Posts Tagged ‘settimana santa

27
Mar
13

7. CREDO… che discese agli inferi e il terzo giorno risuscitò

Verso la PASQUA pregando il CREDO con le ICONE

Siamo giunti alla meta del cammino quaresimale, che culmina nel triduo pasquale e nella gioia della Resurrezione; nel silenzio contempliamo Cristo che scende negli inferi e risale vittorioso sulla morte.

 

CREDO… che discese agli inferi e il terzo giorno risuscitò

La Parola si fa silenzio

Dopo la straziante morte di Gesù sulla Croce, il buio e il silenzio avvolgono la terra, come il lenzuolo e le pietre del sepolcro avvolgono il suo corpo. Ma l’azione salvatrice di Cristo non si ferma e oltrepassa le soglie dell’oltretomba. La liturgia, infatti, e le icone orientali, ci invitano a contemplare il mistero della discesa agli inferi, come preludio della sua Resurrezione e di quella di tutti coloro che sono uniti alla sua vittoria. Per i santi Padri la ragione più importante per cui Cristo scende negli inferi è per continuare il dialogo che si era interrotto tra Dio e Adamo nel paradiso terrestre.

È nel silenzio che il Signore Gesù scende negli inferi di ogni uomo per prendere su di sé il peccato e la sofferenza. È nel silenzio che Cristo scende nel profondo più profondo del cuore dell’uomo per depositare il bacio del perdono, il balsamo curativo delle ferite prodotte dal peccato, la forza misteriosa che dalla morte fa passare alla vita.

Dal baratro al Paradiso

L’amore folle di Dio per la sua creatura, caduta nell’inganno del demonio, spinge il Creatore non solo a scendere dal cielo e farsi uomo, ma a proseguire la sua discesa fino ad arrivare agli inferi, al cuore della sua creatura.

Egli scende nel baratro del male per portare misericordia, nel baratro delle tenebre per portare la luce della risurrezione e la vita eterna.

Questa luce risplende gloriosa sul suo volto di Risorto, ma illumina anche tutti coloro che egli fa uscire dalle tenebre. Infrante le porte della morte, Egli spalanca quelle del Paradiso portando al Padre una moltitudine di figli e di figlie della nuova creazione.

A Lui acclamiamo con una preghiera di Mons. Enrico Masseroni (arcivescovo metropolita di Vercelli):

Inno

Tu sei risorto, o Cristo Signore:
non sei fra gli infiniti sepolcri
dell’umanità sconfitta dalla morte;
non sei sepolto nella memoria
di un remoto passato
come i grandi della terra.
 
Tu sei risorto, Signore Gesù:
sei vivente in mezzo a noi,
contemporaneo di ogni uomo;
sei pellegrino che accompagna
ogni creatura smarrita
sulle strade di Emmaus.
 
Tu sei risorto, Signore Gesù:
sei la risposta al nostro desiderio di vita,
sei il crocevia d’ogni
aspirazione alla felicità,
sei la gioia vera oltre le ore buie
dei nostri venerdì di passione.
 
Tu sei risorto, Cristo Signore,
e ci attendi oltre le fatiche
della vita e della storia,
quando sorgerai come sole
nell’aurora dell’ottavo giorno
senza tramonto.

Contempliamo l’Icona dell’ "Anastasis” (risurrezione)

Perché anche Cristo è morto
una volta per sempre
per i peccati, giusto per gli ingiusti,
per ricondurvi a Dio;
messo a morte nel corpo,
ma reso vivo nello spirito.
E nello spirito andò a portare l’annuncio
anche alle anime prigioniere,…

1 Pt 3,18

Sceso e risalito dagli inferi

L’icona da contemplare è quella dell’anastasis, cioè quella della risurrezione di Cristo dai morti. Nella liturgia orientale essa altro non è che la rappresentazione della discesa di Cristo agli inferi. È un’icona cristo-centrica: Gesù è al centro della scena e la domina. La sua figura è maestosa. L’atteggiamento del suo corpo esprime una forza vitale che riesce a strappare dai loro sepolcri Adamo ed Eva. Il suo vestito, completamente tratteggiato con raggi di oro puro, pone in evidenza la differenza sostanziale fra la natura di Cristo e quella degli altri personaggi: egli è il Figlio di Dio, nel quale è racchiusa tutta la pienezza della divinità.

Cristo, con il suo arrivo negli inferi, ne ha divelto le porte, le calpesta e provoca la fuoriuscita dei chiavistelli, delle serrature, delle viti, dei cavicchi, che invadono la grotta degli inferi, dipinta di colore nero simbolo del peccato e della morte. La sua mano destra afferra quella di Adamo, il volto del quale esprime una grande preghiera di ringraziamento rivolta al suo Liberatore. Lo stesso canto di ringraziamento fa Eva, che Gesù afferra con la sua mano sinistra.

Partecipi della sua vittoria sulla morte

La figura di Cristo è al centro di cerchi concentrici di colore azzurro-verde trapuntati da stelle d’oro. Essi indicano l’universo trasfigurato e redento dal Salvatore.

Al centro, in alto, due angeli sostengono la croce, dove la Vittima Pasquale ha dato la sua vita per la salvezza di tutti i personaggi rappresentati nella scena e di tutta l’umanità.

Essi sono, a sinistra dell’icona, il re Davide e il re Salomone. A destra si riconoscono san Giovanni Battista, Noè con l’arca, Mosè con il libro della Legge. Sullo sfondo, a destra e a sinistra, altri giusti dell’Antico Testamento.

Le montagne, simbolo dell’ascesi, completano la scena; esse sono costruite con la prospettiva inversa, così cara al linguaggio iconografico.
Nella prospettiva lineare il punto di fuga sta al centro della scena e tutte le linee convergono verso quel punto. Nella prospettiva inversa, invece, il punto di fuga sta nell’occhio di colui che guarda; pertanto tutte le linee convergono nell’occhio dello spettatore e la rappresentazione iconografica va verso di lui. L’adozione della prospettiva inversa serve per far comprendere che dall’icona promana un messaggio che investe la vita di colui che la contempla.

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LO SPLENDORE DELLA FEDE

Prima parte
Verso la PASQUA, pregando il CREDO con le ICONE
0. Introduzione
1. Credo… nella bellezza della mia fede
2. Credo… in Dio Padre Onnipotente
3. Credo… nel Creatore del cielo e della terra
4. Credo in …Gesù Cristo suo unico Figlio
5. Credo… che nacque da Maria Vergine
6. Credo… che fu crocifisso, morì e fu sepolto
7. Credo… che discese agli inferi e il terzo giorno risuscitò

27
Mar
13

Sulla croce Gesù «mi ha amato e ha consegnato se stesso per me» (Gal 2,20)

Papa Francesco, udienza 27 marzo 2013

Che cosa può voler dire vivere la Settimana Santa per noi? Che cosa significa seguire Gesù nel suo cammino sul Calvario verso la Croce e la Risurrezione?

Fratelli e sorelle, buongiorno!

papa_francesco2--400x300Sono lieto di accogliervi in questa mia prima Udienza generale. Con grande riconoscenza e venerazione raccolgo il “testimone” dalle mani del mio amato predecessore Benedetto XVI. Dopo la Pasqua riprenderemo le catechesi dell’Anno della fede. Oggi vorrei soffermarmi un po’ sulla Settimana Santa. Con la Domenica delle Palme abbiamo iniziato questa Settimana – centro di tutto l’Anno Liturgico – in cui accompagniamo Gesù nella sua Passione, Morte e Risurrezione.

Ma che cosa può voler dire vivere la Settimana Santa per noi? Che cosa significa seguire Gesù nel suo cammino sul Calvario verso la Croce e la Risurrezione? Nella sua missione terrena, Gesù ha percorso le strade della Terra Santa; ha chiamato dodici persone semplici perché rimanessero con Lui, condividessero il suo cammino e continuassero la sua missione; le ha scelte tra il popolo pieno di fede nelle promesse di Dio. Ha parlato a tutti, senza distinzione, ai grandi e agli umili, al giovane ricco e alla povera vedova, ai potenti e ai deboli; ha portato la misericordia e il perdono di Dio; ha guarito, consolato, compreso; ha dato speranza; ha portato a tutti la presenza di Dio che si interessa di ogni uomo e ogni donna, come fa un buon padre e una buona madre verso ciascuno dei suoi figli. Dio non ha aspettato che andassimo da Lui, ma è Lui che si è mosso verso di noi, senza calcoli, senza misure. Dio è così: Lui fa sempre il primo passo, Lui si muove verso di noi. Gesù ha vissuto le realtà quotidiane della gente più comune: si è commosso davanti alla folla che sembrava un gregge senza pastore; ha pianto davanti alla sofferenza di Marta e Maria per la morte del fratello Lazzaro; ha chiamato un pubblicano come suo discepolo; ha subito anche il tradimento di un amico. In Lui Dio ci ha dato la certezza che è con noi, in mezzo a noi. «Le volpi – ha detto Lui, Gesù – le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo» (Mt 8,20). Gesù non ha casa perché la sua casa è la gente, siamo noi, la sua missione è aprire a tutti le porte di Dio, essere la presenza di amore di Dio.

ip_pasqua_risurrezione_carlo-tarantiniNella Settimana Santa noi viviamo il vertice di questo cammino, di questo disegno di amore che percorre tutta la storia dei rapporti tra Dio e l’umanità. Gesù entra in Gerusalemme per compiere l’ultimo passo, in cui riassume tutta la sua esistenza: si dona totalmente, non tiene nulla per sé, neppure la vita. Nell’Ultima Cena, con i suoi amici, condivide il pane e distribuisce il calice “per noi”. Il Figlio di Dio si offre a noi, consegna nelle nostre mani il suo Corpo e il suo Sangue per essere sempre con noi, per abitare in mezzo a noi. E nell’Orto degli Ulivi, come nel processo davanti a Pilato, non oppone resistenza, si dona; è il Servo sofferente preannunciato da Isaia che spoglia se stesso fino alla morte (cfr Is 53,12).

Gesù non vive questo amore che conduce al sacrificio in modo passivo o come un destino fatale; certo non nasconde il suo profondo turbamento umano di fronte alla morte violenta, ma si affida con piena fiducia al Padre. Gesù si è consegnato volontariamente alla morte per corrispondere all’amore di Dio Padre, in perfetta unione con la sua volontà, per dimostrare il suo amore per noi. Sulla croce Gesù «mi ha amato e ha consegnato se stesso per me» (Gal 2,20). Ciascuno di noi può dire: Mi ha amato e ha consegnato se stesso per me. Ciascuno può dire questo “per me”.

Che cosa significa tutto questo per noi? Significa che questa è anche la mia, la tua, la nostra strada. Vivere la Settimana Santa seguendo Gesù non solo con la commozione del cuore; vivere la Settimana Santa seguendo Gesù vuol dire imparare ad uscire da noi stessi – come dicevo domenica scorsa – per andare incontro agli altri, per andare verso le periferie dell’esistenza, muoverci noi per primi verso i nostri fratelli e le nostre sorelle, soprattutto quelli più lontani, quelli che sono dimenticati, quelli che hanno più bisogno di comprensione, di consolazione, di aiuto. C’è tanto bisogno di portare la presenza viva di Gesù misericordioso e ricco di amore!

Vivere la Settimana Santa è entrare sempre più nella logica di Dio, nella logica della Croce, che non è prima di tutto quella del dolore e della morte, ma quella dell’amore e del dono di sé che porta vita. E’ entrare nella logica del Vangelo. Seguire, accompagnare Cristo, rimanere con Lui esige un “uscire”, uscire. Uscire da se stessi, da un modo di vivere la fede stanco e abitudinario, dalla tentazione di chiudersi nei propri schemi che finiscono per chiudere l’orizzonte dell’azione creativa di Dio. Dio è uscito da se stesso per venire in mezzo a noi, ha posto la sua tenda tra noi per portarci la sua misericordia che salva e dona speranza. Anche noi, se vogliamo seguirlo e rimanere con Lui, non dobbiamo accontentarci di restare nel recinto delle novantanove pecore, dobbiamo “uscire”, cercare con Lui la pecorella smarrita, quella più lontana. Ricordate bene: uscire da noi, come Gesù, come Dio è uscito da se stesso in Gesù e Gesù è uscito da se stesso per tutti noi.

cristo_rialza_il_peccatoreQualcuno potrebbe dirmi: “Ma, padre, non ho tempo”, “ho tante cose da fare”, “è difficile”, “che cosa posso fare io con le mie poche forze, anche con il mio peccato, con tante cose? Spesso ci accontentiamo di qualche preghiera, di una Messa domenicale distratta e non costante, di qualche gesto di carità, ma non abbiamo questo coraggio di “uscire” per portare Cristo. Siamo un po’ come san Pietro. Non appena Gesù parla di passione, morte e risurrezione, di dono di sé, di amore verso tutti, l’Apostolo lo prende in disparte e lo rimprovera. Quello che dice Gesù sconvolge i suoi piani, appare inaccettabile, mette in difficoltà le sicurezze che si era costruito, la sua idea di Messia. E Gesù guarda i discepoli e rivolge a Pietro forse una delle parole più dure dei Vangeli: «Va’ dietro a me, Satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini» (Mc 8,33). Dio pensa sempre con misericordia: non dimenticate questo. Dio pensa sempre con misericordia: è il Padre misericordioso! Dio pensa come il padre che attende il ritorno del figlio e gli va incontro, lo vede venire quando è ancora lontano… Questo che significa? Che tutti i giorni andava a vedere se il figlio tornava a casa: questo è il nostro Padre misericordioso. E’ il segno che lo aspettava di cuore nella terrazza della sua casa. Dio pensa come il samaritano che non passa vicino al malcapitato commiserandolo o guardando dall’altra parte, ma soccorrendolo senza chiedere nulla in cambio; senza chiedere se era ebreo, se era pagano, se era samaritano, se era ricco, se era povero: non domanda niente. Non domanda queste cose, non chiede nulla. Va in suo aiuto: così è Dio. Dio pensa come il pastore che dona la sua vita per difendere e salvare le pecore.

La Settimana Santa è un tempo di grazia che il Signore ci dona per aprire le porte del nostro cuore, della nostra vita, delle nostre parrocchie – che pena tante parrocchie chiuse! – dei movimenti, delle associazioni, ed “uscire” incontro agli altri, farci noi vicini per portare la luce e la gioia della nostra fede. Uscire sempre! E questo con amore e con la tenerezza di Dio, nel rispetto e nella pazienza, sapendo che noi mettiamo le nostre mani, i nostri piedi, il nostro cuore, ma poi è Dio che li guida e rende feconda ogni nostra azione.

Auguro a tutti di vivere bene questi giorni seguendo il Signore con coraggio, portando in noi stessi un raggio del suo amore a quanti incontriamo.

Papa Francesco, udienza generale, Piazza San Pietro, Mercoledì, 27 marzo 2013

25
Mar
13

MARIA DI BETANIA e quella libbra di unguento di nardo puro

Con un gesto sconveniente ho rovinato la loro festa. Tu ora andrai alla tua, là dove io non ho il coraggio di seguirti. Addio, Maestro, quando mi sarò rialzata dai tuoi piedi, sarà l’ultima volta che avrai visto in volto Maria di Betania. Così ha inizio la Passione.

Maria_di_BetaniaSapevo che saresti tornato.
Infatti manca solo una settimana alla Pasqua.
Non avrei mai voluto rivederti.
Questo, del resto, è il segno che aspettavo, nessun altro.
Il segno che non hai rinunciato e che la tua lotta per strappare alla morte il nostro povero Lazzaro era soltanto l’inizio di quella estrema battaglia che non puoi più rimandare: tu stesso non vuoi essere salvato da quest’ora perché proprio per quest’ora sei venuto.
Non sopporto di vederti seduto a questo banchetto nella casa di Simone che tu hai mondato dalla lebbra e ora è là anche lui, insieme con Lazzaro, che mangia e sorride e ha già dimenticato e poi dimenticherà ancora e ancora, finché, quando parleranno di Simone il lebbroso e di Lazzaro il risuscitato, si stupiranno se qualcuno dirà: «Ma è di te, è proprio di te che parlano», come se il fatto fosse avvenuto a un’altra persona, in un’altra vita.
maria_ marta_gesu

E Marta, cosa fa, Marta, con quelle sue mani sempre colme di piatti e di cibo; come si affanna la nostra povera Marta tutta presa dalla gioia del tuo ritorno, non sa Marta, non capisce che tu sei tornato per morire?
Eppure so che tu vorresti che anche questo tuo addio fosse accolto con gioia, così come nessuno piange la morte del piccolo grano di frumento nel buio della terra, poiché soltanto se muore recherà frutto.

Ma io non voglio essere il frutto della tua morte. Tutto qui.
La piccola Maria di Betania si rifiuta.
Non sono capace di seguirti così lontano.
La piccola Maria, che sembrava così portata alla meditazione, alla vira dello spirito, è rimasta inchiodata quasi in vista della vetta, sulla parete liscia della roccia, e non sa più andare né avanti né indietro.
Questa sarà da ora in poi la mia croce, non riuscire a compiere l’ultimo sforzo per raggiungerti, e restare qui, crocefissa, ad attendere il tuo perdono.
Ma stasera, mentre tutti costoro ti onorano al banchetto così come si rende onore a un ospite caro e potente, io ti onorerò a mio modo, con questa libbra di unguento di nardo puro, così come si onora chi ci è immensamente caro nel giorno della sua sepoltura.

maria_betania_unge_piedi_gesuVedi ?
Tutti si meravigliano e gridano allo scandalo mentre io ungo i tuoi piedi con questo unguento e li asciugo con i miei capelli e tutta la casa si riempie di un profumo che non è quello del cibo ma della morte.
Con un gesto sconveniente ho rovinato la loro festa.
Tu ora andrai alla tua, là dove io non ho il coraggio di seguirti.
Addio, Maestro, quando mi sarò rialzata dai tuoi piedi, sarà l’ultima volta che avrai visto in volto Maria di Betania.
Così ha inizio la Passione.

Ferruccio Parazzoli, Gesù e le donne, Paoline

23
Mar
13

Dove le braccia della Tua croce si toccano, Cristo

croce_colosseoNoi crediamo
che con questo tuo dramma, Cristo,
non si è svolta soltanto
una scena di dolore e di disonore,
ma che si è compiuto qualcosa
di più profondo.

Sembra che proprio là
dove le braccia della tua croce si toccano,
ci siano le grandi ascisse,
le grandi parallele,
le grandi linee costituzionali
dei destini umani.

C’è una legge di giustizia
che dalle profondità di Dio
si precipita su te, Cristo vittima,
c’è una condanna che dagli abissi
del male
ti obbliga a morire.

Le due leggi si incrociano
e invece che annullarsi
l’una con l’altra,
cospirano a precipitarsi sopra di te,
Cristo,
e a fare di te un agnello immolato
per i peccati del mondo.

E tu, Cristo crocifisso,
hai le braccia aperte
perché non soltanto la giustizia
e il peccato
si incontrano sulla croce,
ma l’amore.

«Per noi e per la nostra salvezza
scese su questa terra»:
è l’apertura del cielo
che folgora in amore il mondo,
lo ama e arriva lì.

Paolo VI, La via della croce, Omelia, Venerdì santo 1960.

21
Mar
13

Lo sguardo di Gesù anche su di noi (Lc 22,14-23.56)

Domenica delle Palme – Tempo di Quaresima – Anno C

La Domenica delle Palme dell’Anno C ci narra la Passione di Gesù secondo San Luca, l’evangelista della misericordia. Come Pietro ci lasciamo raggiungere dallo sguardo di Cristo, per aprirci al suo perdono.

Letture:

Is 50,4-7; Sal 21; Fil 2,6-11; Lc 22,14-23.56

La domenica delle Palme di quest’anno – annunciandolo, come sempre, con la profezia di Isaia: “Ho presentato il mio dorso ai flagellatori, le mie guance a coloro che mi strappavano la barba; non ho sottratto la faccia agli insulti e agli sputi”, e con la “catechesi” di Paolo: “Cristo Gesù, pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini” – ci annuncia la passione secondo Luca.

Questo evangelista, chiamato a buon diritto “il narratore della misericordia di Dio”, per le sue straordinarie parabole che ci fanno entrare nel cuore di Dio, non si smentisce nel raccontare la passione del Maestro. Nel suo racconto, la vicenda umana di Gesù non si conclude con il drammatico interrogativo: “Dio mio, perché mi hai abbandonato”, ma con la potente affermazione della sua fiducia nella misericordia del Padre: “Padre nelle tue mani consegno il mio spirito”.

Per i misteriosi e imprevedibili disegni della Provvidenza, quest’anno il vangelo della misericordia lo ascoltiamo con papa Francesco, che sull’invito alla misericordia e alla tenerezza sta costruendo il suo pontificato. Questo annuncio diventa così il Signore che ci parla non in astratto, non per chiederci affermazioni di fede teoriche, non per informarci su fatti che conosciamo da sempre, ma come invito a “leggere” i segni dei tempi.

Accogliamolo, perciò, per lasciarci conquistare dalla misericordia di Dio manifestata in Gesù, e per diventare capaci di donare misericordia, della quale, come dice papa Francesco, c’è immenso bisogno: “Sentire la Misericordia cambia tutto, è il meglio che noi possiamo sentire. Un po’ di Misericordia rende il mondo meno freddo e più giusto".

Accogliamolo, facendogli spazio dentro di noi, affinché riempia i nostri vuoti di coraggio, le nostre debolezze, le nostre incoerenze, e ci dia uno slancio nuovo, capace di rinverdire il nostro essere discepoli. Affinché entri con forza rigeneratrice dentro di noi, mettiamoci al posto dei personaggi che incontrano Gesù nel momento finale della sua misericordia per noi.

Le donne di Gerusalemme.

Si battono il petto e fanno lamenti su di lui. Gesù le esorta a non accontentarsi del lamento. E’ l’invito che rivolge anche a noi, che non facciamo fatica a seguirlo nei discorsi contro i farisei, contro la discriminazione nei confronti dei più deboli e poveri…, ma non siamo altrettanto decisi a combattere come lui questi mali, con testimonianze concrete di misericordia.

Pietro.

Pietro il fervoroso. Il generoso. A parole, però. Molto meno nei fatti. Proprio come noi. Quante “paure della serva” nella nostra fede vissuta!…

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20
Mar
13

6. CREDO… che fu crocifisso, morì e fu sepolto

Verso la PASQUA pregando il CREDO con le ICONE

Siamo nel cuore del mistero pasquale: la nostra fede ci immerge nel mistero del Signore, che soffrì la sua passione sotto Ponzio Pilato e donò la sua vita per noi, sulla Croce.

6. Credo… che fu crocifisso, morì e fu sepolto - LO SPLENDORE DELLA FEDE

Nel cuore di un mistero di amore e di dolore

Con questo articolo del Credo entriamo nel cuore del mistero dell’amore di Dio per l’uomo e nel culmine del dono che Cristo fa di sé al Padre e ai suoi. Quattro verbi scandiscono, in estrema sintesi, la sequenza dell’annientamento vissuto dal Verbo incarnato, consegnato alle mani dei suoi persecutori: patì, fu crocifisso, morì e fu sepolto. E’ come una scala che discende in un abisso di dolore e di svuotamento sempre più profondo, ma dove ogni gradino manifesta in modo sempre più splendido l’offerta che Gesù aveva già anticipato nell’Ultima cena: Prendete, questo è il mio corpo, bevete questo è il mio sangue, versato per voi e per tutti, per il perdono dei peccati.

Fede nella misericordia onnipotente

E’ difficile proclamare di affidarsi a qualcuno che è stato condannato e ucciso; ancor più difficile professare la fede in un Dio così generoso da farsi vulnerabile e mortale, un Dio che non disdegna di velare la sua onnipotenza in un corpo appeso ad una croce, pur di rivelare il suo volto di misericordia infinita. Eppure questo è il messaggio centrale che si è trasmesso di generazione in generazione nella Chiesa. Come San Paolo essa non teme di affermare che l’apparente debolezza della Croce è in realtà la più bella manifestazione della potenza e della sapienza divina, il più grande vanto e la più sicura speranza per ciascuno di noi.

Glorifichiamo il nostro salvatore con un antico inno della liturgia bizantina:

Inno

Con l’albero della croce,
tu hai guarito l’amarezza dell’albero
e hai aperto il Paradiso agli uomini.
Signore, gloria a te!
Noi non siamo più impediti
di andare all’albero della vita:
abbiamo la speranza della tua croce.
Signore, gloria a te!

O Immortale, inchiodato sul legno,
tu hai trionfato degli inganni del diavolo.
Signore, gloria a te!
Tu, che per me hai sopportato
di essere messo in croce,
accogli la mia vigilante celebrazione di lode,
o Cristo Dio, Amico degli uomini.
Più brillante del fuoco,
più luminoso della fiamma,
tu hai mostrato il legno
della tua croce, o Cristo.
Brucia i peccati dei malati
e illumina i cuori
di quanti celebrano con inni
la tua volontaria crocifissione.

Cristo Dio, gloria a te!
Cristo Dio,
che per noi hai accettato
la dolorosa crocifissione,
accogli quanti inneggiano
alla tua passione e salvaci.


Contempliamo l’Icona della crocifissione del Signore

Dopo questo, Gesù,
sapendo che ogni cosa
era stata or­mai compiuta,
disse per adempiere la Scrittura:
«Ho sete».
Vi era lì un vaso pieno d’aceto;
posero perciò una spugna imbe­vuta
di aceto in cima a una canna
e gliela accostarono alla bocca.
E dopo aver ricevuto l’aceto,
Gesù disse:
«Tutto è com­piuto!».
E, chinato il capo, spirò.
(Gv 19,28-30)

 

La sete di Cristo

Dalla rappresentazione traspare un grande silenzio e una regale maestà. La composizione non vuole tanto espri­mere gli spasmi del dolore o altri caratteri realistici del corpo di Gesù, ma tutto è trasfigurato per rappresentare il significa­to teologico del divino sacrificio. Sulla testata della croce, al posto dello storico I.N.R.I., ho voluto scrivere la frase che Gesù ha detto sulla croce: «Ho sete!».

Egli, come disse alla Samaritana: «Dammi da bere», allo stesso modo dice a me. Ha sete della mia attenzione e del mio amore nei suoi confronti: «Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua mente, con tutta la tua forza» (Le 10,27). Egli sta lì davanti a me come l’unico che ha saputo mettere in pratica lo Shemà. Infatti la corona di spi­ne ha circonciso la sua mente, i chiodi la sua forza, la lancia il suo cuore!

Un battesimo di sangue

Al lato destro dell’Uomo della croce c’è un angelo che raccoglie in una coppa d’oro il sangue e l’acqua, simboli del­l’eucaristia e del battesimo. E insieme al sangue, c’è il pane del suo corpo che come il chicco di grano, una volta morto, porterà molto frutto.
Alla sua sinistra, invece, un altro ange­lo si copre il volto con il suo manto così come recita il profe­ta Isaia: «Disprezzato e reietto dagli uomini, uomo dei dolo­ri che ben conosce il patire, come uno davanti al quale ci si copre la faccia, era disprezzato e non ne avevamo alcuna sti­ma».

Sempre ai lati del Crocifisso, ci sono la sua madre, addo­lorata, che piange lacrime come nettare di misericordia, e Gio­vanni, colui il quale aveva avuto l’onore di sentire i battiti del suo cuore e non era riuscito più ad allontanarsi. Ai piedi della croce una grotta oscura simbolo dell’Ade. Al centro della cavità, un teschio, quello di Adamo, nel quale cade il sangue che scende dal corpo dell’Uomo dei dolori. È il battesimo di sangue che permetterà al nostro progenitore di uscire dagli inferi per avere la vita….

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LO SPLENDORE DELLA FEDE

Prima parte
Verso la PASQUA, pregando il CREDO con le ICONE
0. Introduzione
1. Credo… nella bellezza della mia fede
2. Cre
do… in Dio Padre Onnipotente
3.
Credo… nel Creatore del cielo e della terra
4.
Credo in …Gesù Cristo suo unico Figlio
5.
Credo… che nacque da Maria Vergine
6. Credo… che fu crocifisso, morì e fu sepolto
7. Credo… che discese agli inferi e il terzo giorno risuscitò

07
Apr
12

Venerdì Santo: nell’orto degli Ulivi, ad Agrigento e… in noi

Riflessione dell’Arcivescovo agli Agrigentini al termine della processione del Venerdì Santo

Cristo nell'orto degli ulivi - Paul GauguinSignore, non ti nascondo che ho qualche difficoltà a rivolgerti la parola. Siamo in un periodo particolare della vita della città, tra qualche settimana, infatti, si andrà a votare. Stasera, se dovessi parlare con te delle cose della mia città, rischio di essere frain­teso ed accusato di schieramento e di essere uomo di parte. So che c’è chi è attento e curioso di ascoltare quanto dirò per poter tirare le sue conclusioni a riguardo. Ma – e tu lo sai – il mio interesse di Vescovo non è di collocarmi da una parte o dall’altra, semmai, se da una parte devo stare, – e di questo sono convinto – so di dover stare dalla parte della gente. Laddove si cerca il vero bene di tutti io sto sempre da quella parte, qualunque sia lo schieramento che decide. Tradirei Il mio ministero di Vescovo se non aiutassi tutti a volere il bene di questa città. Per evitare equivoci, perciò, e perché possa restare Tu il protagonista e non io, per la buona pace di chi ha interessi particolari, ti chiedo di illuminare tutti noi cittadini perché compiamo il nostro dovere di elettori con obiettività e responsabilità. E di illuminare quanti saranno chiamati ad amministrare questa città perché, al di là degli schieramenti, cerchino sempre, davvero e ad ogni costo, il bene comune e, poiché di frantumazione e di frammentazione ce n’è tanta, trovino unità di azione in modo che la storia di Agrigento continui ad essere esemplare per il mondo, come lo è stata nell’antichità, e tutti possiamo guardare al futuro di questa città e del territorio tutto con fiduciosa speranza.

Ti abbiamo contemplato, tremante e spaventato, in questo Venerdì Santo nell’orto degli Ulivi, luogo in cui hai vissuto un momento altamente drammatico della tua vita. Il Getsemani segna per Te l’ora decisiva (cf Mc 14,41) in cui il tuo mandato terreno si compie e la lotta si fa intensa. Nella tua croce, Gesù, esplode l’ora della violenza del potere delle tene­bre, senza nessuna esclusione di colpi (cf Rm 3,21-26), tuttavia, è nell’orto che si decide la partita.

Anche per noi questo è tempo di crisi, soprattutto di fede e di valori e non solo economica, finanziaria e ad Agrigento, orfana della sua Cattedrale ancora sigillata come una tomba, perfino strutturale. Sono d’accordo con chi afferma che la crisi in fondo è dovuta al fatto che va aumentando la distanza tra noi uomini e Te. Oggi Tu stai diventando un ricordo sempre più sbiadito, così che si pensa che possiamo fare a meno di Te, tanto è vero che non si tiene più in debito conto la Tua Parola, con il risultato che vanno aumentando la disonestà, la violenza, il sopruso, l’inganno, i compromessi, le minacce. Sono tali atteggiamenti a minare le relazioni umane, a farle scadere, a far venir meno la necessaria solidarietà, a privilegiare l’individualismo e l’interesse personale, a trasformare i rapporti umani, come in una corrida, dove a soccombere sono gli onesti e i deboli. È proprio vero che, quando Ti mettiamo da parte, Signore, noi uomini non riusciamo ad intenderci più tra noi.

d. franco montenegro - vescovoTu sai le statistiche scandalose che denunciano che i 10 italiani più ricchi posseggono insieme quanto i 3 milioni di italiani più poveri. Sì, è vero, hai detto che i poveri li avremo sempre con noi (cf Mt 26,11), ma questo non significa che possiamo giocare a rimpiattino scaricandoli ora agli enti comunali di assistenza, ora alle mense della solidarietà, ora alla Caritas. C’è tante povertà, anche tra noi, ma noi a furia di chiuderci nei nostri egoismi e di guardarci con diffidenza, abbiamo fatto saltare la solidarietà, condizione necessaria per una vita buona. Facci convincere che non possiamo costruire civiltà cacciando o voltando le spalle ai poveri. Costoro sono tra noi e sono nostri, e non sono delegabili ad alcuno, né sono anelli terminali di ipocrite politiche assistenziali. No! Tu, Signore, ci ricordi che insieme, come accade in una famiglia in cui è presente un membro in difficoltà, dobbiamo trovare possibili risposte e tener conto di loro nelle scelte che si fanno. Lo deve fare chi occupa posti istituzionali, lo devono fare le comunità parrocchiali se vogliono testimoniare il Vangelo, lo devono fare i singoli, cristiani o uomini non credenti che siano. Non ci può essere salvezza senza i poveri, come non ci può essere civiltà, come non ci può essere superamento della crisi senza tener conto di loro. Per i credenti, loro sono come un sacramento della presenza di Dio tra gli uomini. Ci aiutano a scoprire che la tua croce, Signore, è sempre piantata là dove ci sono le croci degli uomini.

Lasciati confidare, Signore, che spesso ci sentiamo un po’ come Te nell’orto degli ulivi: soli, abbandonati e tante volte traditi nelle nostre giustificate attese. Dimmi: non condividi anche Tu il legittimo desiderio di molti di desiderare un lavoro che dia dignità, che sia giustamente retribuito, senza frodi e ricatti, e soprattutto che sia qui, senza dover emigrare a Bergamo o a New York? Desiderare di beneficiare di un’assistenza sanitaria che sia capace di prendersi davvero cura del malato? Di avere un credito legale dalle banche senza venire legalmente strozzati? Di essere serviti da una burocrazia agile ed amica, che non intrappoli nelle pastoie e nei cavilli che spesso la rivelano nemica della partecipazione e affossatrice di democrazia … Eppure, Signore, è anche vero che mentre esigiamo dagli altri ciò che è legittimo, spesso anche noi veniamo meno ai doveri di giustizia, di attenzione alle cose di tutti, di puntualità al lavoro, allo studio, parliamo più di diritti che di doveri … Sai, Signore, dicono per esempio che nel territorio agrigentino, si assiste ad un triste fenomeno: che “a fronte di un notevole aumento di reati contro il patrimonio, nello 2011 nessuna persona ha fatto ricorso alla denuncia per collaborare con le forze dell’ordine e la procura della Repubblica”. Probabilmente dobbiamo convincerci che il mondo cambierà, se sarà prima il nostro cuore a cambiare.

La storia che hai vissuto nell’orto degli ulivi dove fosti fatto prigioniero perché uno dei tuoi intimi ti aveva venduto per trenta monete d’argento (Mt 26, 15;27,3), oggi continua qui da noi, e non solo da noi, nella pratica dell’usura che oltre che mettere il cappio alla libertà di molti riducendoli in schiavitù, è una sorta di compra-vendita di fratelli. E che dire dei danneggiamenti derivanti dal racket delle estorsioni … Forse che non sono anche queste cause di paralisi del territorio e della sua decrescita infelice? Però Tu ti meravigli che preferiamo chiudere gli occhi, e tacere e subire, mentre Tu non hai accondisceso agli Erode e ai Pilato di turno e ci hai dimostrato qual è la via della verità. Aiutaci a percorrerla.

C’è crisi, è vero, ma, Signore, come si spiega l’aumento dello spaccio di sostanze stupefacenti, del consumo di alcool, del diffondersi delle diverse forme di gioco, comprese quelle d’azzardo. Non lascia perplessi tanta disponibilità di denaro nelle mani di adolescenti e giovani? Non è che gli adulti sconsideratamente prima li foraggiano e poi li criticano? Se rimproveriamo ai ragazzi di essere privi di valori, non ti pare che è responsabilità di noi adulti?

Nel nostro territorio anche per futili motivi la mano di Caino continua ad armarsi ed alzarsi contro Abele. È da restare sgomenti e increduli davanti al fatto che Calogero Giardina, un giovane di appena 24 anni di Canicattì, è stato ammazzato da un minorenne con un cacciavite per una ragazza contesa. Che Calogero Mustacchia, trentenne saccense è stato ridotto al coma perché bastonato con una mazza da baseball, solo per essersi lamentato del volume troppo alto proveniente da un locale. E che a Menfi, un ventitreenne, solo perché ha osato sorpassare con la sua auto, quasi fosse un affronto, uno scooter con tre giovani a bordo, senza casco e che procedevano zigzagando, è stato preso duramente a pugni riportando varie fratture… Questa inaudita violenza che scuote le coscienze e mortifica l’umanità, mi pare l’indice eloquente di una società che rinuncia alla vita e sceglie la morte. Di una società che ha scelto di impoverirsi, perché ha ormai in scarsa considerazione il valore più consistente: l’uomo e la donna. “Questo popolo – disse proprio ad Agrigento, Giovanni Paolo II – è un popolo che ama la vita, che dà la vita. Non può vivere sempre sotto la pressione di una civiltà contraria, di una civiltà della morte. […] Vi sia concordia in questa vostra terra. Una concordia senza morti, senza assassinati, senza paure, senza minacce, senza vittime” (Omelia del 9 maggio 1993).

Eppure, Signore, proprio dal Getsemani e dalla tua scelta di rendere visibile l’amore laddove c’è ingiuria e dolore, ci insegni che la crisi è anche altro, deve essere altro. La crisi è come la notte, ma “nessuna notte è così lunga da impedire al sole di risorgere”, è come il venerdì santo che vede subito dopo spuntare la Pasqua. Tu ci chiedi che facciamo diventare la crisi tempo di opportunità, occasione favorevole. Per noi che leggiamo la storia, – la nostra storia – come storia di Dio e degli uomini, essa può generare “nuovi stili di vita”, può farci diventare più umani e fraterni, può essere un segno per la conversione al Regno di Dio e alla sua giustizia (cf Mt 6,33), per decidere finalmente insieme per il bene comune. Aprici gli occhi e il cuore, dacci il coraggio di scegliere il bene, facci scrollare di dosso quel terribile e vile senso di indifferenza, che ci fa dire: se vuoi cambiare le cose, lasciale come sono.

Signore, mi fermo, ti chiedo di leggere nel mio cuore e nel cuore di tutti. Ti chiedo, come gli apostoli, di insegnarci a pregare. Sento già la tua risposta, che ci invita a restare connessi con Te e con il tuo Spirito, e ad abbandonarci fiduciosi nelle mani amorevoli del Padre, come hai fatto Tu nell’orto degli ulivi. Per questo, assieme a questa mia gente, la tua e la mia bella famiglia, pensando a questa città e al territorio della Provincia, prego dicendo: Padre nostro …

d. Franco Montenegro, vescovo di Agrigento, dal sito diocesi di agrigento




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