Posts Tagged ‘tonino lasconi

17
Ott
14

Tutto è di Dio. Anche Cesare (Mt 22,15-21)

29ma Domenica – Tempo Ordinario – Anno A

Il Signore ci chiede è imboccare la strada di una fede adulta e di una cittadinanza responsabile, sapendo che tutto è di Dio, e che tutto va vissuto secondo le vie di Dio

 

Letture: Is 45,1.4-6; Sal 85; 1Ts 1,1-5; Mt 22,15-21

liturgia_cesare_dio_giustizia“Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio”. Questa frase di Gesù è talmente conosciuta e sfruttata per dire tutto e il contrario di tutto, che è difficile accoglierla come parola di Dio, cioè come un invito non alla discussione, ma alla revisione della nostra vita, alla nostra conversione. Cerchiamo, perciò, di leggerla, lasciando da parte tutte le interpretazioni di tipo politico: separazione tra Chiesa e Stato, libertà religiosa, obiezione di coscienza, e via discorrendo.

Il contesto. Dopo aver ascoltate le tre parabole con cui Gesù ha dichiarato senza mezzi termini che Dio ha chiuso con il suo popolo che non ha saputo coltivare la sua vigna, e ha rifiutato l’invito al banchetto delle nozze del suo figlio, i farisei, preoccupatissimi, si riuniscono per trovare il modo di fermarlo, mettendolo nei guai. Ritengono di avere trovato la soluzione giusta, mandandogli alcuni farisei e alcuni erodiani con una domanda tranello, che lo avrebbe fatto apparire o un collaborazionista dei romani, oppure pericoloso contestatore del loro potere. Detto, fatto.

Gli incaricati, scelti sicuramente tra i più furbi, raggiungono il maestro, presentandosi con complimenti che puzzano sfacciatamente di falso: “Sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità.  Tu non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno”. Sfoderano, quindi, la domanda “trappola”, che invece serve a Gesù per metterli in trappola: “Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio”. La nuova traduzione (“rendete” invece che “date”) è più precisa: a Cesare va resa la sua moneta, che, essendo stata accettata, gliva restituita. E a Dio va reso ciò che è di Dio. La risposta di Gesù chiude la bocca agli incauti interlocutori, infatti, il testo evangelico, che il brano liturgico non riporta, dice: farisei ed erodiani  “rimasero meravigliati, lo lasciarono e se ne andarono”, per preparare altri agguati e altre sfide.

Avrebbero invece dovuto riflettere sulle parole di Gesù, chiedendosi: “Cosa è di Dio? Cosa gli dobbiamo rendere?”. Così avrebbero capito la loro malafede e la loro falsità, ricordando ciò che ascoltavano e pregavano nelle loro sinagoghe: “Io sono il Signore e non c’è alcun altro, fuori di me non c’è dio”“tutti gli dèi dei popoli sono un nulla, il Signore invece ha fatto i cieli”. Avrebbero dovuto comprendere che, se tutto è di Dio, anche Cesare è di Dio. Perciò non c’è da dividere la vita a metà: una parte di qua per Cesare, un’altra di là per Dio, ma vivere la vita intera come dono di Dio, compresi i doveri verso le autorità e la società. Non, quindi, separazione, tra fede e vita, tra Dio e Cesare, ma vita e fede secondo le vie di Dio.

Lasciamo i farisei e gli erodiani e veniamo a noi, perché a noi, oggi…

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11
Set
14

Questo segno è per vincere. Esaltazione della croce

Esaltazione Santa Croce – Feste e solennità – Anno A

Per i cristiani la Croce è un segno di vittoria su tutte le forze del male, compresa la morte, e un segno di amore, perché Cristo si è spogliato della sua gloria per rivestirne l’umanità

Letture: Nm 21,4b-9; Sal 77; Fil 2,6-11;  Gv 3,13-17

esaltazione_croce_liturgia14Il 14 settembre del 335, a Gerusalemme, per volontà dell’imperatore Costantino, stimolato dalla madre Elena, veniva inaugurata una grande basilica sul luogo dove era stata ritrovata la croce di Gesù.

Da quel giorno, la croce, considerata dai romani il supplizio vergognoso per i disperati e i disgraziati della terra, diventava un segno di forza e di vittoria, che avrebbe prevalso sul paganesimo, dando  vita a una nuova civiltà.

Nel corso dei secoli, però, noi cristiani abbiamo attutito molto il senso di vittoria proprio della croce, lasciando spazio a significati negativi: sofferenza, imposizione, castigo, vita senza gioia, senza festa, senza coraggio. Non è raro sentire cristiani lamentarsi: “Mi è capitata questa croce, la devo portare”, o peggio: “Perché Dio mi ha mandato questa croce? Cosa ho fatto di male?”.

Dobbiamo tornare sul monte Calvario, nel momento in cui l’impero romano vede in quel segno una forza più potente della sua, più potente di ogni altra forza, perché nessun’altra forza umana può vincere il peccato e la morte. Nessun’altra forza umana è capace di dare “la vita eterna” come “il Figlio innalzato” su quel legno.

Certamente la croce significa anche umiliazione e di rinuncia. Paolo è lapidario: “Cristo Gesù svuotò se stesso …, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce”. Ma Cristo Gesù si è svuotato della sua divinità per riempire la nostra umanità, per testimoniare cosa significa vivere da figli di Dio creati a sua immagine.

Quella di Gesù non è stata una vita piagnucolosa, paurosa, umbratile, rassegnata piamente ad aspettare la vita futura.  “Dio lo esaltò e gli donò il nome che è al di sopra di ogni nome

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04
Set
14

Amore coraggioso e vicendevole

23a Domenica – Tempo Ordinario – Anno A

Due stimoli ci vengono dalla liturgia di questa domenica: la correzione fraterna, che ci sprona a essere responsabili gli uni degli altri a partire dai nostri “prossimi”; l’amore vicendevole, che ci rende testimoni credibili dell’amore predicato agli altri e praticato verso gli altri.

Letture: Ez 33,7-9; Sal 94; Rm 13,8-10; Mt 18,15-20

ImmagineQuesta domenica, che praticamente chiude il periodo delle ferie estive, riportando tutti nel ritmo della vita normale, trova nella parola di Dio due stimoli straordinari per una ripartenza spiritualmente  e umanamente forte in tutti gli ambiti della vita: se stessi, rapporti interpersonali, famiglia, lavoro, amicizie, parrocchia.

Il primo stimolo: la correzione fraterna
Dice il Signore: “Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo”. E’ la correzione fraterna: la forma più alta e più difficile di carità, perché non comporta di rinunciare a cose, ma all’orgoglio, al timore di essere respinti e umiliati, alla paura di perdere un’amicizia. Gesù ha presente questa difficoltà, infatti non indica una soluzione immediata, ma un percorso (“Se non ascolterà, prendi ancora con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. Se poi non ascolterà costoro, dillo alla comunità”), che può anche concludersi con un nulla di fatto amaro e deludente: “e se non ascolterà neanche la comunità, sia per te come il pagano e il pubblicano”.

La difficoltà, però, non esime dall’impegno, perché il Signore vuole che siamo responsabili gli uni degli altri, come rivela il profeta Ezechiele: “Se io dico al malvagio: «Malvagio, tu morirai”, e tu non parli perché il malvagio desista dalla sua condotta, egli, il malvagio, morirà per la sua iniquità, ma della sua morte io domanderò conto a te».
Questa forma di carità è particolarmente difficile, perché, oltre al fatto che a nessuno piace sentirsi dire di stare sbagliando, essa va esercitata verso persone che ci sono vicine, che vivono con noi gomito a gomito: familiari, parenti, colleghi di lavoro, coinquilini, componenti del nostro gruppo o della nostra comunità parrocchiale. Però, è proprio tra i nostri “prossimi” che questa carità è necessaria. Con loro infatti è vitale  più che mai essere il custode del proprio fratello, e quindi il dovere di sentirsi sentinelle…

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17
Lug
14

La forza di Dio è la pazienza (Mt 13,24-43)

16a Domenica – Tempo Ordinario – Anno A

Noi vorremmo far piazza pulita dei malvagi e dei disonesti e l’insegnamento di Gesù sulla pazienza ci spiazza; ma come figli di un Padre che ama tutti, possiamo imparare da lui a combattere il male con il bene

Letture: 1Sap 12,13.16-19; Sal 85; Rom 8,26-27; Mt 13,24-43

zizzania.liturgia_14C’è un’affermazione sempre più in voga sulla bocca di autorità di ogni ordine e grado: “Tolleranza zero!”.

Contro chi evade le tasse: “Tolleranza zero!”. Contro i corrotti: “Tolleranza zero!”. Contro i mercanti di morte: “Tolleranza zero!”. Contro le processioni devote ai mafiosi: “Tolleranza zero!”. Contro chi inquina l’ambiente: “Tolleranza zero!”. Contro coloro che guidano in stato di ebbrezza: “Tolleranza zero!”…

In questo contesto, l’invito di Gesù a lasciare crescere la zizzania insieme al grano sembrerebbe da gettare nel dimenticatoio. Ma è così? Se si guarda ai risultati, proprio no, perché questo furore a volere fare piazza pulita dei malvagi e dei disonesti, appare soltanto una pietosa illusione, e forse anche un inganno, infatti “la zizzania” (i figli del maligno) e “il diavolo che la semina” continuano a infestare il grano, non di rado proprio con il concorso di quelli che: “tolleranza zero”.

Vedi la sconsolante e inarrestabile sequenza di “pezzi grossi” pescati furtivamente a seminare zizzania nel solchi della vita politica,economica, sociale che proclamano di volere ripulire. Certo! La proposta di Gesù: “Lasciate che l’una e l’altro crescano insieme fino alla mietitura”, ci spiazza. Ma questo accade sempre di fronte alla logica di Dio, che Gesù ci manifesta.

I salmi della Bibbia sono pervasi dall’invito a Dio a distruggere i malvagi: “Con arroganza il malvagio perseguita il povero: cadano nelle insidie che hanno tramato!…  Sorgi, Signore Dio, alza la tua mano!… Spezza il braccio del malvagio e dell’empio” (Salmo 10). Le nostre preghiere, i nostri “salmi”, di fronte a fenomeni di male particolarmente preoccupanti, si esprimano, protestando: “Perché Dio non fai niente?

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11
Lug
14

Più fiducia nel terreno buono (Mt 13,1-23)

15a Domenica – Tempo Ordinario – Anno

La celebre parabola del seminatore è un richiamo a un serio esame di coscienza sul nostro rapporto con la parola di Dio e un invito ad annunciare il Vangelo con coraggio

Letture: Is 55,1-10; Sal 64; Rom 8,18-23; Mt 13,1-23

seminatore1“Il seminatore uscì a seminare.
Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada. Un’altra parte cadde sul terreno sassoso. Un’altra parte cadde sui rovi.
Un’altra parte cadde sul terreno buono e diede frutto: il cento, il sessanta, il trenta per uno”.
Questa conosciutissima e commentatissima parabola provoca ci chiede due risposte:
1. Un esame di coscienza
2. Il coraggio dell’evangelizzazione.

1. Esame di coscienzaGesù seminatore
La prima risposta è un coraggioso e sincero esame di coscienza: qual è il nostro rapporto con la parola di Dio? Trova spazio nelle nostre giornate? Fa parte dei nostri impegni di credenti? Quanto c’è in noi di strada, dove la Parola diventa cibo per gli uccelli; quanto di terreno sassoso, dove secca per mancanza di radici profonde; quanto c’è in noi di rovi, dove soffoca; quanto c’è in noi di terreno buono, dove produce il trenta, il sessanta, il cento per uno?

Il risultato di questo esame non sarà esaltante, perché sicuramente troveremo in noi molta strada, molti sassi, molti rovi. Ma non deve essere scoraggiante, perché la Parola lascerà comunque in noi “effetti” (“Come la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza avere irrigato la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare,…così sarà della mia parola uscita dalla mia bocca: non ritornerà a me senza effetto”), e“frutti” superiori alle nostre aspettative, anche su piccoli spazi di terreno buono, come garantisce Gesù.

2. Il coraggio dell’evangelizzazione
Gesù racconta la parabola per incoraggiare i suoi discepoli di allora e di oggi a predicare il Regno senza pessimismi e scoraggiamenti…. (continua)

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04
Lug
14

Non una vita "piccola", ma vissuta da "piccoli"

14a Domenica – Tempo Ordinario – Anno A

La scelta di essere “piccoli”, secondo il Vangelo, consente di accedere alla vera sapienza, accogliere il dono grande della vita, trovare la libertà e la pace del cuore

Letture: Zc 9,9-10; Sal 144; Rm 8,9.11-13; Mt 11,25-30

scelta_piccoli_liturgia_14Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro”. Queste parole di Gesù sono bellissime e consolanti. Uniche, possiamo dire. Perché la nostra esperienza quotidiana, quella intrecciata inevitabilmente al “dominio della carne” come la zizzania al grano, gli inviti a chi è stanco e oppresso sono molto rari, per non dire nulli. Tutt’al più possono essere strombazzati in periodi elettorali, non per dare ristoro a stanchi e oppressi, ma per procacciarselo attraverso di essi. Per il resto, per essere invitati e accolti è necessario essere in forma, in grado di dare, non bisognosi di ricevere. Il “dominio della carne” sta con i vincenti, con i forti, con i sani, con i belli, con “i dotti e i sapienti”. Gesù invece invita e accoglie – ce l’ha dimostrato con la sua vita terrena – proprio coloro che non possono offrire niente.

piccoli del vangeloMa perché Gesù si comporta così, e ci chiede di comportarci come lui? Forse perché è un pauperista e un perdente? Forse perché ce l’ha con coloro che si danno da fare per realizzarsi umanamente e professionalmente? Per rispondere è necessario ascoltare bene la preghiera che, prima del suo invito a stanchi e oppressi, Gesù rivolge al Padre: “Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza”. Ecco la risposta: i piccoli – gli stanchi e oppressi – conoscono la verità profonda della vita; i dotti e i sapienti credono di capire tutto e non capiscono niente.

Ma chi sono i piccoli che Gesù chiama a sé?…

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29
Mag
14

Un addio da rimpiangere, o una presenza da vivere? (Mt 28,16-20)

Ascensione del Signore – Tempo di Pasqua – Anno A

La festa odierna è un invito a riconoscere la presenza di Cristo risorto nei luoghi quotidiani della nostra esistenza, nel volto dei fratelli e delle sorelle e nell’intimo del nostro cuore

Letture: At 1,1-11; sal 46; Ef 1,17-23; Mt 28,16-20

andateedevangelizzate

Il racconto degli Atti, carico della dolente nostalgia che ogni addio porta con sé, descritta mirabilmente dagli occhi dei discepoli rimasti fissi verso il cielo, rafforzato dalle bellissime rappresentazioni degli artisti, può suscitare in noi l’insoddisfazione per la mancanza di una presenza fisica di Gesù che – quella sì! – avrebbe risolto tanti nostri dubbi e problemi. Quante volte abbiamo accarezzato questo desiderio: “Se potessi incontrare Gesù vivo come i suoi discepoli…”.

In realtà, l’ascensione di Gesù al cielo, cioè il suo entrare con tutta la pienezza della sua esperienza umana nella dimensione divina, è la garanzia della sua presenza accanto a noi. Coloro che lo incontrarono e frequentarono come uomo – gli stessi che lo hanno visto salire verso il cielo – ebbero molte più difficoltà di noi a conoscerlo nella sua vera identità, come emerge anche dalla domanda che gli pongono proprio prima dell’Ascensione: “Signore, è questo il tempo nel quale ricostituirai il regno per Israele?”. Domanda alla quale Gesù, che chissà quante volte avrà cercato di soddisfare, adesso non prende più in considerazione, affidandola alla forza dello Spirito Santo.

Se Gesù non fosse risorto e non fosse salito al cielo, di lui potevamo avere soltanto il ricordo. Adesso invece possiamo comunicare con la sua presenza reale, come egli stesso rassicura: “Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”.

Questa presenza reale noi la sappiamo e la crediamo, ma forse soltanto o troppo teoricamente, tant’è vero che quando preghiamo Gesù, siamo portati a guardare in alto come gli uomini del racconto di Luca; tant’è vero che tante persone, anche nel momento in cui ricevono l’ostia consacrata nelle mani o in bocca, guardano in alto, mentre il Signore è lì. Dobbiamo, invece, cercare di vivere questa presenza in modo vero e profondo, in modo che essa accompagni realmente la nostra vita quotidiana.

Come realizzare questa presenza?

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Festa dell’accoglienza: il granello di senape

Inizio anno catechistico-pastorale

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