Posts Tagged ‘testimoni

22
Mag
13

04. Il coraggio vince la paura, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino

Una vita come la tua

A 20 anni dalla strage di Capaci e di via D’Amelio (1992 – 2012), dove morirono i giudici Falcone e Borsellino con le rispettive scorte, alcuni loro pensieri per non dimenticare il sacrificio della loro vita nella lotta alla mafia.

Paolo Borsellino (Palermo, 19 gennaio 1940 – Palermo, 19 luglio 1992) magistrato italiano, è stato assassinato dalla mafia, insieme ad altri 5 agenti di scorta, 57 giorni dopo la strage di Capaci dove morì l’amico e collega Giovanni Falcone. Nonostante sapesse di essere la prossima vittima di Cosa Nostra, non si fermò, andò avanti e non smise mai di credere nello Stato e nella giustizia.

Giovanni Falcone (Palermo, 18 maggio 1939 – Palermo, 23 maggio 1992)
è stato un magistrato italiano. Assassinato dalla mafia, insieme alla moglie e ad alcuni uomini della scorta, è considerato un eroe italiano, come Paolo Borsellino, di cui fu amico e collega.

Giovanni Falcone e Paolo Borsellino sono due giudici siciliani che hanno dedicato la loro vita alla lotta contro la mafia. Di loro si racconta infatti che quando erano ancora adolescenti giocavano a pallone nei quartieri popolari di Palermo e che fra i loro compagni di gioco c’erano probabilmente anche alcuni ragazzi che in futuro dovevano diventare uomini di "Cosa Nostra".

 

p_04_borsellino_falcone_vita_come_tua_paoline_2012

Falcone
L’importante non è stabilire se uno ha paura o meno,
È saper convivere con la propria paura e non farsi condizionare dalla stessa.
Ecco il coraggio è questo, altrimenti non è più coraggio, è incoscienza!

Borsellino
È normale che esiste la paura, in ogni uomo.
L’importante è che sia accompagnata dal coraggio.
Non bisogna lasciarsi sopraffare dalla paura,
altrimenti diventa un ostacolo
che impedisce di andare avanti.

Falcone
Si muore generalmente perché si è soli
o perché si è entrati in un gioco troppo grande.
Si muore spesso perché non si dispone di alleanza,
perché si è privi di sostengo.

Borsellino
La lotta alla mafia, il primo problema da risolvere
nella nostra terra bellissima e disgraziata,
non doveva essere soltanto una distaccata opera di repressione,
ma un movimento culturale e morale che coinvolgesse tutti
e specialmente le giovani generazioni,
le più adatte a sentire subito la bellezza del fresco profumo di libertà
che fa rifiutare il puzzo del compresso morale, dell’indifferenza,
della contiguità e quindi della complicità.

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09
Mag
13

Nel Tempio per la strada (Lc 24, 46-53)

Ascensione del Signore – Tempo di Pasqua – Anno C

La solennità dell’Ascensione ci invita a recuperare il dinamismo della Chiesa delle origini: stare sempre nel Tempio e andare per le strade.

Letture: Atti 1, 1-11; Sal 46; Eb 9,24-28; 10,19-23; Lc 24, 46-53

Una nube (segno della presenza di Dio) sottrae agli occhi dei discepoli Gesù, che ha appena promesso loro la forza dello Spirito Santo per essere suoi “testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samarìa e fino ai confini della terra”. Rimasti in adorazione, vengono stimolati da due uomini in bianche vesti a smettere di guardare in cielo. Allora tornano “Gerusalemme con grande gioia; e stavano sempre nel tempio lodando Dio”.

La grande gioia con cui i discepoli tornano a Gerusalemme indica che avevano capito, per lo meno intuito che il distacco di Gesù non era un abbandono, ma la condizione per rimanere accanto a loro. Infatti, se non fosse salito il cielo, Gesù non avrebbe potuto accompagnarli sulle strade del mondo per predicare a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, perché, impigliato nel tempo e nello spazio, sarebbe stato soltanto un bel ricordo. Adesso, invece, Gesù potrà essere vicino ai suoi “tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28,20).

Tornati a Gerusalemme, i discepoli “stavano sempre nel tempio lodando Dio” per attendere di essere “battezzati in Spirito Santo” e di essere rivestiti “di potenza dall’alto”, come accadrà nel giorno di Pentecoste. Subito dopo, essi sciamarono sulle strade del mondo per essere testimoni “a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samarìa e fino ai confini della terra”, per preparare il suo ritorno.

Noi cristiani di oggi dobbiamo urgentemente rientrare in questo dinamismo: stare sempre nel tempio, e andare per le strade.
Stare nel tempio,
per essere rivestiti di potenza dall’alto, per rifornirci del dono dello Spirito senza il quale non possiamo mantenere, “senza vacillare la professione della nostra speranza”. Sarebbe bello rimanere sempre nel tempio, con gli occhi fissi verso il cielo in adorazione di Gesù che si stacca dalla terra, lontani dalle contraddizioni, dalle pesantezze e anche dalle brutture della nostra vita quotidiana. Sarebbe bello, ma sbagliato, come purtroppo dimostra la situazione del nostro essere cristiani oggi, caratterizzata dalla consapevolezza molto debole e quasi inesistente di dovere andare per predicare a tutti i popoli le conversione e il perdono dei peccati.

Sempre pronti a uscire per le strade del mondo, per rimediare a questa situazione, che ormai da decenni papi, vescovi, documenti a non finire ci esortano a superare, tornando all’evangelizzazione, alla missionarietà, cioè a portare la Parola a incontrare “i popoli”sulle strade degli uomini.

In questi giorni papa Francesco sta rinnovando alla sua maniera l’invito, esortando auscire nelle periferie dove c’è sofferenza, sangue versato, c’è cecità che desidera vedere, ci sono prigionieri di tanti cattivi padroni”.  Però anche questo invito rischia di essere assorbito da una mentalità ormai secolare, secondo la quale sono i vescovi, aiutati dai preti e dai religiosi, a dover uscire e andare a predicare. Non i cristiani laici. Per questi non c’è altro impegno che andare nel tempio nei giorni dovuti per pregare e ascoltare, al fine di mantenere la fede.  
La fiammata di Spirito Santo del Concilio che aveva fatto riscoprire alla Chiesa il suo essere popolo di Dio, dove tutti sono impegnati a evangelizzare, è andata via via esaurendosi. E’ necessario riaccenderla, altrimenti la parola di Dio continuerà a rimanere chiusa dentro il tempio, diventando ripetitiva e abitudinaria, e non a circolare nelle “periferie” dove è necessaria per rispondere alle domande della vita.

L’evangelista Luca precisa che prima di salire al cielo, Gesù non parla soltanto agli apostoli ma anche “ai discepoli”, a tutti coloro che decidono di seguirlo. Quindi a ognuno di noi.
La conversione è urgente, perché è sempre più evidente la mancanza di discepoli che vivono la fede “lieti e fieri di credere”…

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12
Mar
13

Vittime delle mafie

Una via crucis per la giustizia e la fede

Nella Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime delle mafie vengono ricordate le centinaia di persone uccise dalla criminalità organizzata per il loro impegno a servizio della giustizia, della libertà, della fede. Tra loro si trovano magistrati e giornalisti, poliziotti e imprenditori, sacerdoti e gente comune.

 


Testimoni di una Via crucis…

La "Giornata della Memoria e dell’Impegno in ricordo delle vittime delle mafie", promossa dall’associazione Libera e Avviso Pubblico è un’occasione importante per mantenere viva nell’opinione pubblica l’attenzione verso le figure che hanno dato la vita per combattere la criminalità organizzata. La Giornata, infatti, ricorda quasi mille nomi di semplici cittadini, magistrati, giornalisti, appartenenti alle forze dell’ordine, sacerdoti, imprenditori, sindacalisti, esponenti politici e amministratori locali morti per mano delle mafie solo perché hanno compiuto il loro dovere.

percorsa per amore di libertà, di legalità…

La Giornata si celebra generalmente a marzo, mese in cui la cristianità vive il Tempo di Quaresima e ripercorre la Via della croce. Una via dove la morte, il dolore, il martirio non sono un epilogo di sconfitta ma la strada che porta alla Luce, alla Resurrezione. Una quasi concomitanza che può servire a far diventare quei nomi di vittime della mafia, con la loro sofferenza e morte, ma anche con la loro resistenza di fronte al male, simbolo della Via crucis patita da Cristo per amore dell’uomo.

E’ questo il senso dell’originale Via crucis proposta da padre Tonino Palmese, Vicario episcopale dell’Arcidiocesi di Napoli per la Pastorale Sociale e referente campano di Libera. In Patì sotto il peso delle mafie (Paoline 2013), padre Tonino propone una riflessione intensa che si avvicina alla poesia per diventare preghiera e voglia di cambiamento. Ogni stazione della Via crucis viene scandita dal brano evangelico a cui segue uno spazio meditativo sottolineato da nomi di persone che hanno capito come porgere l’altra guancia non è né debolezza né vigliaccheria, ma rifiuto della spirale della vendetta e delle logiche disumane annidate in ogni proposta criminale.

Scrive don Ciotti nella prefazione al libro: “La riflessione di don Tonino Palmese (…) ci ripropone la via della croce come cammino per ritrovare il sapore della legalità e della giustizia. Un pregare autentico di cui abbiamo tutti bisogno. Per fermare la debolezza della violenza e per riscoprire la bellezza del perdono come dono che restituisce alle relazioni umane libertà e giustizia”

… di fede

Può sembrare arduo accostare i temi della fede con la questione “mafia”. Ma così non è. Perché opporsi alla logica perversa e violenta delle mafie è senza dubbio un segno di fede. Tant’è che di questa opposizione si fanno e si sono fatti carico, nella propria azione pastorale, molti sacerdoti, alcuni fino al martirio. Come Don Pino Puglisi, la cui morte per mano della mafia è stata riconosciuta “in odium fidei"…

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Vedi anche

>>> 20. Fede e diritto, di Rosario Livatino

>>> 04. Il coraggio vince la paura, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino

13
Feb
13

18. L’armonia delle nostre anime, di Jacques e Raïssa Maritain

Una vita come la tua

Ciò che è avvenuto dentro di noi è ineffabile e divino. La sincerità assoluta, l’armonia profonda delle nostre anime ci hanno riempito di una felicità senza fine. (Di Jacques e Raïssa Maritain).

L'armonia delle nostre anime

Raïssa ed io abbiamo sentito chiaramente, …
rientrati in camera, appoggiati alla finestra,
accarezzati da un’aria lieve e dai colori sfumati della montagna
e della linea pallida, continua e viva della strada,
noi abbiamo percepito, con animo felice, chiaramente
tutti e due, la nostra verità, in modo definitivo.
 
Lo scrivo qui per fissare nella mia memoria
il quadretto amabile e la situazione esterna;
ma ciò che è avvenuto dentro di noi è ineffabile e divino.
La sincerità assoluta, l’armonia profonda delle nostre anime
ci hanno riempito di una felicità senza fine.
La vita ci è apparsa, la nostra vita, come deve essere
e nel silenzio ci siamo promessi giuramenti irrevocabili.
 
Mi capitava per la prima volta
di incontrare qualcuno che m’ispirava a prima vista
una fiducia assoluta.

 
Raïssa celava bene la sua vita profonda.
A tutti quelli che l’hanno conosciuta è apparsa la grazia della sua accoglienza,
la sua allegria, la sua vivacità, la sua squisita delicatezza…

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06
Feb
13

Vivere da vivi, immersi nell’amore. Testimonianze

Silvana Morelli, Rita Coruzzi

Due donne colpite da handicap fisici, dalla cui testimonianza traspare la forza della fede cristiana.

Silvana Morelli

silvana-morelliSilvana abita a Genova.
A 20 anni, quando stava per sposarsi, fu colpita da sclerosi a placche, che la immobilizzò.
Dopo un periodo buio, aiutata dal coraggio della madre, trova nella fede la forza per diffondere gioia attorno a sé.
Dice: «Importante è vivere la vita da vivi…
Ai lati della bocca abbiamo due elastici che quando sono tesi ci fanno sorridere, ma quando si allentano, le labbra scendono verso il basso e assumiamo un’espressione di tristezza.
Un luogo dove rimettono a posto questi elastici è Lourdes.
Quando sono in preghiera davanti alla grotta con gli occhi chiusi e sprofondata in me stessa, vedo transitare nel mio pensiero coloro che mi hanno affidato le loro pene e speranze.
Sto accanto ai bambini sani e ammalati, ascolto le sofferenze dei genitori e le faccio mie.
Lourdes ricarico le pile e mi ossigeno, porto via, come da Fatima, una riserva di felicità che mi fa vivere con letizia gli altri 365 giorni in carrozzella…
La mia vita è come quei biscotti della pubblicità che immersi nella tazza, fanno traboccare il latte. Io sono talmente immersa nell’amore che l’amore esce fuori, si rovescia».

Rita Coruzzi

rita-coruzziRita nel libro, Un volo di farfalla, ha scritto:
«Se il Signore bussasse alla mia porta e mi offrisse di camminare, ma dovessi in cambio rinunciare a quanto ho imparato stando in carrozzina, rifiuterei lo scambio, sentendomi grata che lui abbia scelto me».
È questo lo spirito che anima Rita, affetta da tetraparesi dall’età di 10 anni, dopo un intervento chirurgico. Il messaggio, che la giovane grida, è la gioia di chi ha ritrovato la fede durante un viaggio a Lourdes.
Rita scrive: «Mi ero sempre sentita scartata nella mia città, dalla gente, da quando sono rimasta in carrozzina in modo permanente.
A Lourdes ho incontrato persone non solo disponibili ad aiutarmi, ma anche felici di farlo…
Alla Vergine ho detto:
Si può sapere cosa vuoi da me?”.
La risposta è arrivata nel mio cuore:
“Testimonia quanto può essere bella la vita, anche in condizioni di sofferenza, se vissuta, con Cristo vicino. Abbassa lo sguardo e lo vedi, abbassa lo sguardo che lo vedi”.
Allora io ho abbassato lo sguardo e ho capito.
Mi sono resa conto che Gesù era sulla carrozzina.
Ed io, per quattro anni, ero stata sulle sue ginocchia e non vedevo lui».

da Dossier Ragazzi&dintorni, Catechisti Parrocchiali 2, 2012

04
Feb
13

Il Vangelo forza di Dio, di Paolo VI

image002Il Vangelo
non va considerato
come un miele disteso sulla vita.
È ben altro.
Ha tutta la dolcezza e la capacità di confortarci:
ma il Vangelo è fuoco,
il Vangelo è ardimento,
è la forza di Dio.
E allora:
se viene a contatto con noi
attraverso le sillabe che ascoltiamo e rileggiamo,
è naturale che questo ci sconvolga
e quasi colpisca
i modi consuetudinari e irriflessi
della nostra abituale mentalità.
Il Vangelo ci dice cose
che sembrano irreali:
beati i poveri.
La prima è che esso
cambia la natura della felicità.
Questa consiste non nei beni effimeri,
ma nel regno di Dio:
nella comunicazione vitale con lui.
Quindi:
«Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia,
e tutte queste cose vi saranno date in sovrappiù» (Mt 6,33).
La seconda novità introdotta da Gesù
è quella che cambia i modi
per raggiungere la felicità.
Niente bramosia di ricchezze,
niente egoismo, odio, cupidigie.
Bisogna invece contraddire
queste tendenze o passioni, istinti, tentazioni.
Si deve andare contro corrente,
incominciando a rendere degno,
paziente e sacro il dolore.
E allora?
Nel rileggere e meditare il discorso delle beatitudini,
si comprenderà appieno c
ome esso sia il codice della vita cristiana;
il principio per dimostrarsi autentici,
veramente fedeli, effettivi seguaci di Cristo.
Paolo VI, 27 febbraio 1966 – Omelia

da Il Credo del popolo di Dio. Paolo VI maestro e testimone, Paoline 2012

31
Gen
13

Si dice che…, ma io vi dico che… (Lc 4,21-30)

4a Domenica – Tempo Ordinario – Anno C

Gesù propone ai suoi discepoli il suo stesso coraggio di essere profeti, di parlare e agire a nome di Dio, anche se questo li fa trovare soli contro tutti

Letture: Ger 1,4-5.17-19; Sal 70; 1Cor 12,31-13,13; Lc 4,21-30

Gesù è solo contro i suoi compaesani. Non ha voluto assecondarli, dimostrando con qualche effetto speciale di essere ben altro che il figlio di Giuseppe. Conseguenza: vogliono gettarlo giù dal precipizio. Ma lui, passando in mezzo a loro, si mette in cammino, continua la sua missione, con dentro la forza della parola rivolta a Geremia e a tutti coloro che accettano di parlare a nome suo: “Prima di formarti nel grembo materno, ti ho conosciuto, prima che tu uscissi alla luce, ti ho consacrato; ti ho stabilito profeta delle nazioni. Tu, dunque, stringi la veste ai fianchi, àlzati e di’ loro tutto ciò che ti ordinerò; non spaventarti di fronte a loro… Io faccio di te come una città fortificata, una colonna di ferro e un muro di bronzo contro tutto il paese, contro i re di Giuda e i suoi capi, contro i suoi sacerdoti e il popolo del paese. Ti faranno guerra, ma non ti vinceranno, perché io sono con te per salvarti”.

Scena stupenda questa di Gesù che si mette in cammino sotto lo sguardo impietrito dei compaesani. Bella da immaginare, ma soprattutto da accogliere come proposta di vita, perché con essa Gesù propone ai suoi discepoli il suo stesso coraggio di essere profeti, di parlare e agire a nome di Dio, anche se questo li fa trovare soli contro tutti.
E’ una proposta da riscoprire, da riprendere, perché per troppo tempo è stata abbandonata come inutile, dal momento che tutti si era più o meno cristiani, e non serviva nessun coraggio per dichiararsi tali.

Oggi non è più così. Coloro che vogliono gettare giù dal ciglio del monte i cristiani, come singoli e come Chiesa, sono tanti e dappertutto: nelle famiglie, nei luoghi di lavoro e di svago, nei media, nella politica, nella cultura… Sotto la pressione imponente dei mass-media, delle mode, dei sondaggi, del “fanno tutti così”, che vorrebbero confinare i cristiani in un cantuccio per sorpassati, per bigotti, per nostalgici incapaci di comprendere il presente, chi vuole essere discepolo di Gesù non suppergiù, ma in maniera aperta e consapevole, deve avere il coraggio di trovarsi da solo. Tanto per fare un esempio: in questa domenica viene celebrata la giornata della vita, che per noi è sacra, dono di Dio da rispettare sempre, dal concepimento alla morte, anche nelle situazioni più deboli. Sappiamo bene quanto questa convinzione venga considerata arretrata, contraria al progresso della scienza, umiliante nei confronti degli altri paesi del mondo dove la “cappa” della Chiesa è stata da tempo smantellata. Stesso discorso per la nostra concezione della famiglia.

Che fare? Se vogliamo essere fedeli alle nostre convinzioni non c’è altra strada che quella del coraggio di Gesù e dei profeti: “mettersi in cammino” tra coloro che vogliono levarsela di torno; non lasciarsi impaurire; non accettare di farsi confinare in spazi che non danno fastidio.

Attenzione che il rischio è grande! Pensiamo alla carità. Nessuno ci ostacola se “facciamo la carità”, se accogliamo gli extracomunitari, se organizziamo le mense per i poveri, se apriamo casa per accogliere drogati, ragazze madri, prostitute… Ma guai se ci azzardiamo a denunciare le cause che portano a queste situazioni. Guai se ricordiamo che fare la carità non risolve niente se la vita non diventa carità, cioè: “magnanima, benevola è la carità; non è invidiosa, non si vanta, non si gonfia d’orgoglio, non manca di rispetto, non cerca il proprio interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia ma si rallegra della verità. Tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta”.

Non è più il tempo del “non possiamo non dirci cristiani”. Non ha più senso. Una fede “suppergiù” spinge inevitabilmente alla irrilevanza, alla sottomissione alle idee altrui, all’arrendersi alle mode…

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Festa dell’accoglienza: il granello di senape

Inizio anno catechistico-pastorale

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