel pieno degli anni…

Come possono queste persone sentire Dio come padre amoroso, se ritengono che sia stato lui a decidere il quando e il come, spessissimo nel momento più umanamente inopportuno e nel modo più straziante. “Dio non ha creato la morte”, annuncia Gesù con il suo pianto. Essa è entrata nel mondo attraverso il peccato (Rm 5,12). Ma Dio vuole recuperare la vita al suo progetto originale, trasformando la morte in un sonno momentaneo che la fa passare nella sua eternità. E’ per annunciare questa bella notizia, questo “vangelo” che Gesù è venuto. E’ per questo che l’ha incontrata e vinta in una ragazzina di dodici anni appena morta (Mc 5,21-43), sfidando l’ironia di coloro che non credevano che fosse soltanto addormentata; in un giovane già condotto alla sepoltura (Mc 7,11-17), lasciandosi invadere da “grande compassione”; in un uomo già in putrefazione, scoppiando in pianto.

Gesù che piange davanti alla morte…

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A nuoto verso il Signore (Gv 21, 1-19)

3a Domenica di Pasqua – Tempo di Pasqua – Anno C

Un nuovo incontro con il Risorto, una nuova pesca miracolosa e Pietro, immagine di tutta la Chiesa, viene nuovamente chiamato da Gesù, che lo trasforma da pescatore in pastore.

Letture: Atti 5,27b-32.40b-41; Sal 29; Ap 5,11-14; Gv 21, 1-19

Il vangelo di questa domenica è straordinario, non per le notizie che già conosciamo, ma come specchio per verificare la qualità della nostra fede, sia personale che di Chiesa.
Pietro e altri sei apostoli si trovano insieme. In difficoltà.
Gesù è risorto. L’hanno visto. Sono stati rassicurati in tanti modi, ma non riescono ancora a comprendere la nuova situazione. C’è da capirli. Sì, è risorto, è vivo. Ma cosa comporta per loro questo suo di stare di nuovo tra loro, entrando a porte chiuse?
“Io vado a pescare”, esclama Pietro, raccogliendo subito il consenso degli altri sei. Non è difficile leggere in questa decisione il desiderio di tirarsi fuori dall’incertezza e dal dubbio; la tentazione di tornare a fare il mestiere facevano prima di incontrarlo. E vanno a pescare. Sono professionisti: sanno che l’ora è quella buona, e conoscono il punto del lago adatto. Però non prendono niente.
Ritornano dalla nottata di lavoro delusi e straniti, come emerge chiaramente da quel no secco con il quale rispondono all’uomo che dalla riva chiede: “Figlioli, non avete nulla da mangiare?”. Quante volte e quanto spesso anche in noi si insinua la tentazione di tornare a prima di conoscere Gesù, alle scelte che combinano con la nostra testa, alle cose “di quaggiù” che ci tornano facili e naturali? Quante volte abbiamo la tentazione di chiudere la parentesi con la fede, magari non rinnegandola teoricamente, ma con una vita pratica lontana dalle cose di “lassù”?
“Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete”, dice lo sconosciuto. Ormai è l’alba. Si trovano a un centinaio di metri dalla riva. Dei pescatori provetti non avrebbero mai gettato le reti in quell’ora e in quel punto. Eppure la gettano. Sicuramente in quelle parole Pietro ha captato l’eco dello stesso invito ascoltato all’inizio della sua storia di discepolo, quando, di fronte alla sua rete misteriosamente piena di pesci, era caduto in ginocchio davanti quel maestro ancora sconosciuto, implorando: “Allontanati da me, perché sono un peccatore” (Lc 5,8). Infatti, nonostante la delusione della notte, gettano la rete e la vedono riempirsi di pesci.
“E’ il Signore!”, esclama Giovanni. Pietro, che lo aveva sospettato, assicurato dalle parole dell’amico, si getta in mare per raggiungerlo a nuoto. Egli non ha dimenticato il suo rinnegamento, che gli brucia dentro, come risulta dalla addolorata risposta che darà poco dopo alla triplice domanda: “Signore, tu conosci tutto; tu sai che ti voglio bene”. Ma non gli importa. La forza della sua fede non sta nella sua coerenza, ma nell’amore generoso e fiducioso in Gesù: si getta in acqua per raggiungerlo più in fretta.
Questa è la fede di Pietro. Questa è la fede sulla quale Gesù fonda la sua Chiesa. Questa deve essere la nostra fede e la fede della Chiesa.
Scesi a terra, trovano “un fuoco di brace con del pesce sopra, e del pane”. Perché il Signore aveva chiesto loro qualcosa da mangiare, se poi l’avrebbe preparato egli stesso?”. E perché adesso chiede: “Portate un po’ del pesce che avete preso ora”?

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Gesù non si scandalizza per la mia fatica di credere! Gv 20,19-31

La fede nasce da una presenza, non da una rievocazione. Viene Gesù e si rivolge a Tommaso.
Nel piccolo gregge cerca proprio colui che dubita. Metti qua il tuo dito, stendi la tua mano, tocca! Ecco Gesù: non si scandalizza di tutti i miei dubbi, non si impressiona per la mia fatica di credere, non pretende la mia fede piena, ma tende le mani a me.

Incredulità-tommaso-300x2061. Viene Gesù, a porte chiuse.
C’è aria di paura in quella casa, paura dei Giudei, ma anche e soprattutto paura di se stessi, di come lo avevano abbandonato, tradito, rinnegato così in fretta. Eppure Gesù viene.
L’abbandonato ritorna da quelli che sanno solo abbandonare, il tradito si mette di nuovo nelle mani di chi lo ha tradito. E sta in mezzo a loro.
Ecco da dove nasce la fede cristiana, dal fatto che Gesù sta lì, dal suo esserci qui, vivo, adesso.
Il ricordo, per quanto appassionato, non basta a rendere viva una persona, al massimo può far nascere una scuola di pensiero.
La fede nasce da una presenza, non da una rievocazione. Viene Gesù e si rivolge a Tommaso.
Nel piccolo gregge cerca proprio colui che dubita.
Metti qua il tuo dito, stendi la tua mano, tocca!
Ecco Gesù: non si scandalizza di tutti i miei dubbi,
non si impressiona per la mia fatica di credere,
non pretende la mia fede piena,
ma tende le mani a me.
A Tommaso basta questo gesto.
Chi si fa vicino, tende la mano, non ti giudica ma ti incoraggia, è Gesù. Non ti puoi sbagliare!

2. Tommaso si arrende.
Si arrende all’amore che ha scritto il suo racconto sul corpo di Gesù con l’alfabeto delle ferite, ferite incancellabili come l’amore che ha per noi.
Ferite che Gesù non nasconde, anzi esibisce:
il foro dei chiodi, toccalo;
lo squarcio nel  anco, puoi entrarci con una mano.
Piaghe che non ci saremmo aspettati, pensavamo che la risurrezione avrebbe cancellato, rimarginato e chiuso le ferite del Venerdì Santo.
E invece no!
Perché la Pasqua non è l’annullamento della croce,
ma ne è la continuazione, il frutto maturo, la conseguenza;
le piaghe incidono per sempre il corpo di Cristo. Fino a oggi: sono l’alfabeto del suo amore.
Il Risorto è il Crocifisso.
L’Occidente ha privilegiato l’immagine del Crocifisso; l’Oriente invece l’immagine del Risorto.
Le due immagini sono i due polmoni, sono da tenere insieme Pasqua e croce.
Croce gloriosa, Pasqua ferita.
Gesù risorto non porta altro che le ferite del Crocifisso, da cui non sgorga più sangue, ma luce, porta l’oro delle sue ferite.
Penso alle ferite di tanta gente, per debolezza, per dolore, per disgrazia.
Nelle ferite c’è l’oro. Le ferite sono sacre, c’è Dio nelle ferite, come una goccia d’oro.
Tu puoi essere un guaritore ferito, che dalla tua ferita ricavi farmaci per altri.
Proprio quelli che parevano colpi duri o insensati della vita ci hanno resi capaci di comprendere altri, di venire in aiuto ad altri.
La nostra debolezza diventa una forza.

3. Alla fine Tommaso si arrende.
E non è scritto che abbia toccato il corpo del Risorto.
Si arrende non al toccare, ma a Cristo che si fa incontro;
si arrende non ai suoi sensi, ma alla pace,
la prima parola che da otto giorni accompagna il Risorto e che ora dilaga: §
«Pace a voi!».
Non un augurio, non una semplice promessa, ma una affermazione:
la pace è qui, è in voi, è iniziata.
Quella sua pace scende ancora sui cuori stanchi, e ogni cuore è stanco,
scende sulla nostra vicenda di dubbi e di sconfitte, come una benedizione.
Tommaso passa dall’incredulità all’estasi: «Mio Signore e mio Dio!».
Voglio custodire questo aggettivo «mio», piccola parola che cambia tutto,
che non evoca il Dio dei libri, il Dio dei teologi,
ma il Dio intrecciato con la mia vita, annodato al mio respiro,
lui parte di me e io parte di lui, mio piccolo roveto ardente, che brucia in me e io che brucio per lui.
«Mio Signore e mio Dio!». Per due volte Tommaso ripete quel piccolo aggettivo «mio», che viene dal Cantico dei Cantici (6,3: «Io sono del mio amato e il mio amato è mio»), che indica non possesso ma appartenenza: «mio» perché mi fa vivere, è la parte migliore di me.
«Mio», come lo è il cuore. E senza non sarei.
«Mio», come lo è il respiro. E senza non vivrei.

Ermes Ronchi, Le ragioni della speranza, Commenti ai Vangeli domenicali – Anno C, Paoline 2012

7. CREDO… che discese agli inferi e il terzo giorno risuscitò

Verso la PASQUA pregando il CREDO con le ICONE

Siamo giunti alla meta del cammino quaresimale, che culmina nel triduo pasquale e nella gioia della Resurrezione; nel silenzio contempliamo Cristo che scende negli inferi e risale vittorioso sulla morte.

 

CREDO… che discese agli inferi e il terzo giorno risuscitò

La Parola si fa silenzio

Dopo la straziante morte di Gesù sulla Croce, il buio e il silenzio avvolgono la terra, come il lenzuolo e le pietre del sepolcro avvolgono il suo corpo. Ma l’azione salvatrice di Cristo non si ferma e oltrepassa le soglie dell’oltretomba. La liturgia, infatti, e le icone orientali, ci invitano a contemplare il mistero della discesa agli inferi, come preludio della sua Resurrezione e di quella di tutti coloro che sono uniti alla sua vittoria. Per i santi Padri la ragione più importante per cui Cristo scende negli inferi è per continuare il dialogo che si era interrotto tra Dio e Adamo nel paradiso terrestre.

È nel silenzio che il Signore Gesù scende negli inferi di ogni uomo per prendere su di sé il peccato e la sofferenza. È nel silenzio che Cristo scende nel profondo più profondo del cuore dell’uomo per depositare il bacio del perdono, il balsamo curativo delle ferite prodotte dal peccato, la forza misteriosa che dalla morte fa passare alla vita.

Dal baratro al Paradiso

L’amore folle di Dio per la sua creatura, caduta nell’inganno del demonio, spinge il Creatore non solo a scendere dal cielo e farsi uomo, ma a proseguire la sua discesa fino ad arrivare agli inferi, al cuore della sua creatura.

Egli scende nel baratro del male per portare misericordia, nel baratro delle tenebre per portare la luce della risurrezione e la vita eterna.

Questa luce risplende gloriosa sul suo volto di Risorto, ma illumina anche tutti coloro che egli fa uscire dalle tenebre. Infrante le porte della morte, Egli spalanca quelle del Paradiso portando al Padre una moltitudine di figli e di figlie della nuova creazione.

A Lui acclamiamo con una preghiera di Mons. Enrico Masseroni (arcivescovo metropolita di Vercelli):

Inno

Tu sei risorto, o Cristo Signore:
non sei fra gli infiniti sepolcri
dell’umanità sconfitta dalla morte;
non sei sepolto nella memoria
di un remoto passato
come i grandi della terra.
 
Tu sei risorto, Signore Gesù:
sei vivente in mezzo a noi,
contemporaneo di ogni uomo;
sei pellegrino che accompagna
ogni creatura smarrita
sulle strade di Emmaus.
 
Tu sei risorto, Signore Gesù:
sei la risposta al nostro desiderio di vita,
sei il crocevia d’ogni
aspirazione alla felicità,
sei la gioia vera oltre le ore buie
dei nostri venerdì di passione.
 
Tu sei risorto, Cristo Signore,
e ci attendi oltre le fatiche
della vita e della storia,
quando sorgerai come sole
nell’aurora dell’ottavo giorno
senza tramonto.

Contempliamo l’Icona dell’ "Anastasis” (risurrezione)

Perché anche Cristo è morto
una volta per sempre
per i peccati, giusto per gli ingiusti,
per ricondurvi a Dio;
messo a morte nel corpo,
ma reso vivo nello spirito.
E nello spirito andò a portare l’annuncio
anche alle anime prigioniere,…

1 Pt 3,18

Sceso e risalito dagli inferi

L’icona da contemplare è quella dell’anastasis, cioè quella della risurrezione di Cristo dai morti. Nella liturgia orientale essa altro non è che la rappresentazione della discesa di Cristo agli inferi. È un’icona cristo-centrica: Gesù è al centro della scena e la domina. La sua figura è maestosa. L’atteggiamento del suo corpo esprime una forza vitale che riesce a strappare dai loro sepolcri Adamo ed Eva. Il suo vestito, completamente tratteggiato con raggi di oro puro, pone in evidenza la differenza sostanziale fra la natura di Cristo e quella degli altri personaggi: egli è il Figlio di Dio, nel quale è racchiusa tutta la pienezza della divinità.

Cristo, con il suo arrivo negli inferi, ne ha divelto le porte, le calpesta e provoca la fuoriuscita dei chiavistelli, delle serrature, delle viti, dei cavicchi, che invadono la grotta degli inferi, dipinta di colore nero simbolo del peccato e della morte. La sua mano destra afferra quella di Adamo, il volto del quale esprime una grande preghiera di ringraziamento rivolta al suo Liberatore. Lo stesso canto di ringraziamento fa Eva, che Gesù afferra con la sua mano sinistra.

Partecipi della sua vittoria sulla morte

La figura di Cristo è al centro di cerchi concentrici di colore azzurro-verde trapuntati da stelle d’oro. Essi indicano l’universo trasfigurato e redento dal Salvatore.

Al centro, in alto, due angeli sostengono la croce, dove la Vittima Pasquale ha dato la sua vita per la salvezza di tutti i personaggi rappresentati nella scena e di tutta l’umanità.

Essi sono, a sinistra dell’icona, il re Davide e il re Salomone. A destra si riconoscono san Giovanni Battista, Noè con l’arca, Mosè con il libro della Legge. Sullo sfondo, a destra e a sinistra, altri giusti dell’Antico Testamento.

Le montagne, simbolo dell’ascesi, completano la scena; esse sono costruite con la prospettiva inversa, così cara al linguaggio iconografico.
Nella prospettiva lineare il punto di fuga sta al centro della scena e tutte le linee convergono verso quel punto. Nella prospettiva inversa, invece, il punto di fuga sta nell’occhio di colui che guarda; pertanto tutte le linee convergono nell’occhio dello spettatore e la rappresentazione iconografica va verso di lui. L’adozione della prospettiva inversa serve per far comprendere che dall’icona promana un messaggio che investe la vita di colui che la contempla.

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LO SPLENDORE DELLA FEDE

Prima parte
Verso la PASQUA, pregando il CREDO con le ICONE
0. Introduzione
1. Credo… nella bellezza della mia fede
2. Credo… in Dio Padre Onnipotente
3. Credo… nel Creatore del cielo e della terra
4. Credo in …Gesù Cristo suo unico Figlio
5. Credo… che nacque da Maria Vergine
6. Credo… che fu crocifisso, morì e fu sepolto
7. Credo… che discese agli inferi e il terzo giorno risuscitò