Posts Tagged ‘testimonianza

24
Mag
13

Padre Puglisi: TESTIMONE di speranza, MARTIRE della carità

Il 15 settembre 1993, padre Pino Puglisi venne assassinato dalla mafia, dopo una vita spesa nel servizio dei più deboli. Riconosciuto martire per la fede e la carità, il 25 maggio 2013 è proclamato beato.

Una storia di fede

Questa è la storia di Giuseppe Puglisi, detto Pino. Comincia a Palermo, nel rione di Settecannoli, dove il futuro sacerdote viene alla luce il 15 settembre 1937, da Carmelo e da Giuseppina Fana, terzo di quattro figli. Il padre calzolaio e la madre sarta lo educano alla fede cristiana.


La madre, in particolare, devota alla Madonna, trasmette al figlio la devozione mariana, il cui culto, e in particolare il dogma dell’Immacolata Concezione, che don Pino Puglisi approfondì durante gli anni del seminario.

Nel secondo dopoguerra la famiglia si trasferisce nella vicina borgata di Romagnolo, sul litorale orientale della città, e qui Pino frequenta la chiesa di san Giovanni Bosco. L’allora parroco, don Calogero Caracciolo, si lega in affettuosi rapporti con la famiglia e con lui, che adolescente si impegna in parrocchia come animatore delle attività per i bambini e in un gruppo dell’Azione Cattolica. A sedici anni, studente dell’istituto magistrale, manifesta la propria vocazione sacerdotale. Entra nel seminario di Palermo nel settembre 1953. Il 2 luglio del 1960, giorno della Visitazione di Maria Vergine, viene ordinato sacerdote dal cardinale Ernesto Ruffini.

Prime esperienze pastorali

Dopo aver trascorso alcuni mesi con don Caracciolo, Giuseppe Puglisi riceve nel 1961 l’incarico di vicario cooperatore presso la parrocchia del SS.mo salvatore, limitrofa a Brancaccio.

Successivamente, viene nominato rettore della chiesa di San Giovanni dei Lebbrosi, dedicandosi principalmente ad attività in favore dei giovani, grazie anche alla collaborazione di gruppi dell’Azione Cattolica, e in direzione dell’assistenza spirituale alle famiglie di un gruppo di case popolari della zona, sostenendo le lotte degli abitanti con l’amministrazione comunale per ottenere i servizi indispensabili alla vita civile.

Nel 1967 diventa cappellano presso l’istituto per orfani di lavoratori Roosevelt, nel quartiere Addaura di Palermo e vicario presso la parrocchia Maria SS. Assunta della borgata di Valdesi.

Il Vangelo della riconciliazione

Il primo ottobre 1970 viene nominato parroco a Godrano, un paesino di un migliaio di abitanti a circa quaranta chilometri da Palermo, scosso negli anni precedenti da una sanguinosa faida. Vi rimane fino al 31 luglio 1978, spendendo ogni energia per una profonda opera di riconciliazione tra le famiglie. In collaborazione con il gruppo di ispirazione francescana Presenza del Vangelo, del padre Rivilli, attiva nelle case dei parrocchiani degli incontri, denominati cenacoli del Vangelo, uno degli strumenti più efficaci del cammino di crescita religiosa dell’intera comunità. Contemporaneamente, apre un dialogo tra la comunità cattolica e quella dei pentecostali, tuttora presente a Godrano. Sempre durante gli anni Settanta continua nella sua di opera di insegnante di religione, prima in una scuola media e poi, dal 1978 e fino alla morte, presso il liceo classico palermitano Vittorio Emanuele II.

Nello stesso periodo partecipa alle attività di un gruppo di giovani volontari presso la parrocchia dei Decollati, nel quartiere periferico dello Scaricatore, e si unisce a numerosi incontri dei gruppi di presbiteri che si interrogano sulla traduzione concreta in atti e comportamenti specifici degli insegnamenti del Concilio Vaticano II…. […]

Il centro “Padre nostro”

Nell’ottobre del 1990 don Puglisi, nel frattempo chiamato a svolgere il suo ministero sacerdotale anche presso la casa Madonna dell’Accoglienza di Boccadifalco, in favore di ragazze madri in difficoltà, viene nominato parroco della chiesa di San Gaetano, a Brancaccio. Il suo primo pensiero corre agli anziani abbandonati, ai ragazzi e agli adulti analfabeti residenti in un quartiere di 12.000 abitanti, privo di scuole medie. Organizza allora corsi di alfabetizzazione, di teologia di base e di formazione dei volontari. D’intesa con l’arcivescovo, il cardinale Salvatore Pappalardo, chiama a operare nella zona alcune Sorelle dei Poveri di Santa Caterina da Siena e affida loro il Centro di promozione Padre Nostro, fondato nel gennaio del 1993, con l’intento di curare l’evangelizzazione e l’educazione… […]

Il senso del martirio cristiano

In un intervento intitolato Testimoni della speranza, scritto in occasione del 42° Convegno nazionale della Presenza del Vangelo, svoltosi a Trento tra il 22 e il 29 agosto 1991, padre Puglisi medita esplicitamente proprio sul significato del martirio:

 

Testimoni di speranza. Dagli scritti di p. Puglisi

 

“Se vogliamo essere discepoli di Gesù, dobbiamo diventare testimoni della risurrezione.
Certo, la testimonianza cristiana va incontro a difficoltà, diventa martirio; e infatti testimonianza in greco si dice martyrion. Dalla testimonianza al martirio il passo è breve, anzi e proprio questo che da valore alla testimonianza…

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16
Apr
13

Gesù, amico dei giovani

O Signore, Dio dell’amore e sempre giovane, fa’ che «non ci vergogniamo del Vangelo».
Donaci di essere comunicatori disinibiti e forti della bellezza di essere cristiani; fa’ che la nostra vita gridi la più bella notizia del mondo

«Dopo tre giorni trovarono (Gesù) nel tempio,
seduto in mezzo ai maestri mentre
li ascoltava e li interrogava.
E tutti… erano pieni di stupore
per la sua intelligenza e le sue risposte» (Lc 2,46-47).

DSC02899Gesù, amico dei giovani,
tu hai vissuto gli anni ardenti
della tua giovinezza,
la stagione dei progetti,
«occupato nelle cose del Padre»,
immerso nei giorni intensi della vita.

Apri o Signore, la nostra mente,
alla scuola della tua Parola,
per una ricerca appassionata di verità
che illumina di senso e di luce
il percorso affascinante e impervio
del nostro tempo.

Apri il nostro cuore
all’ascolto della tua Parola,
per avvertire l’ardore
di un amore vero e più forte
verso tutti coloro che tu ci fai
incontrare sulla nostra strada:
soprattutto verso i nostri amici
smarriti e confusi nel buio
del loro mondo interiore.

Apri i nostri occhi
perché sappiamo discernere
i segni del tempo che ci doni
e le attese espresse o nascoste
dell’uomo di questo millennio,
già stanco nel disincanto
delle speranze deluse.

Apri le nostre mani, perché
forti della tua grazia
diventiamo operai della tua pace,
donne e uomini delle cose concrete
al servizio del Regno
nel cuore di questa storia.

O Gesù, amico dei giovani,
liberaci dal fascino ambiguo
degli idoli muti, che promettono gioia
e seminano tristezza e noia
sui ruderi dei nostri sogni;
liberaci dalla ricorrente tentazione
delle basse quote, di un sentire diffuso
che genera scontento e disagio.

DSC05164O Signore, Dio dell’amore
e sempre giovane, fa’ che
«non ci vergogniamo del Vangelo».
Donaci di essere comunicatori
disinibiti e forti della bellezza
di essere cristiani;
fa’ che la nostra vita gridi
la più bella notizia del mondo:
che Tu sei la nostra vita,
il nostro volto, la nostra felicità,
il nostro destino.
Enrico Masseroni, Ti benedico, Signore. Preghiere alla scuola della Parola, Paoline

12
Apr
13

Il Signore non è una fata, di Papa Francesco

papa-francesco-abbraccia-follaDio ci salva nel tempo, non nel momento.
Qualche volta fa i miracoli,
ma nella vita comune ci salva nel tempo”,
ci salva “nella storia”, nella “storia personale” di ciascuno. 
Il Signore non si comporta
“come una fata con la bacchetta magica: no”.
Al contrario, dona “la grazia e dice,
come diceva a tutti quelli che Lui guariva:
‘Va, cammina’.
Lo dice anche a noi:
‘Cammina nella tua vita,
dai testimonianza
di tutto quello che il Signore fa con noi”.
Papa Francesco, Omelia del 13 aprile 2013

09
Apr
13

Tonino Bello Profeta della non-violenza

Il 20 aprile 1993, dopo una lunga malattia, tornava al Padre una delle figure più belle e incisive della Chiesa italiana: don Tonino Bello, vescovo di Molfetta, presidente di Pax Christi e pellegrino instancabile di pace in tutto il mondo.

Ti voglio bene di Tonino Bello Tonino Bello Tonino Bello

Un papà buono e un buon pastore

A vent’anni dalla tua morte
scorgo i segni che ancora parlano di te
mi accorgo che sono partiti
davvero dai sogni condivisi
di donne e uomini,
non solo di buona volontà.
Sono divenuti solchi indelebili,
linee continue nel percorso
umano e spirituale di tantissime persone.
Guardo verso te con la fiducia di un figlio,
che segue nei suoi passi incerti ma trepidanti la sagoma distinta di un papà buono,
perché suscitatore di sani inquietudini”.

Con queste toccanti parole, don Nandino Capovilla, coordinatore nazionale di Pax Christi Italia, si rivolge idealmente a don Tonino Bello nell’introduzione al libro “Dio scommette su di noi”, pubblicato in occasione del ventesimo anniversario della scomparsa (20 aprile 1993).

Un profeta di pace

Tonino Bello è senz’altro uno tra i vescovi più popolari e amati che la Chiesa italiana abbia avuto dopo il Concilio. La sua spinta evangelica lo ha condotto incessantemente a schierarsi con forza dalla parte dei perseguitati, degli immigrati, degli ultimi. Infaticabile costruttore di pace, dopo la nomina a Presidente di Pax Christi nel 1985, girò il mondo, partecipando a manifestazioni pacifiste, proclamando la nonviolenza e la parola di Dio come chiave di riconciliazione tra i popoli. Sebbene gravemente ammalato, partecipò nel dicembre del 1992 alla marcia della pace a Sarajevo assediata dalla guerra. Morì prematuramente pochi mesi dopo, a soli 58 anni. Il 27 novembre 2007 la Congregazione per le Cause dei Santi ne ha avviato il processo di beatificazione.

La pace è il nuovo martirio
a cui oggi la Chiesa viene chiamata.
L’arena della prova è lo scenario
di questo villaggio globale
che rischia di incenerirsi
in un olocausto senza precedenti.
Nei primi tempi del cristianesimo
i martiri stupirono il mondo
per il loro coraggio.
Allo stesso modo,
oggi la Chiesa dovrebbe fare ammutolire
i potenti della terra
per la fierezza con cui,
noncurante della persecuzione,
annuncia,
senza sfumare le finali
come nel canto gregoriano,
il Vangelo della pace e la prassi della nonviolenza.

Ma se,
invece che fare ammutolire i potenti,
ammutolisse lei,
si renderebbe complice rassegnata
di un efferato "crimine di guerra".
Ma, grazie a Dio,
stiamo assistendo oggi a una nuova
effusione dello Spirito
che spinge la Chiesa
sui versanti della profezia
e le dà l’audacia di sfidare
le trame degli oppressori,
i sorrisi dei dotti,
e le preoccupazioni dei prudenti secondo la carne.
(Tonino Bello)

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04
Apr
13

Segni e prodigi che ci rendono credibili (At 5, 12-16)

2 Domenica di Pasqua – Anno C

La prima comunità cristiana suscitava l’attenzione delle folle perché offriva segni di comunione e di speranza. E’ importante che anche oggi, come credenti, torniamo ad essere “segni” credibili.

Letture: At 5, 12-16; Sal 117; Ap 1, 9-11.12-13.17.19; Gv 20, 19-31

papa francesco abbraccia la sofferenza “Molti segni e prodigi avvenivano fra il popolo per opera degli apostoli”, annota Luca. Il risultato di questi segni e prodigi è che “sempre più venivano aggiunti credenti al Signore, una moltitudine di uomini e di donne…”, e “anche la folla delle città vicine a Gerusalemme accorreva…”.

E’ bello pensare alla prima comunità cristiana come una calamita che attira folle di uomini e donne. Altrettanto bello e inevitabile è paragonarla con la moltitudine che affolla Piazza san Pietro per vedere e magari riuscire a toccare papa Francesco.

Ma perché la folla accorreva attorno agli apostoli?
Come risposta il testo ci indica due motivi:
1. In quella comunità c’erano “molto segni e prodigi” che la segnalavano, che la facevano conoscere, che stimolavano la curiosità;
2. Quei segni e prodigi promettevano la possibilità di ricevere un bene, un aiuto, un vantaggio: “portavano gli ammalati persino nelle piazze, ponendoli su lettucci e barelle, perché, quando Pietro passava, almeno la sua ombra coprisse qualcuno di loro”, portando malati e persone tormentate da spiriti impuri, e tutti venivano guariti”.

Questo a Gerusalemme. Ma a Piazza san Pietro?
Lì non vengono rilevate – almeno pubblicamente – guarigioni e liberazione da spiriti impuri, ma sicuramente segni e prodigi ci sono. I segni sono evidenti. Papa Francesco con la sua semplicità è un segno, come lo erano stati Benedetto XVI con la sua mitezza, e Giovanni Paolo II con la sua energia. Lì a san Pietro qualcosa si vede, ci sono dei segnali di una presenza che altrove non si trova. E i prodigi? Se la folla accorre è perché sicuramente trova delle “guarigioni”, e sperimenta la liberazione da “spiriti impuri” che tormentano.

Questo a Gerusalemme e a Roma. E in noi, nella nostra vita personale e comunitaria, ci sono segni e prodigi che aggiungono “nuovi credenti al Signore”? Se nessuno si accorge di noi, e perciò non ci sono segni; e se tanto meno nessuno crede di potere ricevere da noi “guarigioni e liberazione da spiriti impuri” perché non ci sono i prodigi, sappiamo cosa dobbiamo fare: dobbiamo cambiare e ridiventare segni e prodigi.
Siamo passati rapidamente da una fede presunta, attestata soltanto dal certificato di battesimo nel registro delle parrocchie, e a volte molto simile a quella di quegli “altri” che “non osavano avvicinarsi a loro” (i farisei e i sacerdoti), a una fede che deve essere segnalata come presenza forte e capace di offrire dei “vantaggi”, magari non di tipo fisico ma morale e spirituale, come quelli che le folle trovavano a Gerusalemme e trovano in Piazza san Pietro.

Ma sono proprio necessari questi segni, dal momento che Gesù ha detto: “Beati quelli che non hanno visto e hanno creduto ”.
Gesù ha detto così, ma, conoscendo la nostra necessità di vedere e toccare, ha accettato di tornare a comparire ai suoi per offrire a Tommaso la possibilità di mettere il dito nelle sue mani e la mano nel suo fianco, così come aveva lasciato i teli e i sudario affinché Pietro e Giovanni potessero “vedere e credere”.

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02
Feb
13

Giornata per la Vita, oltre la crisi

Giornata per la vita 2013

Si celebra domenica 3 febbraio e ha per tema il rapporto tra crisi economica e crisi demografica. Siamo andati in Emilia per vedere cosa è successo durante e dopo i giorni del sisma.

da famigliacristiana.it

«Non è forse un segno di incertezza la grave difficoltà nel “fare famiglia”, a causa di condizioni di precarietà che influenzano la visione della vita e i rapporti interpersonali, suscitano inquietudine e portano a rimandare le scelte definitive e, quindi, la trasmissione della vita all’interno della coppia coniugale e della famiglia?», si chiedono i vescovi italiani nel loro messaggio per la 35^ Giornata nazionale per la Vita, che verrà celebrata in tutta Italia domenica 3 febbraio (clicca qui per leggere il messaggio). E se una prima risposta – anche in chiave di proposta politica in vista delle prossime elezioni politiche – consiste nel non «richiedere ulteriori sacrifici alle famiglie che, al contrario, necessitano di politiche di sostegno, anche nella direzione di un deciso alleggerimento fiscale», la vera chiave è, secondo i vescovi, il «bisogno di riconfermare il valore fondamentale della vita, di riscoprire e tutelare le primarie relazioni tra le persone, in particolare quelle familiari, che hanno nella dinamica del dono il loro carattere peculiare e insostituibile per la crescita della persona e lo sviluppo della società».
Simona Beretta, docente di Politica Economica presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore, in riferimento al rapporto crisi economica-mancanza di figli di cui parla il messaggio dei vescovi, ha commentato:«Generare figli e produrre ricchezza si somigliano molto perché sono decisioni tipicamente umane che investono tutta la nostra libertà, entrambe richiedono persone interessate al futuro, capSaci di sostenere dei rischi e di creare legami durevoli, di essere pienamente come ci ha fatti il Creatore, cioè, appunto, “creative”». Fattore decisivo per “mettere su” famiglia e impresa, in due parole, occorre voler giocarsi la propria vita, andare dietro a quel desiderio di pienezza che ci abita.
Non mancano qui i tanti segni di solidarietà che accompagnano la nostra esperienza quotidiana, fra cui molto significativo, quello della vicinanza in occasione del grave terremoto dell’Emilia.

Antonella Diegoli, presidente del Movimento per la Vita dell'Emilia Romagna (foto Tosatto).Cogliendo questo prezioso riferimento, Famiglia Cristiana ha dedicato questa settimana il servizio di copertina proprio all’esperienza degli aiuti che si sono sviluppati intorno ai Centri di Aiuto alla Vita dell’Emilia Romagna. «Il terremoto ci ha fatto scoprire che fra gli uomini esistono legami forti, soprattutto quando condividono un obiettivo comune», ha detto a Famiglia Cristiana Antonella Diegoli, presidente del Movimento per la vita regionale, che coordina una quarantina di realtà a servizio della vita nascente. «Il terremoto è come un’onda che non esce più da te, soprattutto per una donna incinta che ha paura di perdere il suo bambino mentre nel cuore della notte tutto all’improvviso cade a terra e i muri si aprono». Sono così scattate subito due iniziative: «Un pronto soccorso emozionale per aiutarle a gestire le loro emozioni e l’impianto di un ecografo per “far vedere” i loro bambini alle donne che, a causa dello stress emotivo, non li sentivano più».
«Siamo scappati subito tutti fuori casa», racconta Lisetta Spinelli, 41 anni, sposata con Davide e 6 figli di cui l’ultimo, Leo Maria, nato a un mese dal terremoto (nella foto della cover i due genitori e l’ultimo nato). La famiglia abita a poche centinaia di metri dall’epicentro del sisma. «La pancia ormai si era abbassata e ogni momento poteva essere quello buono per partorire: ho pregato Dio che non fosse quella notte». La casa non ha subito danni, a parte molti mobili rovesciati e suppellettili cadute a terra. «Passata la sorpresa delle prime scosse ho cercato di gestire con calma la mia maternità, mi sono rifiutata di lasciare il paese e di darla vinta al terremoto. Abbiamo dormito per diverse notti in un camper che ci hanno prestato», dice Lisetta, che ha poi partorito un mese dopo Leo Maria in modo avventuroso: nel viaggio verso l’ospedale con il marito Davide ha fatto un incidente stradale, per fortuna senza gravi conseguenze per nessuno. «Ho subito capito che il bambino era vivo, avevo solo il braccio rotto». Il secondo nome del piccolo Leo Maria lo ha voluto proprio lei subito dopo il parto per ringraziare la Vergine di aver protetto lei e la sua famiglia numerosa in quelle settimane travagliate.

Stefano Stimamiglio, famigliacristiana.it, 2 febbraio 2013

31
Gen
13

17. L’amore rende forti, di Gianna Beretta Molla

Una vita come la tua

Caro Pietro quanto mi è di conforto il tuo grande amore! Il Signore ha nuovamente benedetto il nostro amore donandoci un altro bimbo: io sono felice… Il tuo grande amore mi aiuterà(Gianna Beretta Molla).

Una vita come la tua: Gianna Beretta Molla

Caro Pietro
quanto mi è di conforto il tuo grande amore!
Il Signore ha nuovamente benedetto
il nostro amore donandoci un altro bimbo:
io sono felice
e con l’aiuto della Mamma celeste
e con te vicino
con te che sei tanto buono, comprensivo, affettuoso,
non mi spaventano più le sofferenze
della nuova maternità.

Ed ora Pietro, ti chiedo un gran favore.
Sappi perdonarmi se alle volte
mi troverai di malumore, melanconica:
cerco di reagire, ma spesso non ci riesco;
spero sia un’indisposizione
di questi primi mesi…

>>> vai al testo completo

 




Festa dell’accoglienza: il granello di senape

Inizio anno catechistico-pastorale

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